Note biografiche  - Libri pubblicati - Tribuna libera - News - Lady Chatterley a Taormina
 

 

                 Tribuna libera - News

                                                 direttore responsabile Gaetano Saglimbeni

------------------------------------------------------------------------------------------------------------

                                                                                    e-mail: gaetano.saglimbeni@alice.it
=============================================================

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Quando la storia di un Paese si decide in alcova 

Gli imbarazzanti diari della contessa
di Castiglione (nel letto di Napoleone III)
che Cavour non riuscì a distruggere

Nel nuovo libro del giornalista Gaetano Saglimbeni,  “I grandi amori
della storia e dell’arte”, rivelazioni inquietanti sulla “missione
parigina” della diciannovenne nobildonna fiorentina inviata a Parigi
per convincere l’imperatore francese ad allearsi con l’Italia nella guerra
per l’indipendenza dall’Austria. Ma protagonisti del libro sono anche
scrittori famosi, musicisti, pittori,
con le loro appassionate lettere alle
amate e tante falsità, crudeltà, truffe.  Favole e follie a Hollywood

di Giancarlo Cortese

          
          Ebbe certamente un ruolo di primo piano nel Risorgimento
italiano la giovane ed affascinante contessa di Castiglione, inviata
da Cavour in ''missione d'alcova'' a Parigi nel 1855 per sedurre
l'imperatore Napoleone III e convincerlo ad allearsi con l'Italia nella
guerra contro l'Austria, ma i suoi diari (che il primo ministro dell'allora
Regno di Piemonte e Sardegna non riuscì poi a distruggere) sono
stati stranamente ignorati nelle manifestazioni per la celebrazione
dei 150 anni dell'unità d'Italia.
         
         Erano imbarazzanti allora e lo sono ancora oggi, non soltanