Note biografiche  - Libri pubblicati - Tribuna libera - News - Lady Chatterley a Taormina
 

 

Tribuna libera - News

          direttore responsabile Gaetano Saglimbeni

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                                      e-mail: gaetano.saglimbeni@alice.it

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La prefazione che il giornalista Gaetano Saglimbeni ha scritto
per un libro postumo del regista-attore taorminese Giovanni
Cutrufelli, che sarà pubblicato a cura della Regione Siciliana

Ricordo di un maestro del teatro
che insegnò a "capire" Pirandello

Asciutte e profonde, misurate e sofferte, umanissime, le sue interpretazioni
di “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Enrico IV”, “Il piacere dell’onestà”.
Nessuna concessione al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del teatro
italiano (da Ruggero Ruggeri a Renzo Ricci, a Memo Benassi), che non
avevano certo giovato alla comprensione del non facile teatro pirandelliano
(nella storia del teatro resteranno, soprattutto, le memorabili interpretazioni
di Salvo Randone e Romolo Valli)

          

        

di Gaetano Saglimbeni

       

           Pirandelliano anche nelle attenzioni per i biografi, oltre che interprete tra i più
sensibili e “veri” del teatro pirandelliano, il regista-attore Giovanni Cutrufelli, messinese
di nascita e taorminese d’adozione. L’agrigentino Luigi Pirandello, premio Nobel per
la letteratura nel 1934, lasciò ai biografi un prezioso volumetto dal titolo originalissimo,
Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra
, che riguardavano anche la sua
vita privata, non soltanto quella artistica; e Cutrufelli, nel suo piccolo, un libro di ricordi
limitati alla “esperienza di
homo activus in un campo della vita culturale italiana”, con
un titolo per nulla originale ma certamente intrigante, Attori, spettatori ed assessori,
con sottotitolo assai esplicativo, “50 anni terribili di teatro (con nomi e cognomi)”.

         Terribili, certo, le battaglie che il capocomico Cutrufelli dovette sostenere e
pervicacemente sostenne per mezzo secolo con Regione Province, Comuni grandi e
piccoli). Meno terribili, comunque, dei drammi che il commediografo
  Pirandello visse in
famiglia per la pazzia della moglie e, prima del matrimonio, per le vergognose scappatelle
sentimental-sessuali del padre con una nipote, che lo scrittore racconterà nella novella
Ritorno
(il quattordicenne Luigi, quando li scoprì a letto, non esitò a sputare in faccia alla
ragazza, inimicandosi così il padre per sempre). Cutrufelli no, non dà informazioni sulla
sua vita privata, sulle sue donne (tante, quasi tutte nel mondo dello spettacolo e già
sposate), sul matrimonio in età matura con l’ultima primattrice della sua compagnia,
concluso pochi anni dopo, molto amichevolmente, con una separazione di fatto che non
impediva loro di continuare a lavorare insieme.

        

         Un artista dal “cuore ballerino”, l’amatissimo Giovanni Cutrufelli (Janì, per gli amici).
Ed alla fine, come spesso accade in questi casi, una vecchiaia in penosa solitudine. Lui la
trascorse con il fiero contegno di chi sentiva di poter badare ancora a se stesso, come aveva
fatto per decenni prima di sposarsi: non nella sua Taormina, dove aveva realizzato nel
dopoguerra i grandi spettacoli al teatro greco, ma a Fiumefreddo di Sicilia, un piccolo centro
rivierasco in provincia di Catania, dove il Comune gli aveva affidato una scuola di recitazione
 (e furono gli allievi a festeggiare l’ultimo suo compleanno, l’ottantatreesimo, il 10 maggio
del 2005). Taormina, alla quale aveva dato molto, contribuendo a lanciarla turisticamente nel
mondo con i suoi spettacoli recensiti con grande risalto dalla stampa italiana e straniera, lo
aveva quasi del tutto dimenticato.

         

         Non ne faceva un dramma, il vecchio Janì, della dimenticanza dei grandi amici di un
 tempo (che pur doveva pesargli molto). E neppure dei tanti acciacchi che lo avevano colpito,
a cominciare dalla sordità che col passare degli anni era diventata totale. Sostenuto da
una incrollabile gioia di vivere e di lavorare, continuava a preparare i suoi spettacoli (sempre
più modesti, purtroppo, rispetto ai grandi successi di un tempo), a cercare contributi e
finanziamenti che non sempre arrivavano, a dirigere, a recitare. Sì, recitava ancora, potendo
contare su una memoria prodigiosa e affidandosi alle preziosissime risorse del mestiere, gli
 occhi inchiodati ai movimenti labiali dei compagni di scena per “agganciare” la battuta
nell’attimo giusto. Con l’apparecchio acustico attaccato all’orecchio, proprio non riusciva a
recitare. ”Mi mette in testa tanta confusione”, spiegava, “e corro il rischio di perdere il filo del
discorso”.
        

 

            Ho lavorato con lui per una decina di anni in gioventù, come segretario di compagnia
tuttofare (dattilografo, trovarobe, suggeritore, addetto stampa, cassiere), prima di abbracciare
         
la professione di giornalista. Voleva fare di me anche un attore, il maestro Cutrufelli,

affidandomi particine sempre più impegnative: non ci riuscì (per demerito mio, chiaramente),

ma debbo dire che mi insegnò tante cose, soprattutto a scrivere, lui che era anche un

validissimo commediografo e traduttore (tradusse dal francese in due settimane il

Britannicus di Racine in versi martelliani, quando decise di presentarlo al teatro greco,

 visto che non esisteva una traduzione in italiano). Lo delusi non poco, quando lasciai la
compagnia e la mia Taormina (lo dissi chiaro e tondo, al caro Janì, che quel modo di far
teatro, condizionato delle elargizioni della politica, non poteva assicurare prospettive serie
 alla compagnia ed a tutti noi), ma continuammo a frequentarci e nei dieci anni che ho
 trascorso a Messina come redattore della Gazzetta del Sud ebbi il piacere di recensire un
 paio dei suoi spettacoli. Mi trasferii poi a Milano, redattore e inviato del settimanale
Gente,
 e le nostre strade si separarono del tutto.

         

         Ci ritrovammo a Taormina dopo due decenni: io giornalista in pensione, lui sempre
sulla breccia, capocomico e impresario di se stesso. Era già pieno di acciacchi, il mio vecchio
 maestro. Dialogare con lui era pressoché impossibile: l’apparecchio acustico gli funzionava
 raramente e male (“Con gli introiti del teatro”, mi confessò, “non posso consentirmene uno
di prima qualità”), ed al bar o in strada ero costretto spesso a scrivere su un foglietto o sulla
pagina di un giornale le mie domande e le risposte alle sue. Ci scrivevamo lunghe lettere, per
capirci meglio. Difficile, in quelle condizioni, anche il dialogo per telefono: lui aveva sempre
bisogno di una persona accanto, che ascoltasse e gli riferisse.

         

         Mi telefonò l’ultima volta nel giugno del 2005 per chiedermi l’indirizzo dell’editore
Flaccovio di Palermo che aveva pubblicato il mio Album Taormina, al quale pensava di
 mandare il libro che da anni teneva nel cassetto. “Sono in convalescenza a Messina, in casa
 di una delle mie nipoti”, mi disse. “Ho subìto un bruttissimo intervento chirurgico e me la
sono davvero vista brutta”. Stava molto male, faceva una gran fatica a parlare, forse anche
 (intuivo) a stare in piedi. Ma a sorreggerlo, con la grande voglia di vivere, c’era ancora la
 speranza di poter tornare a lavorare. “Ho tante cose da fare”, mi spiegò, “programmi di
un certo rilievo, ai quali lavoro da anni, e devo realizzarli, prima di tirare le cuoia”. Se ne
andò nel giro di un mese, dopo un secondo inutile intervento chirurgico. Ed anche il libro,
 con i programmi, restò nel cassetto.
 

         

         Un libro di ricordi (“una raccolta, alquanto disordinata, di aneddoti ed episodi”, lo
definisce lui) che è una piccola storia del teatro italiano, vissuta con gli attori più importanti
della nostra scena in quello che un giornalista argentino definì “il luogo di spettacolo più
incantevole del mondo”, il teatro greco-romano di Taormina. Tanti nomi illustri, da
 Gualtiero Tumiati ad Annibale Ninchi, Salvo Randone, Paola Borboni, Tino Carraro,
Lilla Brignone, Gian Maria Volonté, Elena Zareschi, Enrico Maria Salerno, Rossella
Falk, Tino Buazzelli, Sergio Fantoni, Anna Miserocchi, Giulio Bosetti, Ileana Ghione,
Alberto Lupo, Lydia Alfonsi , Glauco Mauri, Ottorino Guerrini, Turi Ferro, Vittorio
Sanipoli. Era il siracusano Randone il suo attore preferito: lo ebbe nel
Giulio Cesare
 di Shakespeare (come Marc’Antonio, accanto a Carraro che era Bruto), nel
Don
Giovanni
di Molière (con Buazzelli-Sganarello), nella Fiaccola sotto il moggio di
D’Annunzio, nella
Ifigenia in Tauride di Goethe.

         

          Esaltanti, i primi anni della carriera; “terribili”, come scrive lui, quelli che seguirono.

Perché far teatro, per Janì Cutrufelli, non era un mestiere (o un affare, come per molti suoi
colleghi), ma una sorta di missione. ”Bisogna portare il teatro nelle piazze, anche nei
piccoli Comuni”, non faceva che ripetere, “e contribuire così ad elevare culturalmente le
masse”. Lo ripeteva soprattutto ai politici, quando bussava a quattrini. Non bastavano mai,
 i finanziamenti. E quando le somme a disposizione
  finivano, spesso ancor prima che la
 stagione programmata si concludesse, il “missionario” Cutrufelli sapeva come far vibrare il
cuore dei politici. Ricorda nel libro che Giuseppe D’Angelo, assessore al Turismo e Spettacolo
perché in bilancio non disponeva più di una lira, chiese al segretario particolare di andare
a prendergli in tesoreria l’assegno mensile dei suoi emolumenti di politico e lo consegnò
al capocomico questuante Cutrufelli. Ciò che farà poi, e più di una volta, un altro
 assessore regionale, Natale Di Napoli, ex compagno di scuola del caro Janì. Miracoli
dell’arte, che riuscivano anche a far giustizia dei tanti luoghi comuni sui politici aridi, avidi
e cinici, preoccupati soltanto di rastrellare denaro pubblico per i loro affari (non sempre
puliti). Ai politici siciliani il “missionario del palcoscenico” Cutrufelli riusciva a tirar fuori
 
i soldi anche dalle loro tasche. 

         

          Grande uomo di teatro, un maestro, e non soltanto per i siciliani. “Interprete tra i più
 sensibili e intelligenti del vero Pirandello”, lo definì Giorgio Prosperi, critico teatrale del

Tempo
di Roma, accostandolo addirittura ai “grandi” Salvo Randone e Romolo Valli. Di certo
possiamo dire che Giovanni Cutrufelli insegnò a “capire” Pirandello anche ad illustri registi e
attori della scena nazionale. Asciutte e profonde, misurate e sofferte, umanissime, le sue
 interpretazioni di
Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV, Il piacere dell’onestà.
Nessuna concessione al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del teatro italiano (da
Ruggero Ruggeri a Renzo Ricci, a Memo Benassi, per intenderci), che non avevano certo
 giovato alla comprensione del non facile teatro pirandelliano (nella storia del teatro
resteranno, soprattutto, le memorabili interpretazioni di Randone e Valli).

          

          Ricordo il famosissimo monologo de L’uomo dal fiore in bocca, che ho sentito
decine di volte dal siciliano Cutrufelli ed una volta dal genovese Gassman. Il grande Vittorio
 lo “recitava” benissimo, con maestria e toni da Accademia d’arte drammatica, mentre il
 nostro Janì semplicemente lo “viveva”, con straordinaria umanità e verità, ed il famoso e
 tanto criticato cerebralismo pirandelliano (quello che per troppi anni aveva allontanato le
grandi masse dai teatri) diventava poesia. Gassman era Gassman, certo, e la voce di
Cutrufelli era piuttosto stridula, anche quando erano lontani gli acciacchi della vecchiaia.
Ma il teatro, quello vero, non ha bisogno soltanto di voci bene impostate: ha bisogno,
soprattutto, di interpretazioni vere, autentiche, di grande umanità e verità, dove tutto
(anche il copione più ostico) diventa poesia.

          

         Sulla edizione dei Sei personaggi andata in scena a Taormina (al Palazzo Corvaja
ed al teatro greco) e portata poi in tournèe in Sicilia, a Roma, a Milano e in Germania,
Giorgio Prosperi scrisse: “Conoscevo Cutrufelli come regista e nume indigete del teatro
 e respiro classico al teatro moderno. Basti pensare che ha rappresentato Pirandello e
Gide all’aperto, tra colonne greche, davanti all’Etna. Non lo conoscevamo come attore,
e iersera, scoprendolo nella parte del Padre nei “Sei personaggi” al teatro Parioli, abbiamo
apprezzato una dimensione del personaggio che non sempre era emersa con altri interpreti,
anche illustri”. E la tedesca Ursula Joek, sul più diffuso quotidiano di Bonn: “Avevo visto
altre edizioni del lavoro. Ma per la prima volta ho tremato come una foglia davanti alla
tragedia umana di quei personaggi. Abbiamo finalmente visto del vero grande teatro. Signor
Cutrufelli, ritorni subito a Bonn, e tante grazie!”.
  

         

         Tanti successi, recensioni di autorevoli critici su giornali italiani e stranieri, che il
vecchio maestro custodiva gelosamente in grossi album, insieme alle fotografie dei vari
spettacoli. Ma lui non era il tipo che si rassegnasse a vivere di ricordi: era sempre al
lavoro, un progetto dopo l’altro, e sempre in giro per bussare a quattrini. Gli ultimi anni
di vita, a parte i malanni fisici, dovevano riservargli purtroppo preoccupazioni ed amarezze
anche sul piano economico, visto che gli uomini di teatro non sempre riescono a vivere con
la sola pensione, e lui (poco diligente nei versamenti dei contributi previdenziali per la propria
attività) ne aveva maturata una di poche centinaia di euro.

         

        Aveva venduto tutto quello che aveva di suo, il regista-attore Cutrufelli, case e terreni
 di valore a Taormina e nelle campagne di Graniti, per pagare i debiti del suo far teatro.
“Coglione! Io la villa a Tivoli, col teatro, me la so’ fatta”, lo sferzò duramente con la sua
 colorita parlata romanesca il saggio Anton Giulio Bragaglia, “mostro sacro” del teatro italiano
 dai tempi del fascismo. Per il quale (ma non soltanto per lui: anche per tutti noi che gli
eravamo vicini), era una stoltezza inaudita, assolutamente imperdonabile, che un uomo con
 la sua intelligenza, cultura e serietà professionale avesse sacrificato al teatro il patrimonio
 ereditato dal padre (l’ingegnere Saro Cutrufelli, deputato al Parlamento nazionale). Ma il
mio amico Janì, avvampato dal “sacro fuoco” dell’arte, non aveva né voglia né tempo
per parlare delle leggerezze e degli errori compiuti (che, purtroppo, pagherà carissimi, sulla
propria pelle). Andava avanti, con la convinzione di poter dare ancora tanto al suo lavoro
 di “missionario del palcoscenico”. Anche nell’ultima telefonata, a 83 anni e con tutto quello
 che gli era capitato in sala operatoria, mi parlò dei suoi nuovi progetti di lavoro, da
 realizzare nella mia e sua Taormina.

         

        “Lavora, lavora, Stefanuccio mio: non c’è rimedio migliore”, scriveva al figlio il
commediografo Pirandello, angustiato dai troppi guai che la pazzia della moglie aveva creato
 a lui ed ai figli. Ed ancora: “In questo male della vita, ove la meta è un inganno sempre, ciò
che importa è camminare, andare avanti”. Le ripeteva spesso, queste celebri frasi, il pirandelliano
 Janì Cutrufelli: erano il “leit-motiv” della sua vita, del suo lavoro. Volle ripetermele anche
nell’ultima
  telefonata, con quel poco di fiato che gli restava. E andò avanti ancora per un mese.
 Poi la ricaduta, il ritorno in sala operatorio e l’uscita di scena per sempre dalla vita, con tante
 idee di lavoro in testa. “Di tutte le glorie”, scriveva il francese Albert Camus, “quella
dell’attore è la più effimera: alla fine, resta ben poco”. Restano le emozioni che ci ha dato, se è
riuscito a darcene. E l’attore-regista Cutrufelli (soprattutto nelle sue interpretazioni pirandelliane)
 ce ne ha date tante: autentiche, vere. Come solo la vera arte sa darle.
 

         

        Cosa dire di questo suo libro, rimasto per tanti anni in un cassetto? Si impone per il valore

autobiografico, certo; ma anche per l’interessantissimo “spaccato d’epoca” che offre sul teatro
italiano e sui grandi attori che ne furono protagonisti per mezzo secolo. Tanti gli episodi divertenti.
 Quello della Borboni che, nel chiostro dei Benedettini a Catania, uscì nuda nel salone in cui
erano stati allestiti i camerini per attori e attrici, lo conoscevo già, avendo assistito personalmente
alla scena. Nuda dall’ombelico in giù, a 57 anni, lei che era stata la prima attrice in Italia, quando
aveva meno di 30 anni, a presentarsi in palcoscenico nuda dall’ombelico in su. Nel salone che
un tempo era attraversato dai frati salmodianti, la spiritosissima Paola passeggiava in ciabatte (unico
indumento nella metà inferiore del suo corpo), con solenne e provocatoria disinvoltura, in polemica
con il regista Cutrufelli che aveva preferito la trentanovenne Elena Zareschi per il ruolo di
Agrippina nel
Britannicus di Racine, mentre lei si era dovuta accontentare di quello ben più modesto
di Albina; ed alla moglie di Vittorio Sanipoli che la invitava a rientrare in camerino rispose
candidamente: “Perché, non ho un bel corpo?…”.

          

        Altra amenità, quella del vecchio Annibale Ninchi che al teatro greco di Taormina non si
presentò in scena con gli altri attori ed il regista, alla fine dello spettacolo (
Ifigenia in Tauride
di Goethe), per una assurda protesta nei confronti del pubblico che aveva dimenticato, pensate
un po’, di fargli l’applauso di sortita riservato ai grandi attori. Soltanto adombrata invece la
“fuga” della primadonna Lilla Brignone che minacciava di abbandonare le recite della
Orestiade
al teatro greco per protestare contro il Cutrufelli (ancora e sempre lui, questa volta in veste di
impresario) che aveva dato in contratto 100 mila lire più di lei all’ancora giovane anche se molto
bravo e già popolarissimo Enrico Maria Salerno. Ritirò poi la minaccia, la signora Brignone ,
quando il suo avvocato le spiegò al telefono da Roma che, per penale, avrebbe dovuto versare
quasi il doppio di quello che aveva già incassato. Avveniva anche questo, in quegli anni, nel teatro
italiano: scenate di esemplare stupidità (a livello di bambini capricciosi e petulanti), tra grandi attori
super pagati e invidiosi dei compensi altrui.

         

        Sapido e stimolante, il “dietro le quinte” raccontato dall’uomo di spettacolo Cutrufelli,
con una scrittura elegante, agile (molto giornalistica), godibilissima. Caustico, il vecchio
capocomico-impresario, nei confronti delle signore-bene che il teatro dicevano di amarlo,
a parole, e si tiravano poi indietro quando c’era da pagare il biglietto d’ingresso (in Sicilia,
a, il biglietto-omaggio è stato sempre esibito come uno status symbol ed i politici continuano
a farne anche un uso clientelare); rabbiosamente polemico nei confronti dei super-burocrati
dello spettacolo che “stanno lì solo per mettere bastoni tra le ruote, anche quando c’è la buona
volontà dei politici”. E durissimo, il grande interprete pirandelliano Cutrufelli, con gli illustri “idioti”
 che irrisero per decenni il siciliano Pirandello, con tanta supponenza e senza aver capito nulla del
 suo teatro.

           

        Ricordo quello che mi disse quando lo intervistai per Gente, nel 1985: “Una vergogna
 per la cultura italiana, quegli attacchi scriteriati: ci son voluti decenni per far capire agli illuminati
critici di casa nostra quello che all’estero avevano capito da tempo, e cioè che ci trovavamo e
 ci troviamo di fronte al più grande commediografo che l’Italia abbia mai dato al mondo”, la sua
 dura ed amarissima filippica. E mi diede da pubblicare le fotocopie di una ventina di lettere
autografe che grandi uomini di cultura gli avevano inviato da tutto il mondo per un numero speciale
ella rivista
Intervallo su Pirandello (lettere che io conoscevo già, per averle lette a suo tempo in
0riginale). “Pirandello è una delle più grandi menti creative del nostro tempo”, scriveva il
romanziere americano Louis Bromfield. Ed il commediografo inglese Thomas Stearns Eliot: “A
Pirandello dobbiamo tutti qualcosa”. Orgoglioso di quelle lettere, firmate da autorevolissimi letterati
e autori teatrali stranieri, il pirandelliano Cutrufelli non usava mezzi termini negli attacchi agli
 “illustri idioti della cultura italiana”.

          

         Due paroline, per concludere, sui “Pensieri vari a mo’ di prefazione” (anche questi in stile
pirandelliano) che l’autore piazza all’inizio del libro. Aveva pensato a Giulio Andreotti, il mio
amico Janì, per la prefazione: sì, al “divino” Giulio che ebbe il primo incarico di governo, come
 sottosegretario al Turismo e Spettacolo, proprio quando Cutrufelli iniziava la serie dei grandi

spettacoli al teatro antico di Taormina, nei primi  anni 50, e seguì con molta attenzione e simpatia
sue iniziative. Penso che, se gli avesse chiesta la prefazione, l’ex presidente del Consiglio ed
oggi senatore a vita Andreotti non si sarebbe tirato indietro. La chiese a Giorgio Prosperi, ma
il critico teatrale romano morì di lì a poco; poi a Domenico Danzuso, critico teatrale de La Sicilia
di Catania, che la morte se la sentiva già addosso e declinò cortesemente l’invito. Così la prefazione
del libro è toccata al sottoscritto (76 anni), tra i pochi collaboratori del maestro Cutrufelli che sono
ancora in questo mondo.
 

          

        L’invito a scriverla mi è venuto dalla vedova, l’attrice Gigliola Reyna. E l’ho accettato con
piacere, naturalmente. Felicissimo di poter scrivere del mio maestro e amico Janì, dopo la morte,
quello che ho scritto quando era in vita. Convinto come sono sempre stato e sono che un uomo
con il suo ingegno, dopo il felicissimo esordio al teatro greco di Taormina con gli attori più
importanti della scena italiana, non doveva restare in Sicilia ad aspettare le elargizioni dei
politici; che un regista-attore con la sua intelligenza e sensibilità interpretativa meritava ben altri
palcoscenici (nell’interesse del teatro, chiaramente); che un artista deve fare l’artista, non
l’impresario, e non può, non deve in nessun caso rischiare il suo patrimonio fino a perderlo
completamente (come fece lui, vendendo e svendendo con tanta leggerezza tutto quello che
aveva). La mia stima per il regista e l’attore Cutrufelli è stata ed è immensa; quella per l’impresario
Cutrufelli, bassissima, vicina allo zero. L’ho sempre detto e lo confermo. Con tanta amarezza, che è
quella degli amanti del teatro. Siamo stati in pochi, purtroppo, a godere della sua arte.
  

 

                                                                      Gaetano Saglimbeni

                                                    

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Teatri di serie A e di serie B o C: qualche domanda ai responsabili
di Taormina-Arte ed al sindaco di Taormina che ne è il presidente

A Palermo la storica “Aida”realizzata
da Franco Zeffirelli alla Scala nel
lontano 1963, un trionfo; a Taormina,
quella di Enrico Castiglione, un fiasco

di Gaetano Saglimbeni

     Il Teatro Massimo di Palermo ha presentato nella stagione 2008-09
una
Aida storica, che il regista Franco Zeffirelli realizzò nel 1963 alla Scala di
Milano, ed è stata un trionfo, come era ampiamente prevedibile; Taormina-Arte
ha presentato al teatro greco, nella stagione estiva 2009, una
Aida ben più
modesta, firmata dal regista, scenografo e direttore artistico Enrico Castiglione,
ed è stata un fiasco, come ampiamente previsto (e non sorprende affatto che
a stroncarla sia stato anche il critico della
Gazzetta del Sud, il quotidiano di
Messina che è tra gli
sponsor ufficiali delle manifestazioni di Taormina-Arte).  

         Come nel calcio, esistono teatri di serie A e di serie B. Il Massimo di
Palermo non è certo la Scala di Milano, ma è certamente di serie A e fa
benissimo a dialogare con quelli che sono considerati (a buon diritto) i
campioni assoluti della lirica italiana e mondiale. Ciò che, purtroppo, non
riesce a fare il teatro antico di Taormina, pur essendo uno dei più famosi e
prestigiosi al mondo. Niente serie A, per la lirica gestita da Taormina-Arte
in questo celeberrimo teatro: l’
Aida e la Cavalleria rusticana di questa stagione,
come la
Bohème, la Turandot, la Traviata, la Medea degli anni scorsi, sono
decisamente da serie B, e l’
Aida di quest’anno forse da serie C.

         Cantanti assolutamente non all’altezza: unica nota positiva, quest’anno,
il giovane soprano Chiara Taigi, che ha interpretato Santuzza nella
Cavalleria
rusticana.
Regia molto approssimativa, quella dell’Aida, su un apparato
scenografico indubbiamente spettacolare
(anche per il magico apporto del
computer
) ma di dubbia praticità. Zeppa di ingenuità (da dilettanti, si direbbe)
la regia di Patricia Panton nella
Cavalleria rusticana diretta da Keri Lynn Wilson,
con  un macchiettismo di maniera che ha rischiato in certi momenti di far
precipitare il dramma in una farsa.

         E per dare un giudizio serio sull’orchestra dell’Aida (una formazione
nuovissima, diretta da Fabio Mastrangelo), mi limiterò a  raccontare quello che
ho visto e sentito alla terza ed ultima serata, mentre salivo con mia moglie le
scalinate dietro la scena per raggiungere la gradinata centrale numerata. Pochi
minuti prima dell’inizio dello spettacolo, un giovane maestro sostituto, battendo
ritmicamente
il tempo con la voce e con le mani, tentava ancora di insegnare
ai trombettieri in costume come scongiurare nuove stecche nella famosissima
marcia trionfale. Roba da recita parrocchiale, non da teatro antico. E tutto questo,
davanti a centinaia o migliaia di spettatori che salivano come me quelle scale,
sbigottiti per tanto pressappochismo, improvvisazione e impudenza. Con il risultato
che le stecche dei trombettieri si sono poi ripetute durante lo spettacolo, come
e forse più che nelle serate precedenti, e quell’imbarazzante “dietro le quinte” (per
i taorminesi davvero mortificante) resterà impresso a lungo nella memoria di tanti
turisti, italiani e stranieri: al teatro greco di Taormina, chiaramente, nessuno si
aspettava di trovare una orchestra di quel livello.  

          Sono un taorminese che ama il suo teatro come la propria casa; da
 giornalista, per gli spettacoli presentati qui in un trentennio (prosa, musica, danza),
e per la famosissima ”notte delle stelle” legata un tempo alla consegna dei premi
cinematografici “David di Donatello”, ho scritto pagine esaltanti sul settimanale

Gente
, su vari quotidiani, in libri; e adesso non posso non esprimere il mio sdegno nei
confronti di chi continua a trastullarsi con questo preziosissimo tesoro d’arte, facendo
scempio del suo prestigio con spettacoli raffazzonati. Un spettacolo di altissimo
livello, debbo dire, l’ho visto quest’anno nel nostro teatro: quello del Roberto
Bolle nuovo astro mondiale della danza. E, da taorminese, ne vado orgoglioso.
Denaro pubblico speso benissimo: ecco uno spettacolo che fa onore a Taormina
 ed al teatro che è il suo fiore all’occhiello. E per le due opere liriche, invece,
denaro pubblico speso male: con spettacoli mediocri (soprattutto nelle voci, che
nella lirica sono quelle che contano, insieme all'orchestra) e buggerature cocenti
per il pubblico, numerosissimo sia nelle tre serate di
Aida che nelle due di Cavalleria
 rusticana.

         Un pubblico, bisogna ricordarlo, che aveva fatto sparire in pochi giorni
l’intero pacchetto dei posti numerati già nel mese di luglio, al solo annuncio
delle due opere in cartellone, a conferma che la domanda di lirica a Taormina
e in Sicilia è enorme. Hanno acquistato a scatola chiusa, gli spettatori siciliani
(e le agenzie di viaggio per i “pacchetti” da offrire ai turisti italiani e stranieri),
come avviene da decenni all’Arena di Verona, il grande teatro all’aperto del Nord
che sulla lirica ha sempre puntato e continua a puntare. Solo che a Verona,
per l’
Aida, la Traviata, la Bohème, il Trovatore e tante altre opere (ne ho
viste parecchie quando vivevo a Milano, anche per motivi di lavoro), arrivano
poi le migliori firme del mercato italiano e mondiale; ed a Taormina, invece,
anno in scena giovani non sempre di talento, accanto a vecchi “tromboni”
ormai sfiatati. E sono turlupinature che il pubblico non può tollerare. Il grande
teatro ed il pubblico di Taormina, bisogna ricordarlo a chi forse l'ha dimenticato,
sono e debbono essere considerati di serie A, non di serie B o C.   

         Mi si dice che Taormina-Arte non ha i soldi di Verona e neppure la sua
struttura finanziaria, sostenuta da
sponsor privati, fondazioni e banche, oltre
che dal denaro pubblico, mentre da noi si deve contare quasi esclusivamente
sul denaro pubblico, che non sempre arriva nei tempi giusti per consentire
una programmazione seria e ordinata. E’ certamente vero. Ma è anche vero
(verissimo, purtroppo) che il poco denaro stanziato dalla Regione o da enti
pubblici, in Sicilia, si disperde in mille rivoli, programmi insignificanti e
dispendiosi, che non sempre hanno a che vedere con il mondo dell'arte, ed 
una miriade di assunzioni per nulla necessarie e spesso neppure utili, a
beneficio di parenti e amici. Il solito clientelismo elettorale, che si
perpetua e ingigantisce negli anni (anche con la distribuzione dei biglietti
omaggio, che il sindaco di Taormina ha deciso adesso di gestire attraverso
la propria segreteria particolare, come se Taormina-Arte fosse una sorta
di feudo personale). Penso che sarebbe il caso di rendere pubblico l’elenco
aggiornato delle assunzioni, con nomi e cognomi dei fortunati e delle
fortunate e la specifica dei gradi di parentela (non dico rapporti di letto) che
li legano ai manovratori politici di turno: sono personalmente convinto che,
leggendolo, saremmo tutti in grado di capire tante cose. 

         Ma il problema non è soltanto la carenza di fondi (accentuata,
chiaramente, dagli sperperi). I saggi dicono che il
bisogno aguzza l’ingegno
e si possono fare cose egregie anche con pochi sold. E’ quello che hanno fatto
i responsabili del Teatro Massimo di Palermo, un ente che non mi sembra
navighi nell’oro. Proviamo a farci dire quello che hanno speso per la ripresa dello
storico allestimento di
Aida realizzato da Zeffirelli per la Scala e mettiamolo a
raffronto con quello che hanno incassato, con gli abbonamenti quadruplicati
ed una serie incredibile di repliche a teatro esauritissimo: ci renderemo conto
che, nel raffronto tra costi e ricavi, loro hanno fatto un affarone, con quella
iniziativa ad altissimo livello che ha onorato Palermo, la Sicilia ed il pubblico
del Teatro Massimo, e  noi, con quella robetta da serie B o C, oltre a non
rendere onore a Taormina, alla Sicilia ed al pubblico di uno dei più famosi e
prestigiosi teatri del mondo, abbiamo fatto un pessimo affare, perché cinque
serate a teatro esaurito non sono riuscite certamente a coprire le spese.

         Sono questi, cari signori di Taormina-Arte, i discorsi che si debbono fare,
con molta serietà professionale e onestà intellettuale, se vogliamo davvero
cambiare le cose. E Il discorso vale anche per il festival del cinema, sul quale
ho sentito (finalmente!) parole molto serie da parte del nuovo assessore
regionale al Turismo. “Una manifestazione importante, questo festival ”, ha tenuto
a precisare l’ex senatore Nino Strano, “ma certamente da rivedere, nella struttura
amministrativa e nella formula. Può anche restare in vita, se vogliamo, a patto
però che trovi una formula dignitosa, in grado, se non proprio di competere con
Venezia e Cannes, almeno di non sfigurare. Mantenerlo nelle condizioni in cui
naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di tutta Italia per scrivere
poche righe su film che difficilmente arriveranno nelle comuni sale cinematografiche,
è un inutile spreco del denaro pubblico”.  

         Parole chiare di un politico che ama parlar chiaro. Penso alle opere liriche,
ai balletti, ai concerti ed agli spettacoli di prosa ad alto livello che si potrebbero
presentare al teatro greco con il denaro pubblico attualmente impegnato per
un festival del cinema che è già tanto se riesce a raccogliere 500 o 600 spettatori
a sera (di cui almeno 400 con biglietti omaggio), in un teatro tristemente vuoto.

Aida
e Cavalleria rusticana, quest’anno, hanno fatto cinque pienoni con biglietti
soprattutto a pagamento. La realtà è questa. Della quale, se vogliamo parlare
seriamente, politici e pubblici amministratori responsabili non possono non
tener conto.

                                                 Gaetano Saglimbeni

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Incontro a Taormina con il nuovo assessore regionale Nino Strano
 

Idee chiare per rilanciare il turismo,
precipitato in Sicilia a livelli paurosi

"Il nostro primo impegno”, ha detto l’ex senatore del Pdl, “sarà quello di
eliminare le manifestazioni inutili. Mantenere in vita il festival del cinema
nelle condizioni in cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di
tutta Italia per scrivere poche righe su film che con l’arte hanno poco a che
vedere o che non arriveranno mai nelle comuni sale cinematografiche, è un
inutile spreco del denaro pubblico, oltre che un oltraggio alla cultura ed alle
tradizioni della terra di Sicilia, ai nostri grandi autori di teatro e di cinema”  

di Gaetano Saglimbeni

       Per il suo primo incontro sul territorio, come assessore della Regione siciliana per il
Turismo, le Comunicazioni ed i Trasporti, il catanese di nascita e taorminese d’adozione
Nino Strano, 59 anni, ex senatore del Popolo della libertà, non poteva che scegliere la
“sua” Taormina, alla quale spetta di diritto (da più di mezzo secolo) il ruolo di capitale
turistica della Sicilia. Ed è stato un incontro assai proficuo: per la straordinaria competenza
dell’uomo politico al quale la Regione ha affidato un settore così delicato e importante per
la nostra economia e per la grande chiarezza con cui si è parlato della attuale disastrosa
crisi. Per rilanciare il  turismo con la terapia giusta, c’è bisogno di avere idee chiare sulla
diagnosi; ciò che, purtroppo, non sempre è avvenuto in passato. E tutti sappiamo che il
disastro di oggi (molto più grave a Taormina ed in Sicilia che in altre regioni d’Italia) è per
gran parte frutto di diagnosi e terapie sbagliate.

        Una situazione economica gravissima, con il quasi dimezzamento delle presenze
alberghiere ed il rischio di chiusura per tante piccole e medie aziende, anche nel settore
del ristoratori e commercianti. D’accordo che la crisi riguarda l’Italia, l’Europa e il mondo
intero, non soltanto la nostra Taormina; ma nessuno potrà mai perdonare agli
amministratori del Comune una assoluta e deprecabile mancanza di iniziative che
avrebbero potuto certamente rendere meno disastrosi i danni ad imprenditori e lavoratori.
Il denaro pubblico è finito, come sempre, nei mille rivoli del clientelismo più smaccato
e vergognoso, alla faccia dei poveri lavoratori che rischiano adesso di non raggiungere
il periodo di occupazione indispensabile per poter godere poi, a rapporto di lavoro concluso,
degli assegni di disoccupazione incassati negli anni scorsi. C’è anche questo pericolo,
purtroppo.

        Ispirato a grande serenità, ma severo nei giudizi e per nulla disposto a tacere
sulle responsabilità di politici e pubblici amministratori, l’intervento del neo assessore
Strano. “Le responsabilità sono certamente di chi, avendone la possibilità e il dovere,
non è riuscito a intervenire in tempo per mettere un argine al disastro”, ha detto,
“ma anche, bisogna dirlo, di albergatori e ristoratori  che continuano a pensare di
poter lavorare soltanto cinque o sei mesi l’anno, per poi spassarsela nel resto
dell’anno in viaggi e soggiorni all’estero, in ville della Thailandia o alle Maldive. Non
si rendono conto, questi signori, che il turismo stagionale è ormai insufficiente a
sostenere l’economia di una città che vive di turismo ed i clienti devono andare a
cercarseli tutto l’anno, in Italia e all’estero, se vogliono tenere in vita le loro aziende
alberghiere e commerciali, con la doverosa tutela dei diritti di chi vi lavora”.

        “Lo farò io per loro e spero con loro”, ha assicurato il neo assessore regionale.
“Dobbiamo cercarli in Veneto e in Emilia Romagna, i clienti per gli alberghi di
Taormina e della Sicilia, in Piemonte, in Liguria, in Toscana e ovunque ci sono
pensionati disposti a soggiornare in quest’isola meravigliosa a prezzi non proibitivi.
Debbono capire, i signori albergatori, che è anche nel loro interesse, non soltanto
della città, tenere aperti gli alberghi tutto l’anno con prezzi ragionevoli, anziché
tenerli aperti soltanto per cinque o sei mesi a prezzi alti o altissimi. E dobbiamo
allettarli, gli ospiti, con manifestazioni serie,  spettacoli di grande interesse: quelli
che riempiono i  teatri, non quelli che piacciono a certe
élite culturali e salottiere e
lasciano i teatri vuoti”.

        Chiaro il riferimento a Taormina-Arte. “Una manifestazione importante”, ha
tenuto a precisare l’assessore Strano, “ma certamente da rivedere, nella struttura
amministrativa e nella formula. Bisogna scegliere bene i  programmi che vanno
per il teatro greco in estate (prosa,
musical, concerti, lirica, operetta, danza, il
grande cinema dei “David di Donatello”) e quelli che al Palazzo dei congressi
debbono tenere il cartellone tutto l’anno. Il festival del cinema resti pure in vita,
a patto però che trovi una formula dignitosa, in grado non dico di competere con
Venezia e Cannes, ma almeno di non sfigurare. Mantenerlo nelle condizioni in
cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di tutta Italia per scrivere
oche righe su film che con l’arte hanno poco a che vedere o che non arriveranno
mai nelle comuni sale cinematografiche, è un inutile spreco del denaro pubblico”.  

        Parole chiare, di un politico che ama parlar chiaro. “Il mio programma?
Rimettere in moto”, ha spiegato, “la riedizione del Circuito del Mito che ha
operato con grande successo in Sicilia nel 1997 e ‘98, con un programma preciso:
tenere aperti da gennaio a dicembre i grandi teatri all’aperto di Sicilia e quelli
al chiuso, ed i siti archeologici, le grandi cattedrali, i musei, con spettacoli
di prosa e concerti affidati ad artisti e complessi famosi”. Ricordiamo benissimo
quelle importanti stagioni. C’era lui, allora, alla guida dell’Assessorato regionale
al Turismo, il Nino Strano non ancora deputato e senatore della Repubblica, e
sono stati anni di grande fervore per la Sicilia e per il turismo di Taormina che
avrebbe poi raggiunto, all’inizio del nuovo secolo, un record assoluto di presenze
alberghiere. E’ la dimostrazione, chiara ed inequivocabile, che lavorando bene,
con serietà e intelligenza, i risultati si raggiungono.

        E adesso? “E’ l’immagine di Taormina e della Sicilia che va rilanciata”, ha
concluso il neo assessore. “Bisogna inventare eventi importanti, di sicuro
richiamo, per uscire da una crisi paurosa e devastante, che è figlia (anche
questo bisogna spiegare) di un nostro rilassamento generale, non soltanto della
congiuntura mondiale sfavorevole; inventare sistemi più efficaci per propagandare
la nostra splendida terra. Non possiamo più illuderci di poter vivere ancora sugli
allori. Dobbiamo muoverci nel mondo dello sport, come abbiamo fatto con le
Universiadi, ed in quello della cultura, dell’arte, trovando
sponsor internazionali.
E
d aprire nuovi musei, d’intesa con l’assessorato ai Beni culturali, favorire la
nascita di nuove fondazioni culturali e artistiche, promuovere premi letterari.

L’Unione europea è oggi in grado di distribuire fondi a regioni grandi e piccole,
ricche e povere, ed è un delitto non spenderli, lasciando irresponsabilmente
che altri (più furbi e certamente più seri di noi) se ne impossessino. I fondi
europei debbono servire per realizzare infrastrutture, strade, porti, teatri, musei,
palazzetti dello sport, campi di calcio, tennis, golf. Altro settore importante,
sul quale si può e bisogna lavorare molto, è quello cinematografico e televisivo,
attraverso la
Film Commission. La Sicilia dispone di scenari naturali e di un clima
ideali per produzioni cinematografiche e televisive, che costituiscono preziosissime
opportunità di espressione e di lavoro anche per giovani artisti siciliani”.

        La Film Commission esiste a  Taormina dal 2007; ed è lui, l’eclettico Nino Strano,
l’attivissimo presidente. Due i suoi “fiori all’occhiello”: lo
spot sulla Sicilia fatto
realizzare al grande Michelangelo Antonioni, con Maria Grazia Cucinotta e le musiche
di Lucio Dalla, e uno dei tre episodi del film
Grande, Grosso e Verdone”, con Carlo
Verdone, prodotto dal Aurelio de Laurentis. Più che con la sua attività di uomo
politico, questa presidenza è in felice sintonia con quella che è stata la sua passione
giovanile, il teatro. Nino Strano, lo ricordiamo, è stato assistente alla regia con
Mauro Bolognini per i film
Metello con Massimo Ranieri, e Un bellissimo novembre,
tratto dal romanzo di Ercole Patti; assistente-regista per la
Bohème di Puccini al
Teatro Massimo di Palermo, la
Norma di Bellini,  la Zaira di Bellini e Il pipistrello
di Strauss al Teatro Massimo di Catania.

        Artista poliedrico e politico di grande creatività, insomma. E Taormina spera
nelle sue invenzioni, adesso che dal banchi del Senato (ricordate il suo
show con
mortadella e
champagne per la caduta del governo Prodi?) è tornato a fare
l’assessore regionale in Sicilia, dopo due legislature a Roma prima come deputato
e poi senatore, e una non felice campagna elettorale europea che gli ha procurato
ben 103 mila voti personali (di stima e di simpatia), ma non gli ha garantito un
seggio a Strasburgo. Chissà che non sia adesso un bene, per Taormina e la Sicilia,
quella sua clamorosa, amara e dignitosissima bocciatura nelle elezioni europee. 

                                                                      Gaetano Saglimbeni

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Tutti "suonati" i suonatori
di Rifondazione comuni
sta

Gli italiani li hanno cacciati, coni loro voti, anche dal
Parlamento europeo, non soltanto dalla Camera e
dal Senato. Nel 2006 erano arrivati al governo della
libera e democratica Repubblica italiana con la
devastante "armata Brancaleone"di Romano Prodi 

    
    
Una pittoresca immagine degli ex "suonatori" comunisti che gli elettori
     italiani hanno fatto scomparire dalle due aule del Parlamento di Roma
     (nel 2008) e adesso anche da quella del Parlamento europeo di Strasburgo,
     Da sinistra: Fausto Bertinotti, ex segretario di Rifondazione comunista e
     presidente della Camera; Franco Giordano, ex deputato e segretario di
     Rifondazione comunista; Marco Rizzo, ex parlamentare europeo; Oliviero
     Di Liberto, ex senatore e segretario dei Comunisti italiani. Anche nelle    
     elezioni europee del 6 e 7 giugno scorso, come in quelle nazionali del
     2008, i loro partiti non hanno raggiunto il 4 per cento dei consensi.

 

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"Trent'anni di giornalismo in giro per il mondo ":
un nuovo libro del giornalista Gaetano Saglimbeni

Quando Liza Minnelli lavava pavimenti
con la Taylor e Jean Simmons per salvarsi
dalla droga che aveva ucciso a 47 anni
la sua celebre mamma, Judy Garland

Tante storie, divertenti e amare, esaltanti e terribili, raccontate dall'ìinviato di un
grande settimanale -
 Splendori e miserie della vecchia Hollywood - Nei diari della
disperata Marilyn le implorazioni ai potenti che avevano avuto li suo corpo:
“Perché la mia anima vi fa orrore, come gli occhi delle rane sull’orlo dei fossi?” -
A colloquio con la ex "bionda incendiaria" Betty Hutton, perpetua in una
chiesetta cattolica del New Hampshire - In Siberia, nel "gulag degli orrori" che
ebbe tra i suoi illustri ospiti lo scrittore Solgenitsin - Le  imbarazzanti "gaffe"
del collerico Pertini in visita di Stato nella Cina del dopo Mao - I mondiali di calcio
in Argentina, tra
montoneros assassini e desaparesidos orribilmente assassinati, 
e quelli (felicissimi) del trionfo azzurro in Spagna, con il solito
show di Pertini in
tribuna con il re Juan Carlos - I matrimoni dorati di Farah Diba con lo scià di Persia
e Salima con l'Aga Khan - In un isolotto sperduto nel Pacifico con gli orgogliosi
pronipoti degli ammutinati del
Bounty - Le interviste sexy del leader libico Gheddafi
alle belle giornaliste straniere, con repentino passaggio dalla famosissima tenda
alla camera da letto - In Sicilia l’
harem di Pippineddu, il “califfo dei poveri”, ed i
giochi erotici sotto la pioggia della baronessa Frieda Richthofen, esuberante
moglie dello scrittore Lawrence, che ispirarono il più scandaloso romanzo del
Novecento, "L'amante di Lady Chatterley"
 

di Giancarlo Cortese

 

         Trent’anni di giornalismo in giro per il mondo. Tante storie, divertenti
e amare, affascinanti e terribili: il grande “teatro della vita”, con i suoi drammi,
le bizzarrie, i paradossi, le mille contraddizioni di quello che per Pirandello era
il “tragico grottesco quotidiano”.

         Gaetano Saglimbeni, 77 anni, ex redattore e inviato del settimanale
Gente
, è un testimone del suo tempo che non ha mai amato (e non ama) le
mezze verità. Sapido e intrigante il suo ”dietro le quinte” hollywoodiano.
Rodolfo Valentino, “un piumino rosa, una cocotte imbellettata”, a sentire le
ex mogli. Greta Garbo e Marlene Dietrich, grandi “divoratrici” di uomini sullo
schermo, nella vita si contendevano le amanti. Cary Grant, recordman del
bacio più lungo sullo schermo, “elegante in smoking, eccitante in vestaglia,
deludente in pigiama, una frana sotto le lenzuola”. Il ”monello” Chaplin, noto
 ingravidatore di minorenni (che poi era costretto a sposare), insidiò la
giovane amante al magnate della carta stampata Hearst che lo ospitava sul
panfilo in crociera; e quello, sparando al buio tra i fumi dell’alcol, colpì a
morte un regista che con quella storia di corna non c’entrava per nulla. E tutto
questo mentre il ”giovane leone” Montgomery Clift rifiutava il letto di Liz
Taylor e Marilyn Monroe; e la tormentata Marilyn moriva sola e disperata a
36 anni, imbottita di barbiturici, dopo aver chiesto invano un po’ di affetto
 ai grandi che avevano avuto il suo corpo.

         Uno “spaccato d’epoca”, caustico e inquietante, su splendori e
miserie, amori, peccati e peccatori della “Mecca del cinema” (il gangster
amante di Lana Turner assassinato nella camera da letto della diva, la t
tragica morte della ”fatina” che aveva sposato e dirozzato l’ex boscaiolo
Clark Gable, il dolcissimo romanzo d’amore del “duro” Humphrey Bogart
con la incantevole Lauren Bacall). E, con i divi del cinema, i grandi
personaggi della politica, della letteratura, dello sport, della moda, con
le loro storie, i trionfi, le debolezze. Le famose “gaffe” del collerico,
imprevedibile e simpaticissimo Sandro Pertini in visita di Stato nella Cina
 del dopo Mao; le interviste-sexy del leader libico Gheddafi alle belle
giornaliste straniere, che cominciavano sotto la tenda e finivano in camera
da letto; i “giochi erotici sotto la pioggia” della esuberante moglie dello
 scrittore David H. Lawrence con un giovane mulattiere di Taormina, che
ispirarono il più scandaloso romanzo del 900, L’amante di Lady Chatterley;
la “farsa” dei Beatles a  Buckingham Palace, raccontata dall’ex batterista
 Ringo, con i super gettonati “scarafaggi” che si drogarono nelle toilette,
in attesa di essere ricevuti dalla regina per la consegna ufficiale dei titoli
di baronetti; i prodigi olimpici della mimi-ginnasta Nadia Comaneci in
Canada e quelli della maga che a Mosca teneva in piedi l’acciaccato
Breznev.

        Favole e drammi, raccontati dai protagonisti. Farah Diba racconta
il pianto a dirotto che fu il suo “sì” alla dichiarazione d’amore dello scià di
Persia; Sarah “la santa”, i suoi 26 “anni d’inferno” con l’Aga Khan “dio vivente”
 degli ismailiti; Aleksandr Solgenitsin, le sue terribili giornate nei “
gulag
del comunismo sovietico; Ava Gardner, le follie d’amore del “Pierrot infelice”
Walter Chiari, che la inseguì su tutti i continenti con in valigia le pizzette e
focacce romane che le piacevano tanto ed il fagiano appena abbattuto a
 caccia con gli amici; Paul Newman, la tragica morte del figlio per overdose,
 con le impietose  accuse (lanciate da una delle figlie) di non essere stato
un buon padre; Laurence Olivier, la pazzia della seconda moglie, Vivien Light
(“Una notte, per la disperazione, stavo per ammazzarla, poverina”, la sua
drammatica confessione).

        E dalla fotomodella inglese Twiggy, celebre “miss Stecchetto” degli anni
 Settanta, una clamorosa denuncia sul gigantesco e scandaloso
business che
 prosperava dietro i suoi 40 o 41 chili di pelle e ossa.  “Matte da legare, le
ragazze che fanno la fame e rischiano la vita per imitarmi”, il preoccupatissimo
 messaggio che lanciò al mondo da un noto ristorante di Venezia, mostrandosi
al fotografo davanti ad un bel piatto di spaghetti con i frutti di mare e grosse
fette di torta. Contro le ciarlatanate di dietologi senza scrupoli, complici
certamente non involontari di affaristi criminali che, sulla pelle di tante
credulone (finite in sanatorio, in manicomio o anzitempo all’altro mondo),
facevano montagne di dollari.

                                                  Giancarlo Cortese       

       

        

                                                                                                                                                                                                                                                                           
Il giornalista Gaetano Saglimbeni, ex redattore e inviato del settimanale
"Gente", autore del libro "Trent'anni di giornalismo in giro per il mondo",
 in corso di pubblicazione.  Ha  già pubblicato "I peccati e gli amori di
Taormina" (P&M), "Album Taormina" (Flaccovio editore),
“Salvo Randone,
una vita a teatro” (P&M), “Divi, divine e divani-alcova:splendori e miserie
della vecchia Hollywood" (P&M), “Lady Chatterley e il mulattiere” (Armando
Siciliano editore),  " I peccati e gli amori di Taormina”, nuova edizione
aggiornata
(Armando Siciliano editore)
   

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Si realizza finalmente un vecchio sogno dei siciliani

E con Berlusconi al governo si ritorna
a parlare concretamente del ponte
sullo Stretto che i verdi ed i comunisti
avevano deciso con Prodi di affossare

Non ci sono più i 900 milioni di euro che lo Stato aveva destinato alla realizzazione 
dell’opera e nessuno sa dire dove siano finiti (non certo per realizzare opere urgenti 
in Sicilia e Calabria, come i comunisti ed i verdi avevano promesso), ma è ancora 
disponibile il contributo stanziato a suo tempo dalla Unione europea (circa il 15 per 
cento dell’ammontare complessivo della spesa, che dovrebbe essere di poco
inferiore ai 6 miliardi di euro); e la società Stretto di Messina (che Prodi voleva 
sciogliere ad ogni costo) è pronta a riprendere i contatti con la Impregilo, la società 
che si è aggiudicata la gara d’appalto durante il governo Berlusconi. E ci sono 
naturalmente i finanzieri italiani e stranieri disposti ad impegnare i capitali necessari, 
da recuperare poi con la gestione dell’opera per un certo numero di decenni

di Gaetano Saglimbeni

   
      
 Il ponte sullo Stretto di Messina in un suggestivo plastico. Con Prodie le sinistre al governo sembrava 
    che il progetto fosse stato accantonato definitivamente; ed invece se ne riparla, in termini molto concreti.
    "Il ponte sulla Stretto
è sempre stato la bandiera di Silvio Berlusconi e del centrodestra", ha scritto il
    Corriere della Sera ". E la partita. per fortuna dei siciliani, si è adesso riaperta.

         “Due governi di centrosinistra”, ha scritto Giorgio Meletti sul supplemento economico del
Corriere della Sera
di lunedì 11 febbraio, “non sono bastati per affossare il progetto per la
costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. E adesso, con la prospet
tiva che il centrodestra di
Berlusconi torni con le elezioni del 13 e 14 aprile a palazzo Chigi, dopo i 20 mesi del governo Prodi,
 la partita si riapre”.

          Era stata chiusa, come tutti ricordiamo, nell’aprile del 2006, per effetto dei 24 mila voti che le
sinistre e l’estrema sinistra avevano ottenuto più del centrodestra alla Camera (non al Senato, dove
 la Casa delle libertà aveva avuto 220 mila voti in più). Le prime dichiarazioni che fecero al momento
dell’insediamento del governo Prodi il comunista del Pdci Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti,
 ed il verde Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente, furono per una chiusura definitiva della pratica,
anche se la società Stretto di Messina, con il governo Berlusconi, aveva già appaltato i lavori alla
Impregilo.

         Per i comunisti di Diliberto (Comunisti italiani) e Bertinotti (Rifondazione comunista), i soldi
destinati al ponte sullo Stretto dovevano essere spesi per opere più importanti e urgenti (strade,
autostrade, porti, acquedotti, etc.); e per il verde Pecoraro Scanio, noto ornitologo, era anche un
problema di uccelli, per la preoccupazione (manifestata in tutte le occasioni) che quelli migratori
 andassero a sbattere il becco contro il manufatto in ferro e cemento piantato tra la Sicilia e la Calabria
 (problema che, chiaramente, non si posero a suo tempo i progettisti e costruttori dei ponti di New York,
San Francisco, Istanbul, etc., e non si pongono adesso i loro colleghi che stanno per iniziare i lavori per
la costruzione del ponte più lungo del mondo (27,4 chilometri in due campate di 25 e 2,4 chilometri,
divise da un
  isolotto), che congiungerà la costa africana di Gibuti a quella asiatica dello Yemen e sarà
realizzato con i soldi del ricchissimo fratellastro del terrorista Bin Laden).

         E dunque, si torna a parlare anche del nostro piccolo ponte (poco più di 3 chilometri, la unica
campata). Non ci sono più i 900 milioni di euro che lo Stato italiano aveva destinato alla realizzazione
dell’opera e nessuno sa dire dove siano finiti (non certo per realizzare opere urgenti in Sicilia e Calabria,
come i comunisti ed i verdi avevano promesso), ma è ancora disponibile il contributo stanziato a suo
empo dalla Unione europea (circa il 15 per cento dell’ammontare complessivo della spesa, che dovrebbe
ere di poco inferiore ai 6 miliardi di euro); e la società Stretto di Messina (che Prodi voleva sciogliere ad
ogni costo, su pressioni forsennate di Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio ) è ancora lì, pronta a
riprendere i contatti con la Impregilo per la progettazione definitiva dell’opera.

        Fu il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro (è doveroso ricordarlo) ad opporsi allo
scioglimento; e non perché l’ex magistrato di “Mani pulite” avesse particolarmente a cuore l’aspirazione
del popolo del Sud a disporre di una infrastruttura così importante per la sua economia e per il suo
turismo, quanto perchè non sapeva proprio dove prendere i 4 o 5 milioni di euro che lo Stato italiano
oveva pagare per penalità (inadempienza contrattuale) alla società che aveva vinto la gara d’appalto.
 Una necessità, quindi, o semplicemente un atto di buon senso: comunque siano andate le cose, è certo
che il mancato scioglimento della società agevola adesso non poco la ripresa della pratica.

         Con quali soldi sarà realizzato il ponte che (ricorda il collega Meletti sul Corriere della Sera) è stata
sempre una “bandiera” dei programmi di Berlusconi e del centrodestra? Con il contributo a fondo perduto
dell’Unione europea, nel quadro degli stanziamenti già fatti per il completamento del “corridoio n. 1”
Berlino-Palermo; con i contributi  delle Regioni Sicilia e Calabria, delle Camere di commercio, delle
Province e dei Comuni di Messina e Reggio; ma soprattutto con i fondi privati che sono pronti ad
impegnare finanzieri ed operatori economici italiani e stranieri, i quali avranno poi la possibilità di
recuperarli con la gestione dell’opera per un certo numero di decenni (come faranno il fratellastro di Bin
 Laden ed i suoi amici per il ponte tra l’Africa e l’Asia).

         Insomma, non costerà nulla allo Stato italiano, la gigantesca e importantissima opera che comunisti
 e verdi non volevano e “fortissimamente” non vogliono. E l’attraversamento dello Stretto, per automezzi,
ferrovie e passeggeri, non imporrà oneri superiori ai prezzi che si pagano attualmente alle società private o
alle Ferrovie dello Stato che gestiscono i traghetti. Saranno diversi soltanto i tempi: dai tre quarti d’ora di
oggi (che nelle ore di punta diventano ore e durante le festività di Pasqua, Ferragosto e Natale mezze o
 intere giornate, si scenderà a 2 o 3 minuti. Capito, signori Prodi, Bianchi, Diliberto, Giordano, Pecoraro
 Scanio? 

                                                                          Gaetano Saglimbeni  

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Le foibe degli orrori sul Carso: una vergogna nazionale
che i comunisti italiani hanno tentato di nascondere 

Amnesie storiche di giornalisti e leader
della sinistra “illuminata”; e dopo 60
anni uno sceneggiato tv di Negrin, che
ai giovani di oggi ha fatto capire poco

La storia, quella che nei libri di scuola non abbiamo mai letto (una vergogna per la
quale nessuno ha mai provato e prova rossore), è rimasta purtroppo fuori dallo
sceneggiato. Si sono visti brutali rastrellamenti operati dai camion con stella rossa 
della armata jugoslava, uomini e donne sull’orlo di fossati, con le mani legate sul 
dorso. Nessun accenno al barbaro trattamento riservato alla gran parte di quei 
condannati a morte, che precipitavano giù ancora vivi, perché i carnefici sparavano
solo a 2 o 3 nei gruppetti di 8 o 10 legati con il fil di ferro ed i pochi già cadaveri si
trascinavano nel fondo melmoso i molti che erano ancora in vita. Nessuno ha 
spiegato cosa c'era dietro quei barbari eccidi, quali furono le responsabilità, anche 
tra i comunisti italiani, di chi ha provocato quei mostruosi crimini contro l'umanità

di Gaetano Saglimbeni

        

           L’attesa era per una “fiction” di grande chiarezza che, dopo 60 anni di vergognosi
silenzi, rendesse finalmente giustizia alla comunità italiana dell’Istria: ai 3.000 o 10.000
nostri connazionali (il numero esatto non si conosce e forse non si conoscerà mai) orribilmente
assassinati e gettati nelle foibe del Carso tra il 1943 ed il ‘45 dai comunisti jugoslavi, con la
connivenza o complicità dei “compagni” italiani, ed ai 350 mila profughi dell’Istria, Dalmazia
 e Venezia Giulia costretti a lasciare le loro case e le loro terre per sfuggire alla “pulizia etnica”
ordinata dalle truppe occupanti del maresciallo Tito. Ed invece, con la mini-serie “Il cuore nel
pozzo” diretta da Alberto Negrin e trasmessa in due puntate sul primo canale della Tv di Stato,
 abbiamo assistito ad una telenovela di stampo sudamericano, fatta di buoni e cattivi, amori
puliti e stupri infamanti, ossessioni di coppie, bimbi contesi, persecuzioni e vendette atroci, che
a tutto serve (allo spettacolo certamente) tranne a far capire ai giovani di oggi, ma anche a
genitori e nonni che non hanno mai saputo nulla delle foibe, quello che accadde realmente e
perché accadde. 


 
       La storia, quella che nei libri di scuola non abbiamo mai letto (una vergogna per la quale
 nessuno ha mai provato e prova rossore), è rimasta purtroppo fuori dallo sceneggiato. Si sono
visti brutali rastrellamenti operati dai camion con stella rossa della armata jugoslava, uomini e
donne sull’orlo delle foibe, con le mani legate sul dorso, che si supponeva fossero lì per essere
 ammazzati a colpi di mitraglia dai “titini” (così venivano chiamati nella “fiction” televisiva i
comunisti del dittatore Tito). Nessun accenno al barbaro trattamento riservato alla gran parte
di quei condannati a morte, che precipitavano giù ancora vivi, perché i carnefici sparavano solo
 a 2 o 3 nei gruppetti di 8 o 10 legati con il fil di ferro (“per risparmiare proiettili”, dicevano
cinicamente), ed i pochi già cadaveri si trascinavano nel fondo melmoso i molti che erano ancora
 in vita. Perché siano avvenute quelle mostruosità, quei barbari eccidi, nessuno l’ha spiegato nella
“fiction” televisiva, né i bambini delle coppie assassinate né il prete che morirà da eroe per salvarli.
Più che legittimo il sospetto che non ci sia stata la volontà di spiegarlo.
 

       “La tragedia è immane”, ha scritto Aldo Grasso sul Corriere della Sera, “ma il punto di vista
dello sceneggiato è piccolo: è come se tutto l’odio etnico che sta alla base di quegli eccidi fosse mosso
 da un risentimento personale, l’eccidio si scatenasse per colpa di un paranoico, un dramma politico si
identificasse nella spietata persecuzione messa in atto da un ufficiale dell’esercito jugoslavo per
strappare ad una giovane istriana il figlio nato da uno stupro”. Nessun accenno ai comunisti, a quelli
jugoslavi ed ai “compagni” italiani che fornivano loro gli indirizzi dei “nemici fascisti da rastrellare e
mazzare” e spesso li affiancavano in quegli atti di barbarie. La parola “comunista” non si ascolta
nemmeno una volta in più di quattro ore di trasmissione. Dallo sceneggiato sappiamo invece che la
madre del bimbo nato dalla violenza, che con le sue ossessioni di donna stuprata ed il rifiuto di cedere
 il figlio al padre provoca la spietata reazione dell’ufficiale jugoslavo, era una “fascista”. Non militante,
 non iscritta al partito, forse neppure simpatizzante, ma (per autori e regista della Fiction) “fascista”. 

       Per fortuna degli italiani (giovani, meno giovani e non più giovani), quello che il regista Negrin non
ha saputo o ritenuto di dover spiegare, lo hanno spiegato telegiornali e giornali, sensibilizzati (anche quelli
vicini alle sinistre) dalle ferme prese di posizione delle autorità istituzionali. “Adesso è possibile”, leggiamo
 nel messaggio di Carlo Azeglio Ciampi, allora  presidente della Repubblica, “che ricordi ragionati prendano
posto dei rancori esasperati, perché anche i più giovani conoscano quelle efferatezze, conseguenza delle
ideologie nazionaliste e razziste dei regimi dittatoriali che si resero responsabili del conflitto”. Ed in quello
 dell’allora premier Silvio Berlusconi, promotore con il ministro degli Esteri Gianfranco Fini della legge che
ha istituito ufficialmente il “giorno del ricordo”, fissandolo al 10 febbraio di ogni anno: “Solo il ricordo di
ciò che copre di vergogna l’essere umano può impedire di ripercorrere la stessa strada di odio e generare
medesimi mostri. E’ per questo che nessuna delle pagine della nostra storia può e deve essere cancellata,
anche se il ricordo provoca turbamento, dolore, vergogna”.

       E’ stata nascosta per 60 anni, quella vergognosa pagina di storia italiana, da chi sperava forse (e si
 illudeva) di poterla cancellare per sempre dalla nostra memoria con la morte degli ultimi superstiti. Tutti
nsieme, politici, uomini di cultura, giornalisti, accomunati dalla stessa voglia di nascondere e far dimenticare.
'illustre linguista prof. Tullio De Mauro, ministro per la Pubblica Istruzione con le sinistre che hanno avuto
per decenni il monopolio della cultura e della nostra storia, scrive nel suo Dizionario della lingua italiana
 per il Terzo millennio, alla voce "foiba": "Depressione carsica a forma d'imbuto, costituita dalla fusione di
 più doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per occultare
 cadaveri di vittime di eventi bellici". 

       Di quali "eventi bellici" si trattasse (se di eventi bellici si trattava) e chi fossero le vittime finite in
quelle  "fosse comuni", non lo spiega. Ed è un caso veramente singolare che dizionari, enciclopedie e
testi scolastici, ieni di testimonianze e fotografie sulla famigerata risiera di San Saba (lager nazi-fascista
per migliaia di deportati, ma dove, per quel che si sa, non morì nessuno), non dedichino un solo rigo
alle foibe in cui, a due passi dalla risiera, furono assassinati migliaia di italiani, fascisti e non fascisti,
soprattutto civili, per mano comunista. Per gli illustri esponenti della sinistra “illuminata”, chiaramente,
i morti della ferocissima guerra civile seguita alla conclusione della seconda guerra mondiale si
dividevano in due categorie: quelli di serie A, comunisti ammazzati dai fascisti e degni quindi di entrare
nella storia con tutti gli onori che si riservano agli eroi, e gli altri di serie B, fascisti e non fascisti
ammazzati dai comunisti, condannati ad essere ignorati per sempre dalla cronaca e dalla storia.

       “E’ una pagina dolorosa della storia italiana, troppo a lungo negata e colpevolmente rimossa”, ha
scritto Piero Fassino, segretario della Quercia comunista e post-comunista che oggi fa parte del Partito
democratico, al presidente degli esuli istriani, fiumani e dalmati. “Nelle foibe morirono donne e uomini
colpevoli soltanto di essere italiani. E l’esodo fu l’espulsione in massa di una intera comunità, con
l’obiettivo di sradicare l' italianità da quelle terre. Né il contesto politico del tempo, né l’aggressione
 operata dal regine fascista alla Jugoslavia possono giustificare le sofferenze atroci di cui furono
vittime donne e uomini innocenti”.

       Un particolare balza subito agli occhi. Anche nella lettera di Fassino, come nello sceneggiato di
Negrin, la parola “comunista” non compare una sola volta. E c’è invece, in bella evidenza (come nella
“fiction”) la qualifica di “fascista” alla donna che con la sua ostinazione provocò la vendetta dell’ufficiale
jugoslavo. Solo una coincidenza, la perfetta intesa tra il segretario della Quercia ed il regista dello
sceneggiato? Una “giallista” di grande perspicacia come Agate Christie sosteneva che una coincidenza può
essere solo una coincidenza, ma due coincidenze creano già un sospetto. Ed il sospetto che si voglia fare
ancora oggi opera di mistificazione, al servizio di una verità di comodo (e, soprattutto, di una parte
politica), non sembra del tutto infondato.  

                                                                                                          Gaetano Saglimbeni  

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Le foibe degli orrori sul Carso: una vergogna nazionale
che i comunisti di casa nostra (da D’Alema a Veltroni, a
Fassino, Violante) hanno tentato per decenni di nascondere


"Abbiamo la responsabilità di aver
negato la verità per cecità storica e
pregiudizi ideologici”, ha riconosciuto
con molta onestà Giorgio Napolitano.
Ed il signor Veltroni? Lui, da direttore
della "Unità", non condannò nulla

Incredibili e sconcertanti amnesie storiche di giornalisti e leader della sinistra
“illuminata”: non ne sapeva nulla il Walter che stava nel Comitato centrale del
Partito comunista italiano, che è stato segretario Ds ex Pci e direttore 
responsabile dell’organo ufficiale del partito fondato da Antonio Gramsci?
 
L'hanno nascosta per
60 anni, senza vergogna, quella vergognosa pagina di 
storia italiana, sperando forse (e illudendosi) di poterla cancellare per sempre
dalla memoria popolare con la morte degli ultimi superstiti. Una vergogna che
nei regimi dittatoriali è facile cancellare,ma che nei Paesi liberi e democratici
(come l'Italia) nessuno riuscirà mai a cancellare. 

 

di Gaetano Saglimbeni

         
           
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "E' stato un gravissimo
      errore del Pci", ha detto l'ex dirigente  comunista, "tentare di nascondere una 
     tragica verità che non
poteva e non doveva essere nascosta". Il Giorno del 
     ricordo, per non dimenticare gli orrori delle foibe, è stato istituito nel 2005 dal 
     governo di centrodestra presieduto da Berlusconi e fissato per il 10 febbraio  

           E’ stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a parlare per la prima
volta nel 2007 (dopo 62 lunghissimi anni) di “congiura del silenzio” per i barbari eccidi
di massa compiuti dai comunisti jugoslavi di Tito e dai loro compagni italiani nella cave
del Carso tra il 1943 ed il ‘45.
“Per gli orrori delle foibe ci assumiamo la responsabilità
di aver negato o teso ad ignorare per troppo tempo la verità: per cecità storica e
pregiudizi ideologici”, ha ammesso  con molta lealtà e onestà intellettuale il comunista
Napolitano. Era la seconda
volta in pochi mesi che il capo dello Stato ammetteva i
gravissimi errori del suo partito (il Pci di Togliatti): prima a Budapest, per avere approvato
nel 1956 la sanguinosa repressione dei carri armati sovietici in Ungheria (ritenuta allora
da lui “necessaria per la pace nel mondo”); e poi al Quirinale, per aver nascosto o tentato
di nascondere per troppi decenni le responsabilità dei comunisti jugoslavi e italiani negli

efferati crimini del Carso.

         L’ha ripetuta anche quest’anno, Giorgio Napolitano, la sua duplice ammissione di
responsabilità, nel Giorno del ricordo istituito nel 2005 dal governo Berlusconi per
interrompere quel vergognoso silenzio. “La tragica repressione del popolo giuliano-dalmata”,
ha detto il capo dello Stato nell’incontro al Quirinale con figli e nipoti delle vittime, “fu
scatenato da un moto di odio e furia sanguinaria legato a un disegno annessionistico slavo
che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. E non possiamo, non dobbiamo più
tacere sulle responsabilità (che sono state anche nostre) di aver negato o teso ad ignorare
la verità su quei terribili eccidi, per cecità storica e pregiudizi ideologici. Uno sterminio di
quel genere non doveva e non poteva essere rimosso, ignorato anche dai libri di storia
per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. E’ avvenuto, purtroppo, e dobbiamo
assumercene, ciascuno per la sua parte, le  responsabilità”.  

         Una tragedia immane. Le vittime furono ex militanti fascisti (che i comunisti italiani 
rastrellavano per consegnarli ai compagni jugoslavi) e civili (uomini e donne) che con la
politica ed il fascismo non c’entravano nulla e la cui unica colpa era quella di essere italiani,  
deportati in Jugoslavia o trucidati nelle foibe del Carso. Ignorata per troppi decenni, una
tragedia così mostruosa, dai comunisti di casa nostra che sperava forse (e si illudevano) di
poterla cancellare per sempre dalla nostra memoria con la morte degli ultimi superstiti.
Dov’erano i D’Alema ed i Veltroni, entrambi per tanti anni direttori dell’Unità, organo
ufficiale del Partito comunista italiano? Non ne avevano mai saputo nulla, né da politici
né da giornalisti? Ed i Cossutta, i Pajetta, i Berlinguer,  i Fassino, i Bertinotti, i Diliberto,
tutti all'oscuro di tutto, per decenni?
       
         Ignoravano tutto anche gli autori di testi scolastici, enciclopedie e dizionari. L’illustre
linguista prof. Tullio De Mauro, ministro della Pubblica Istruzione in ben due governi delle
sinistre che hanno avuto per sessant’anni il monopolio della cultura e della nostra storia, ha
scritto alla voce “foiba” nel suo Dizionario della lingua italiana  per il Terzo millennio:
“Depressione carsica a forma d’imbuto, costituita dalla fusione di più doline, al fondo
della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per occultare cadaveri
di vittime di eventi bellici”. Di quali “eventi bellici” si trattasse (se di eventi bellici si trattava)
e chi fossero le vittime finite in quelle  “fosse comuni”, non lo ha spiegato. Ed è un fatto
davvero sconcertante che dizionari, enciclopedie e testi scolastici, pieni di testimonianze e
fotografie sulla famigerata risiera di San Saba (lager nazi-fascista per migliaia  di deportati,
ma dove, per quel che ne sappiamo, non morì nessuno), non abbiano mai dedicato un solo rigo
alle foibe in cui, a due passi dalla risiera, furono assassinati dai comunisti migliaia di italiani,
fascisti e non fascisti.
        
         Nessun libro di scuola, per 62 anni, ha scritto un solo rigo su quello che avvenne sull’orlo
di quelle foibe, con quei poveretti legati con il fil di ferro a gruppi di otto o dieci e fatti precipitare
giù ancora vivi. Sparavano a 2 o 3 di ogni gruppo, gli squadroni comunisti (“per risparmiare
pallottole”, affermarono con incredibile cinismo), ed erano poi quelli colpiti a morte, precipitando
giù, a trascinare gli altri ancora in vita nel fondo melmoso di quelle  “voragini degli orrori”.
Esecuzioni atroci, crimini mostruosi contro l’umanità, non meno truci di quelli nazisti. Non
dovevano saperlo, gli studenti italiani, che anche i comunisti uccidevano alla maniera dei nazisti?
       
         Non ne sapevano nulla, di quegli orrori, i giornalisti Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Sandro Curzi,
Furio Colombo (ex direttore dell’Unità, come D’Alema e Veltroni)? Da giornalista debbo dire con
estrema franchezza che, se i miei illustri colleghi-politologi non sapevano, avevano ed hanno solo
da rimproverare se stessi e le proprie coscienze, perché avevano il dovere di informarsi e
raccontare ai lettori quello che era avvenuto in quelle tragiche fosse. E se sapevano e non hanno
scritto nulla, le loro colpe erano (e sono) ancora più gravi e imperdonabili. Il giornalista deve
raccontare tutto, piaccia o no alla parte politica cui appartiene (se appartiene ad una parte
politica); e, soprattutto, non ha alcun diritto di distinguere tra morti ammazzati degni di essere
ricordati ed onorati (quelli di sinistra, di serie A) e morti ammazzati condannati ad essere ignorati
per sempre dalle cronache e dalla storia (quelli di destra, di serie B o C).
      
         Una pagina vergognosa della storia d’Italia (“mostruosi crimini contro l’umanità”, le
 durissime parole di Giorgio Napolitano), che le sinistre, per quanti sforzi abbiano fatto, non sono
riuscite a cancellare per sempre. Ho seguito in tv le manifestazioni che si sono svolte l’anno scorso
e quest’anno al Quirinale: tanti i "sepolcri imbiancati" in prima fila, le facce di bronzo di tanti illustri
leader della politica italiana di ieri e di oggi sulle quali non sono riuscito a scorgere il rossore della
vergogna. Penso che il commento più serio, vedendo tante facce ingessate di fronte alla coraggiosa
(anche se tardiva) denuncia del presidente Napolitano su questa tragica pagina di storia italiana, lo
abbia scritto Vittorio Feltri, allora direttore di Libero. "Napolitano cambia, i comunisti italiani no".
Anche questa, purtroppo, una tragica verità, che dovrebbe far riflettere seriamente gli italiani sulla
vera natura dei comunisti che si presentano adesso come i campioni dell'etica politica, oltre che
come "il nuovo che avanza". Ad avanzare oggi, in Italia, c'è soltanto la tragica verità sui crimini
mostruosi delle foibe che i D'Alema ed i Veltroni hanno tentato di cancellare (senza riuscirci, per
nostra fortuna) dalla storia italiana. Una vergogna che nei regimi dittatoriali è facile cancellare,
ma in un Paese libero e democratico (come è e continuerà ad essere l'Italia) nessuno riuscirà mai
a cancellare.

 

                                                                                                          Gaetano Saglinmbeni  

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Ricordo di un viaggio che effettuammo insieme come inviati
al seguito di Sandro Pertini, per la prima visita di un presidente
della Repubblica italiana nella Cina del dopo Mao 

Oriana Fallaci, una “adorabile rompiscatole”,
amatissima dai lettori e odiata dai giornalisti

di Gaetano Saglimbeni

          
     
             La giornalista-scrittrice Oriana Fallaci in una delle sue ultime immagini (è morta a
                Firenze il 15 settembre del 2006). Tra gli scrittori italiani di tutti i tempi ha un posto
                di assoluto rilievo: nella vendita di libri in tutto il mondo è seconda soltanto al suo
                illustre conterraneo Dante Alighieri.  

      

     Sandro Pertini l'adorava (il “carissimo collega Sandro", come Oriana Fallaci
chiamava il capo del Quirinale che ci ospitava sul suo aereo per la prima visita di Stato di
un presidente della Repubblica italiana in Cina), ma  tra i giornalisti al seguito erano in molti
a detestarla per i suoi atteggiamenti di super-perfezionista intransigente, le sue fisime, le
invettive, le provocazioni. Un caratterino, spigoloso, difficile da accettare, che non poteva
però offuscare o sminuire le grandi doti umane e professionali della giornalista e della scrittrice,
la forza e la chiarezza delle sue idee, il suo impegno e le battaglie contro i fanatismi, politici e
religiosi, che minacciavano e minacciano purtroppo il mondo civile. Questo è il ricordo di una
grande giornalista e di una “adorabile rompiscatole” (la definizione è di Pertini) che fu mia
compagna di viaggio in Cina, scomparsa il 15 settembre del 2006, all’età di 77 anni, distrutta
dal cancro.

        L’avevo conosciuta quando ero un aspirante giornalista, nella mia Taormina, nel lontano
1960: una Oriana Fallaci trentunenne e già popolarissima (per la mia generazione, era il
Montanelli in gonnella), che sulle pagine del vecchio e glorioso “L’Europeo” ci raccontava tutto suoi
“scontri-interviste” con i potenti della Terra, dai quali, ai miei occhi (ma non soltanto ai miei), era
 sempre lei ad uscire vittoriosa. E la rividi da giornalista professionista venti anni dopo, in quel
viaggio in Cina, avendo la fortuna di poterla frequentare per tre settimane.

        Pertini, nei lunghissimi viaggi in aereo, se la teneva ben stretta nel reparto a lui riservato.
Parlavano di tutto (e tra i due, entrambi chiacchieroni a mitraglia, non saprei dire chi parlasse di
più),  lui con la pipa sempre in bocca, ma non sempre accesa, e lei che accendeva una sigaretta dopo
 l’altra. I miei colleghi no, non l’amavano: per loro, era soltanto una insopportabile rompiscatole,
esibizionista, petulante, intransigente, piena di boria. Nessun riconoscimento per il suo talento, la
 straordinaria forza di volontà che le consentiva di fare quello che ad altri non era consentito, la sua
popolarità, che era già notevole allora e raggiungerà poi vette eccelse nel mondo, non soltanto in Italia
e negli Stati Uniti (che lei considerava la sua seconda patria). Tradotta in una ventina di lingue, la
fiorentina Fallaci è, tra gli scrittori italiani di tutti i tempi, quella che ha venduto  più libri sul pianeta
Terra, dopo il suo grande compaesano Dante Alighieri.

        Grande giornalista, grande scrittrice. E francamente non riuscivo a capire come potesse
 essere tanto odiata dai colleghi. Era certamente una donna agra, spigolosa, testarda, stizzosa,
irascibile, ma anche la più brava. Ed in quel viaggio ebbi modo di scoprire una Oriana che sapeva
anche abbandonare  la ruvida scorza dell’eterna imbronciata per aprirsi alle amicizie, sempre molto
difficili tra colleghi. Sì, sono riuscito ad esserle amico. Ciò che non mi evitò di  prendermi, dalla
super-ambientalista Oriana, una pubblica ramanzina.

        Accadde sul lago di Hanzhou, la “Venezia della Cina”. Viaggiavamo su un grosso motoscafo e le
 hostess ci avevano offerto delle gustosissime mele, molto simili alle nostre “Marlene” dell’Alto Adige.
Ne addentai una e, visto che non c’era un cestino nel quale buttare il torsolo, escludendo di potermelo
mettere in tasca, pensai di doverlo buttare in acqua. Non l’avessi mai fatto. “Ecco la classica inciviltà
degli italiani”, mi apostrofò la furente Oriana, proprio nell’attimo in cui un pesce faceva scomparire
quel che restava della mia mela dalla superficie piatta di quel lago di un celeste chiarissimo che
somigliava tanto a quello del cielo.

      Era anche questa, la Fallaci: pignola, pedante, asfissiante per certi suoi atteggiamenti. Guai a
dirle (come feci io, con una battuta che voleva essere di spirito) che, buttando quel torsolo di mela
in mare, avevo reso felice un pesce: dopo il serio rimprovero, dovetti sorbirmi anche una lunga e
seriosissima conferenza sulle regole della buona educazione e della civiltà dei popoli. Ma non poteva
guastare e non guastò certo la nostra amicizia, quell’episodio. Continuammo a frequentarci per il
resto del viaggio, a parlare di tutto, anche del nostro primo incontro nella mia Taormina. Era sempre
piacevole, indipendentemente dalle sue fisime, la conversazione con lei, ed anche (soprattutto,
dovrei dire) istruttiva. Confesso di avere appreso tante cose, dalla “grande maestra” Fallaci: per
esempio, ad usare (in giornalismo) anche la fantasia.

        Lo ricordo benissimo, quell’incontro del 1960 a Taormina. Ero nell'ufficio stampa della Rassegna
 del cinema che si svolgeva (e si svolge ancora oggi) in estate nel suggestivo scenario del teatro greco.
 Oriana, inviata del settimanale “L’Europeo”, era arrivata a Catania da Roma con lo stesso aereo sul
quale  aveva viaggiato uno dei grandi ospiti hollywoodiani della manifestazione, Cary Grant. Era
inviperita, la Oriana, perché la segretaria e  l’agente dell’attore non le avevano consentito di
intervistarlo sull’aereo, rifiutandosi anche di fissarle l’incontro per una intervista a Taormina. Si rivolse
all'ufficio stampa, la giornalista Fallaci, chiedendo a noi un intervento ufficiale. Ci provammo, ma la
risposta dell’agente  americano fu ancora un “no” secco per l’intervista singola. “Il signor Grant farà
una conferenza stampa per incontrare tutti i giornalisti ospiti della Rassegna”, l’annuncio ufficiale. E
la inviperita Oriana dovette accontentarsi di fare solo un paio di domande all’attore, insieme agli
altri colleghi.

        Scrisse un articolo-fiume, sull’oggetto di quelle domande e su tante altre cose di cui nessuno
aveva parlato nella conferenza stampa. Ricordo ancora il titolo: “A me gli occhi, Arcibaldo” (che era il
nome anagrafico dell’attore).
Splendido articolo: lo lessi e rilessi non so quante volte, allora. Brillante,
caustico, documentatissimo, con un ritratto profondo e autentico del più raffinato dei divi hollywoodiani,
sul piano umano oltre che professionale, e una sorprendente dovizia di particolari (succosissimi per
quegli anni) sulla sua controversa e tormentata vita matrimoniale: cinque mogli, molte amanti (vere
o presunte) e giudizi non
certo esaltanti sull’attore che la macchina pubblicitaria hollywoodiana ed i
giornali avevano per lunghi anni esaltato come uno dei più grandi seduttori del cinema di tutti i tempi
(“eccitante in smoking, elegante in vestaglia, deludente in pigiama, una frana sotto le lenzuola”,
l’irriverente giudizio della ricchissima ed irrequieta ereditiera Barbara Hutton, sua seconda moglie). E
dov’era ambientata l’intervista della Fallaci al divo che non aveva voluto parlare con lei da sola, né in
aereo né a Taormina? Sull’aereo che li aveva portati da Roma a Catania. Fu così che imparai, da
aspirante giornalista, ad usare anche la fantasia nell’esercizio della professione.

      Grande Oriana, bizzosa e geniale, perfezionista fino all’ossessione maniacale e fantasiosa,
 adorabile e sfrontata, corrosiva, sferzante. Con un solo limite, a mio giudizio, non grave ma
condizionante, soprattutto nel nostro mestiere: lei che prendeva tutto sul serio, il  lavoro, le ideologie,
i valori, i sentimenti, mal sopportava che qualcuno tentasse di ironizzare anche sui sentimenti umani.
Ricordo una sua fuga clamorosa durante una premiazione a Messina, per la ironia (inopportuna, forse,
ma non pesante) che un grande umorista, Oreste Lionello, si era permesso di fare su uno dei suoi
libri più sofferti, Lettera a un bambino mai nato.

        Era il 1991 ed Oriana aveva 62 anni. Con due grandi drammi nel cuore: quel bambino che non
aveva potuto o voluto dare alla vita e la morte dell’unico grande amore della sua vita (l’eroe della
resistenza greca Alessandro Panagulis, vittima di un misteriosissimo incidente stradale che, a sentir
lei, sarebbe stato architettato dal regime dei colonnelli), al quale aveva dedicato il libro Un uomo.
Durante il mini-spettacolo seguito alla premiazione, la giornalista-scrittrice non resistette alle battute
dell’umorista Lionello su quel “bambino mai nato”, si alzò di scatto e piantò tutti, insalutata ospite.

        No, la corrosiva e sferzante Oriana non amava che si scherzasse sui sentimenti, sui drammi
umani. Lei,  in quei libri, aveva messo l’anima. E’ la forza dei grandi scrittori lasciare nei libri
“brandelli” della propria anima. Lei li lasciò in ogni rigo di quello che scrisse. E non soltanto nei libri.
 

                                                        

                                                                                                   Gaetano Saglimbeni

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I diari segreti di Marilyn Monroe nel nuovo libro di Gaetano
Saglimbeni, "Trent'anni di giornalismo  in giro per il mondo"

"Sono orribile, il mio involucro invecchia,
chiederò al mio amico truccatore di farmi
bella... Aiuto, sento la vita avvicinarsi,
mentre tutto quello che voglio adesso
è morire", scriveva la disperata Marilyn

Sono le amare riflessioni che la donna più popolare e desiderata del ventesimo
secolo affidava a foglietti di quaderno negli anni che precedettero la sua morte
per ingestione di barbiturici, a soli 36 anni. "La celebrità”, spiegava, "è come il
caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche altro a tavola: a mangiare solo quello
per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può vivere, di
solo caviale no”. Lei, che del "caviale bellezza-celebrità-ricchezza" si era a lungo
cibata, aveva bisogno di pane e di poche altre cose per vivere: di affetto,
soprattutto. E lo chiese fino all'ultimo istante di vita: invano, purtroppo. Non glielo
diedero gli uomini (compresi i potenti della Terra) che avevano avuto il suo corpo

di Claudia Cerati

         “Hollywood è un posto dove si pagano milioni di dollari per un corpo e 50 cents per
l’anima: io avrei rinunziato a molti dei miei guadagni, per guadagnarmi il rispetto dell’anima”.
 Sono le amare riflessioni della donna più popolare e desiderata del ventesimo secolo, Marilyn
Monroe, tratte dai diari segreti che la bella e infelice diva annotava su foglietti di quaderno
negli anni che precedettero la sua morte per ingestione di barbiturici (avvenuta la notte tra il 4
e il 5 agosto del 1962, quando aveva 36 anni).  Diari di “disperata solitudine”, amari e inquietanti,
di cui troviamo ampi brani nel libro che il giornalista Gaetano Saglimbeni, per venti anni redattore
e inviato del settimanale “Gente”, ha pubblicato per i tipi della P & M di Milano, Divi, divine e
divani-alcova - Splendori e miserie della vecchia Hollywood, in libreria nei prossimi giorni.

        Era ammaliante, ricca e famosa, la Marilyn che Clark Gable aveva definito “il più bel corpo
di Hollywood”: vestale e simbolo del sesso, leggenda e mito già in vita.”Ma la celebrità”, scriveva
nei suoi diari, “è come il caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche altro a tavola. A mangiare solo
quello per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può vivere, di solo caviale
no”. Lei, che del "caviale bellezza-celebrità- ricchezza" si era a lungo cibata, aveva bisogno di pane
e di poche altre cose per vivere: di affetto, soprattutto. E lo chiese fino all'ultimo istante di vita:
invano, purtroppo. Non glielo diedero gli uomini (compresi i potenti della Terra) che avevano avuto
il suo corpo.

          Una donna sola, terribilmente sola. L’ultimo dei tre mariti, il drammaturgo Arthur Miller,
 l’aveva piantata da qualche anno. Anche gli amanti l’avevano mollata. Ultimi, a quanto si disse,
i fratelli John e Bob Kennedy: l’uno presidente degli Stati Uniti, l’altro ministro della Giustizia. E
con loro, gli uomini più influenti del potentissimo clan dei Kennedy, a cominciare da Frank Sinatra.
Per le sue inquietudini, le sue debolezze, e quel suo disperato bisogno di affetto, la “donna-bambina”
Marilyn era diventata un personaggio scomodo, ingombrante, forse anche pericoloso (per le grandi
carriere politiche).

       “Sono orribile, ma datemi tempo, mi truccherò la faccia, ci metterò sopra qualcosa di splendente
e sarò di nuovo Marilyn Monroe”, leggiamo in un’altra pagina dei suoi diari. “Il mio involucro
 invecchia, ma io devo ancora nascere. Trentacinque anni vissuti con un corpo estraneo, 35 anni con
i capelli tinti, 35 anni con un fantoccio… Ma io non sono Marilyn, io sono Norma Jean Baker, che è
 il mio nome di ragazza... Perché la mia anima vi fa orrore, come gli occhi delle rane sull’orlo dei
fossi? Quel che ho dentro nessuno lo vede, ho pensieri bellissimi che pesano come una lapide. Vi
supplico, fatemi parlare… Non piangere, bambola mia, ora ti prendo e ti cullo nel sonno... Aiuto, aiuto,
aiuto, sento la vita avvicinarsi, mentre tutto quello che voglio è morire".

         Scritte, chiaramente, un anno prima della morte, quelle drammatiche pagine di diario, visto il
ripetuto richiamo ai suoi 35 anni. “Ed è la conferma”, scrive Saglimbeni, “di una disperata preparazione
alla morte che durava da tempo e deve essere stata per lei il tormento più terribile. Hollywood aveva
pagato milioni di dollari per il suo corpo, ma nessuno si preoccupò mai della sua anima. Produttori e
registi sul set, mariti e amanti nella vita (ed i potenti che si proclamavano suoi amici) usarono il suo
corpo, lo sfruttarono, per poi buttarlo via, come si fa con un limone spremuto. Se ne andò così, sola
e disperata, la diva più desiderata e acclamata del nostro secolo”.

        Whytney Snyder, che fu per anni il suo truccatore personale, consegnò alla polizia una lettera
scritta da Marilyn qualche mese prima di morire. Poche parole, per accompagnare il regalo di una
spilla: “A Whytney, finché sono ancora calda, per ricordargli di venire quando sarò morta. Giurami
che mi farai bella”. Un ultimo cedimento della diva all’orgoglio della propria bellezza, che avrebbe
voluto mantenere ancora per l’ultimo viaggio. Ma la polizia federale di Los Angeles non tenne in alcun
 conto i suoi desideri: al grande amico e truccatore personale della diva Marilyn non fu consentito neppure
di entrare nella sala delle autopsie.

      Era la più ammirata, la più pagata, ed anche la più umiliata diva di Hollywood, oggetto di scherno
 da parte degli stessi produttori e registi che con i suoi film avevano fatto e continuavano a fare
ontagne di dollari. “Esibisce due seni sodi come il granito, ma ha un cervello pieno di buchi come il
formaggio Emmental”, disse di lei con irridente acrimonia il regista Billy Wilder che l’aveva diretta in
Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo. E Howard Hughes, il bizzarro e ricchissimo
 produttore che la inseguì a lungo sperando invano di portarla nel proprio clan e nella propria alcova:
“Sa recitare, e lo fa benissimo, solo una parte, quella del sesso: non chiedetele altro”.

       Non le chiedevano altro, produttori e registi, al di fuori del ruolo che le avevano assegnato e le
imponevano di recitare. “Era lo star-system”, scrive Saglimbeni, “che la voleva bella e un po’ oca,
ammaliante e sensuale, bambola di caucciù con la voce impastata di gin: doveva incarnare il sesso,
lasciarsi desiderare per la sinuosa architettura delle forme, piacere agli uomini per i peccati che
sapeva promettere; e rappresentare il successo, la ricchezza, il divismo, le ammalianti follie di un
mondo falsamente dorato che proprio con lei avrebbe toccato i vertici della ebbrezza. ‘I miei grandi
 amici? I gioielli’… ‘La mia camicia da notte? Cinque gocce di Chanel, nient’altro’… Queste (e mille
 altre) le banalità che i press-agent le mettevano in bocca e le chiedevano di ripetere in tutte le interviste.
 Del suo cervello, bucato o meno, Hollywood non sapeva che farsene. Quando Marilyn, già famosa
come sex-symbol, disse di volere studiare per diventare anche una brava attrice, (‘una attrice vera’,
come lei diceva), i produttori le risero in faccia. ‘Ma che pretende di fare, quella lì’, fu la loro divertita
e cinica reazione. Lei, per iscriversi e frequentare a New York il celebre Actor’s Studio, non esitò a
rompere un contratto favoloso con la Fox, rinunziando a un paio di miliardi degli anni Cinquanta per
quattro film. E il risultato di quella clamorosa rinunzia fu che, quando tornò a Hollywood (al braccio
 del marito drammaturgo Arthur Miller), produttori e registi le chiesero e imposero di fare quello che
 aveva sempre fatto: la bambola ammaliante, sensuale e un po’ oca”.
  

       Tre mariti, tre divorzi. I primi due (un giovane operaio che sposò a 16 anni, Jim Dougherty, e il
campione di baseball Joe Di Maggio, che sposò a 28), li piantò lei: dopo due anni o poco più, il primo;
dopo appena nove mesi, il secondo (l’unico uomo, dicono i biografi, che l’amò davvero e continuerà
ad amarla fino alla morte); dal terzo (Miller, che sposò a 30 ammi e tradì a 33) fu piantata, dopo
quattro anni di ipocrita, nevrotica e impossibile convivenza tra il “cervello più glorificato d’America”
(quello del marito drammaturgo, appunto) ed il “corpo più desiderato del mondo”.

       Amò molto (o si illuse d’amare) anche fuori dal matrimonio. Tra i rapporti che più la esaltarono
 e sconvolsero, portandola ad uno stato di depressione che sarebbe stato il preludio della sua tragica fine,
quello con il cantante-attore francese Yves Montand, suo partner in "Facciamo l’amore". Ma la delusione
he più la sconvolse e la umiliò, a sentire la governante di casa Monroe, fu la conclusione del suo ultimo
 rapporto con Bob Kennedy, quando il centralino del Dipartimento della Giustizia ebbe  l’ordine di non
 passare più all’illustre destinatario le disperate telefonate della diva. L’ultimo rifiuto delle cortesi ma
inflessibili centraliniste avvenne nella tragica serata del 4 agosto, poche ore prima che la celebre e
infelice diva si lasciasse morire”.
 

       L’ultima persona con la quale Marilyn parlò, quella sera, fu Joe Di Maggio junior, figlio del
secondo marito, poco prima delle ore 20. Si confidava spesso con lei, il diciannovenne Joe, che le
voleva bene come a una madre; e con quella telefonata le confidò di aver rotto con la fidanzata. “Ho il
cuore che mi sanguina”, le disse, “perché ne sono ancora innamorato; ma ho dovuto lasciarla, perché
faceva la civetta con tutti i miei amici”. Marilyn cercò di fargli coraggio. “L’amore”, gli spiegò, “è la
cosa più bella e importante che esista al mondo; ma, per amare molto, bisogna anche soffrire molto”.

         Poche ore dopo, la diva più desiderata del mondo era già morta, imbottita di barbiturici, sul letto
a due piazze della sua camera tutta rosa. “L’amore”, conclude Saglimbeni, “l’aveva fatta soffrire tanto,
per lei non c’era stato alcun amico in grado di darle coraggio, di far riaccendere in lei l’amore per la
vita. Ingoiò le pillole (una trentina), mise sul piatto del grammofono un disco del suo grande amico Frank
Sinatra e si addormentò per sempre ascoltando vecchie canzoni d’amore. Era teso verso il telefono, il suo
braccio: segno inequivocabile che fece per telefonare a qualcuno. A un amico per l’ultimo addio o al medico
 per invocare aiuto? E’ la prima ipotesi, chiaramente, la più attendibile: l’aiuto, se voleva, poteva anche
chiederlo alla cameriera che dormiva nella stanza accanto, e non lo chiese. ‘Tutto quello che voglio è
morire’, aveva scritto nei suoi diari. Voleva essere aiutata a morire, non a vivere, la disperata Marilyn”.
 

                                                                                                                            Claudia Cerati

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Un gustoso e intrigante libro del giornalista
Gaetano Saglimbeni, "I peccati e gli amori di Taormina"

Quando Liz Taylor in luna di miele,
gelosa di una provocante “starlet”,
chiedeva gentilmente il mandolino
ad un orchestrale per sfasciarlo in
testa al quinto marito Richard Burton

Grandi amatori,  grandi peccatori, grandi trasgressori, nella “Disneyland 
dei sogni e del peccato”: dive del cinema e baroni-gay, bizzarrie, sfrontatezze, 
provocazioni, estetismi da salotto e follie d'alcova. Ed i famosissimi "giochi 
erotici sotto la pioggia" della baronessa Frieda Richthofen in Lawrence con il 
giovane mulattiere Peppino D’Allura, che al marito scrittore ispireranno il più
scandaloso romanzo del primo Novecento, "L'amante di Lady Chatterley"

di Giancarlo Cortese

              
             Un appassionatissimo bacio di Liz Taylor al quinto marito Richard Burton sulla terrazza del San
       Domenico a Taormina,  dopo che gli aveva sfasciato in testa per gelosia un mandolino.
       Divorzieranno, al ritorno dalla luna di miele, ma poi si risposeranno: Richard sarà anche il sesto
      
dei sette mariti che la popolare e volubile diva avrà in otto matrimoni
          
     

        Amori e peccati, grandi amatori, grandi peccatori, sogni e sfrontatezze, estetismi da salotto
 (“eccentrici amori”, per dirla con Peyrefitte) e follie d’alcova di un’epoca dalle mille contraddizioni
e suggestioni. Ed i “giochi erotici sotto la pioggia”, infuocati e sanguigni, che allo scrittore inglese
David Herbert Lawrence ispirarono il più scandaloso romanzo del primo Novecento, “L’amante di
Lady Chatterley”, protagonisti, nella realtà, la moglie dello stesso Lawrence ed un giovane mulattiere
siciliano di Castelmola. Un secolo e mezzo di turismo a Taormina, nella “Disneyland dei sogni e del
peccato” (come la definì un inviato del “Los Angeles Post"), con i bizzarri e geniali personaggi che si
sono avvicendati sul suo affascinante ed affollatissimo palcoscenico: baroni-gay, dive del cinema,
ereditiere non più giovani al braccio di aitanti e squattrinati play-boy, banchieri, magnati
dell’industria, signore dell’alta finanza, pittori, musicisti, commediografi, scrittori famosi.

       A raccontare la Taormina che fu è un giornalista taorminese, Gaetano Saglimbeni, ex redattore
e inviato del settimanale “Gente”. “Fu Taormina, con Capri”, racconta, “ad ospitare le prime
comunità-gay al sole mediterraneo, nella seconda metà dell’Ottocento: fragili, inquieti e raffinati
rampolli di illustri e ricche famiglie, che cullavano qui i tormenti esistenziali della decadente Europa;
 
intellettuali, artisti veri e presunti, incupiti nei salotti di Berlino, Londra, Parigi, che nella piccola
'oasi' di Sicilia si abbandonarono ad ogni genere di stravaganze e sregolatezze”. 

          E nata e si è affermata con i gay, la Taormina turistica. Per i suoi paesaggi d’incanto, certo,
per il suo clima da eterna primavera; ma anche, se non soprattutto, per i nudi dei giovani figli di
contadini e pescatori ripresi dal  barone-fotografo tedesco Wilhelm Gloeden in pose di languidi
abbandoni, che finirono nei salotti e sui giornali di tutto il mondo ed oggi sono nei più importanti
musei. Un’orgia di corpi nudi, nella quale si tuffò con passione e straordinario godimento il dandy
più geniale e popolare dell’Ottocento letterario inglese, Oscar Wilde, che sarà il primo ad esibire
quelle foto nei salotti londinesi. Andava fiero, l’eccentrico Oscar (arrivato a Taormina senza il
boy
di turno), di averli agghindati amorevolmente, quei “meravigliosi ragazzi”, per l’obiettivo del
suo amico Gloeden.

          Arrivarono nel primo decennio del Novecento le grandi ereditiere, racconta Saglimbeni,
“nobildonne appassite nei salotti londinesi, che il sole di Sicilia accendeva di voglie non del tutto sopite.
 E con i baroni-gay gareggiarono in stravaganze e peccati. Gaie e patetiche, aprivano le loro case e
ville (prese in affitto o acquistate) ai vigorosi ragazzotti locali, ai quali, in cambio di poche carezze e
illusioni d
amore, erano pronte ad offrire cospicue eredità. Esibivano i loro boy-friend passeggiando
mano nella mano (proprio come avevano fatto per anni i baroni, in qualche caso con gli stessi ragazzi
che adesso erano passati alle signore); si abbandonavano ad ogni tipo di smancerie al bar della piazza;
e sulle spiagge (anche in pieno inverno, al tiepido sole mediterraneo) sospiravano tra le braccia
abbronzate dei pescatori dell
Isola bella.       

           Amori e peccati, tanti eccentrici ospiti, tra Ottocento e Novecento, ed in anni meno lontani da
noi, quelli del primo e del secondo dopoguerra. Da Londra, in compagnia della affascinante moglie
tedesca, arrivò nel 1920 lo scrittore Lawrence, che a Taormina (grazie proprio alle follie sessuali della
irresistibile e irrefrenabile moglie) troverà l’ispirazione per il romanzo “L’amante di Lady Chatterley”. Ma
Lawrence, chiarisce Saglimbeni, non figura nel lungo e blasonatissimo elenco dei “grandi peccatori” di
Taormina. I peccati (tra uomo e donna, nel suo caso, trattandosi di un cantore e cultore dell’eros, della
virilità, del ‘tripudio dei sensi nell’istintivo e salutare abbraccio con la natura’), lui li raccontò, non li visse,
o li visse per troppo breve tempo, poco prima e poco dopo il matrimonio, fino ai terribili giorni in cui fu
colpito dalla tisi che lo priverà drammaticamente della virilità e lo porterà alla morte a soli 45 anni.

Raccontò i peccati della moglie, lo sfortunato scrittore, i famosissimi “giochi erotici sotto la pioggia”
cui la quarantunenne baronessa Frieda Richthofen in Lawrence si abbandonò in un vigneto sopra
Taormina con il ventiquattrenne mulattiere Peppino D’Allura di Castelmola. Sarà appunto la signora
 baronessa ad ispirargli il personaggio di Connie Chatterley, affascinante ed inquieta protagonista del
romanzo-scandalo, ed il mulattiere siciliano Peppino D’Allura ad ispirargli quello del guardacaccia Oliver
Mellors.

            Da Parigi, nel secondo dopoguerra, arrivò lo scrittore Roger Peyrefitte (“esteta da salotto”, come
amava definirsi lui), in compagnia dell’aimable garçon Alain Philippe Malagnac, che avrebbe poi adottato
 come figlio prima di darlo in sposo alla cantante Amanda Lear; e con lui, i “grandi innamorati” Jean
Cocteau e Jean Marais, che nel giardino del San Domenico , testimonia Saglimbeni, “passeggiavano
mano nella mano, prendevano il tè seduti sulla stessa panca in pietra, appiccicati come fidanzatini”; e
André Gide, premio Nobel per la letteratura, il quale, seduto su un muretto in strada, aspettava tutte l
e mattine di veder passare il giovane cameriere di cui si era invaghito.

         Dagli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, arrivò il tedesco bavarese Gayelord Hauser, omosessuale
dichiarato, medico-dietologo delle dive hollywoodiane, in compagnia del giovane attore Frey Brown
che per lui aveva abbandonato il cinema; e nella bella villa di Hauser sulla rotabile per Castelmola
(ristrutturata ed arredata in stile più californiano che mediterraneo) arrivò per molti anni, in gran
segreto e sotto il falso nome di Harriet Brown, la “divina” Greta Garbo, che il famoso dietologo delle
 dive era stato sul punto di sposare a Hollywood negli anni Quaranta. Da Hollywood, per la “notte
delle stelle” al teatro greco, arrivarono Marlene Dietrich, Joan Crawford, Rita Hayworth, Lana Turner,
Audrey Hepburn, Shirley MacLaine, Elizabeth Taylor (in luna di miele con il suo quinto marito Richard
Burton, al quale, gelosissima di una "starlet" che lo corteggiava, sfasciò in testa un mandolino chiesto
gentilmente ad un orchestrale nel salone del San Domenico); e Gregory Peck, Cary Grant, Burt
Lancaster, Anthony Quinn, John Huston, Henry Fonda, Anthony Perkins, Charlton Heston, Yul Brynner,
Warren Beatty, Jack Nicholson. Dei vecchi e nuovi colleghi di Hollywood, la “divina” Garbo, non volle
mai vedere nessuno.

         E da oltre Oceano, non ancora famoso, arrivò il “ragazzo terribile” della letteratura americana
Truman Capote, che a Taormina si fermerà stabilmente un paio di anni per scrivere “A sangue freddo”
e “Colazione da Tiffany”: gay simpaticissimo al mercato, dove andava personalmente a fare la spesa,
ma sfrontato e insolente nei salotti, dove l’attore inglese Peter Ustinov gli assesterà una notte un paio di
ceffoni per gli insulti da trivio che aveva rivolto alle signore presenti. Ed il commediografo Tennessee
Williams, già famoso a Hollywood per Zoo di vetro e Un tram che si chiama desiderio, che a
Taormina veniva a trovare in vacanza l’amico pittore Henry Faulkner, esile e allampanato, il quale
viveva qui tutto l’anno in compagnia di una capretta che ospitava in camera da letto (per far curare la
quale, una notte, non esitò a svegliare il medico Nicola Garipoli, sindaco della città).


        Storie affascinanti e amare, favole e drammi, splendori e miserie (la vita, annota Saglimbeni,
“con tutto quello che di carnale, sanguigno, effimero, tragico e grottesco essa offre e ci dà giorno dopo
giorno da rappresentare”), sullo sfondo di quella che è stata (o appariva) la "lussuriosa e sfrontata"
Taormina che il mito ha consegnato alla leggenda. “Una Disneyland del peccato, certo”, conclude
il giornalista-scrittore taorminese Gaetano Saglimbeni, “ma nella quale c’era e c’è ancora tanto spazio
per amatori e sognatori: per amori, sogni e sentimenti veri, puliti”.
    

                                                                                                                                   Giancarlo Cortese  

                                   
                                         
La copertina del libro "I peccati e gli amori di Taormina"di Gaetano Saglimbeni    

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Una storia sessual-letteraria assai stimolante, che
ha interessato e interessa i lettori
di tutto il mondo 

Un giovane mulattiere di Taormina il vero
amante di Lady Chatterley, con il quale
la esuberante moglie dello scrittore inglese
Lawrence si abbandonò ai giochi erotici
sotto la pioggia in un vigneto di Castelmola


di Gaetano Saglimbeni
 

        
                     Due immagini di Frieda Richthofen in Lawrence, moglie dello scrittore David 
           Herbert Lawrence, che ispirò al marito il più scandaloso romanzo del primo 
          Novecento, "L'amante di Lady Chatterley". La prima foto riproduce la 
          copertina del libro "Lady Chatterley e il mulattiere' di Gaetano Saglimbeni 

    Un nome famoso al mondo, possono esibirlo tutte le città: Messina ha il suo Antonello, Vinci il
suo Leonardo, Firenze il suo Dante, Rotterdam il suo Erasmo, Simbirski sul Volga il suo Lenin. E
 Taormina ha il suo Peppino D’Allura. Sì, è lui il taorminese più popolare sul pianeta Terra: il giovane
 mulattiere che, abbandonandosi ai “giochi erotici sotto la pioggia” in un vigneto con la moglie dello
scrittore David H. Lawrence, entrò nella storia della letteratura mondiale, oltre che in quella del
costume. Fu lui ad ispirare al grande scrittore inglese il romanzo più scandaloso del 900, ”L’amante di
Lady Chatterley”, bollato dagli editori d’oltre Manica nel 1930 come “sudicio libercolo di un marito
guardone e impotente” ed uno dei più tradotti all mondo, dal quale sono stati tratti due film di grande
successo, nel 1956 (con Danielle Darrieux ed Erno Crisa) e nel 1981 (con Sylvia Kristel e Nicholas Clay).
            
         Provare per credere, amici lettori: basta “cliccare” su internet la voce “Peppino D’Allura”, con
qualsiasi motore di ricerca, e vengono fuori pagine e pagine (nelle più importanti lingue del mondo)
dedicate alle avventure erotiche di questo giovanissimo “super-maschio” di Sicilia. E di chi è il merito
(o il demerito, fate voi) di aver segnalato il nome di cotanto nostro eroe al mondo? Del sottoscritto, per
 aver rivelato una vecchia storia taorminese, prima con un lungo articolo-scoop sul settimanale ”Oggi”
(nell’agosto del 1990) e poi con un libro, ”Lady Chatterley e il mulattiere”, pubblicato nel 2003 (Armando
 Siciliano Editore).

        Una storia sessual-letteraria assai stimolante, che ha interessato e interessa i lettori di tutto il mondo
e messo in difficoltà i biografi dello scrittore David H. Lawrence, costretti a modificare parte di quanto
avevano scritto sui personaggi che ispirarono il romanzo dello scandalo. Nessun dubbio che fosse stata
 la moglie dell’autore del romanzo ad ispirare quello della protagonista, Connie Chatterley; si trattava
soltanto di stabilire, visto il numero imprecisato di amanti che la signora Lawrence aveva avuto, a stabilire
chi fosse stato l’invidiatissimo suo partner nei famosi “giochi erotici sotto la pioggia”. Il tenente dei
bersaglieri ligure Angelo Ravagli (si era scritto per 60 anni), che era stato amante della signora nel 1926
 durante il soggiorno dei coniugi Lawrence a Spotorno e l’aveva poi sposata in America, vent’anni dopo
la morte dello scrittore. Ipotesi smentita dallo stesso Ravagli, con viva soddisfazione degli inglesi che alla
presunta identità tra il tenente dei bersagliere ligure ed il guardacaccia inglese Oliver Mellors, protagonista
del romanzo, non avevano mai creduto.

        Perfettamente d’accordo invece, gli inglesi, con le rivelazioni provenienti dalla Sicilia. “Il guardacaccia
Mellors ed il mulattiere D’Allura”, ha scritto il “Guardian” recensendo il mio libro, “si somigliano come due
occe d’acqua, fisicamente e caratterialmente, entrambi profondamente legati alla campagna, ai suoi valori,
all’humus delle sue zolle, alla solitudine ed ai silenzi dei boschi”. Ed il “Mail on Sunday”, che alla love story
del mulattiere di Taormina ha dedicato due pagine centrali a colori: “No, con la campagna tanto esaltata
da Lawrence nei suoi romanzi il tenente dei bersaglieri Ravagli, affascinante latin lover di Spotorno, non
c’entra nulla; come non c’entra nulla la villa in una ridente cittadina della costa ligure con il bosco inglese
dei Chatterley, Wragby. Assai convincente, invece, il raffronto tra un bosco inglese e le montagne siciliane
sopra Taormina”.

       Gli incontri tra la quarantunenne baronessa tedesca Frieda Richthofen in Lawrence ed il ventiquattrenne
mulattiere Peppino D’Allura avvennero dal 1920 al ‘22, nei due anni e un mese che il trentacinquenne
scrittore  trascorse a Taormina con la moglie, nella speranza di poter guarire, al caldo sole di Sicilia, dalla
tisi che gli aveva già corroso i polmoni e lo avrebbe portato alla morte a soli 45 anni. Il mulattiere D’Allura
lavorava nelle proprietà di una ricca signora inglese che aveva la sua residenza in collina, oltre Castelmola
(a quel tempo territorio di Taormina). Frieda Lawrence andava da lei a prendere il tè, spesso a pranzo,
scarpinando per trazzere e viottoli impervi. Ed era stata l’amica a metterle a disposizione mulo e mulattiere.
Peppino andava a prendere la signora Lawrence davanti alla casetta di via Fontana vecchia, allora periferia
di Taormina, e si avviavano insieme su per la collina: lei in sella, lui a piedi. All’ora del tramonto, poi,
rifacevano la stessa strada per il ritorno.

         Ed un giorno l’amica in collina attese invano l’ospite per l’ora di pranzo: un improvviso temporale
d’estate bloccò Frieda ed il mulattiere poco oltre l’abitato di Castelmola.  C’era un vecchio
casolare-palmento a portata di strada, al centro di un vigneto: era proprietà del padre di Peppino e lui ne
aveva le chiavi. Vi si rifugiarono, con i vestiti fradici di pioggia. Divertita ed eccitata da quel contrattempo,
la signora baronessa. Premuroso ed imbarazzatissimo, il suo accompagnatore le approntò un giaciglio di
stracci, dietro una catasta di ceste e canestri, le trovò un paio di logori grembiuli (quelli che le contadine
usavano per la vendemmia) per asciugarsi, e tornò rispettosamente fuori, riparandosi sotto un portico.

         Ma la signora restò poco all’interno del casolare. Tornò fuori anche lei, nuda come mamma l’aveva
creata. Volle sfidare ancora la pioggia, correndo su e giù per il vigneto. Ebbra di gioia, chiamava a gran
voce il suo timido e imbambolato mulattiere, perché partecipasse anche lui alla sua ebbrezza: “Vieni
anche tu, senza vestiti, spogliati come me, bellissima la doccia sotto la pioggia…”. E poiché il ragazzo non
si muoveva, e non osava neppure liberarsi degli inzuppatissimi pantaloni e camicia che gli si erano
appiccicati addosso, andò lei a spogliarlo. Cominciarono così, complice un acquazzone di inizio agosto, i
loro “giochi erotici sotto la pioggia”, che la signora baronessa racconterà poi al marito scrittore, nei dettagli
più scabrosi e per lei, certo, non imbarazzanti.

         Durò esattamente 19 mesi il rapporto tra la signora Frieda. Cominciò in un vigneto sotto la pioggia,
proseguì in un campo di gigli, nella vasca della pigiatura dell’uva e nel tino del palmento scavato sotto il
pavimento, poi in un casolare semi-diroccato con il tetto sfondato ed il sole che a mezzogiorno arrivava
a picco sui loro corpi aggrovigliati e ardenti’ (come scriverà Lawrence nel romanzo), e si concluse in
un confortevole mini-appartamento in collina messo a disposizione dei due ‘colombi’ dalla ricchissima
signora inglese che abitava stabilmente lassù ed aveva alle sue dipendenze il giovane mulattiere.

         Sapevano tutti di quella succosissima storia, in paese, ma a nessun cronista venne mai in mente
di scriverla sui giornali: era una delle tante storie tra ragazzi del luogo che avevano rapporti con
straniere. “Maria Concetta Immacolata, la madre di Peppino, era particolarmente fiera e orgogliosa di
quel figlio, come sono state e saranno sempre fiere e orgogliose in Sicilia le madri dei ragazzi che vanno
con le straniere”, ricorda l’ufficiale sanitario Nino Moschella, cugino in seconda di Peppino. “Tanto più”,
aggiunge Mario D’Allura, ex direttore d’albergo ed anche lui cugino non diretto, “che si trattava di una
baronessa, certo un grande onore per un figlio di contadini”.

         Il romanzo di Lawrence uscì nel 1928, stampato in mille copie a Firenze a spese dell’autore (visto
che gli  inglesi si erano rifiutati di pubblicarlo), ed a Taormina se ne seppe dopo molti anni. A Peppino
lo lessero gli amici: lui non sapeva leggere, aveva imparato soltanto a mettere la firma durante il
servizio militare. Glielo leggevano in osteria, nelle lunghe serate invernali: uno
(il più istruito) leggeva,
a capotavola, e gli altri, eccitatissimi, vuotavano na caraffa di vino dopo l’altra.
L’invidiatissimo
mulattiere interveniva spesso: chiariva, spiegava, aggiungeva sempre nuovi particolari a quelli che
aveva già raccontato, quando non poteva immaginava che su quella sua storia potesse uscire
un romanzo, scritto addirittura dal marito della baronessa. A sentir lui, lo scrittore Lawrence non dovette
 lavorare molto di fantasia per descrivere quello che descrisse nelle infuocate pagine de “L’amante di
Lady  Chatterley”. Gli bastò trasferire in un bosco inglese quello che era successo nel vigneto di
Taormina. E non tutto. 
  

                                                                                                                   Gaetano Saglimbeni

  

  Lo scrittore inglese David H. Lawrence, autore del romanzo
  "L'amante di Lady Chatterley", ed il mulattiere Peppino D'Allura
  di Taormina, con il quale la esuberante baronessa tedesca Frieda
  Richthofen, moglie dello scrittore, si abbandonò ai famosissimi
  giochi erotici sotto la pioggia che ispirarono il più scandaloso
  romanzo del primo Novecento

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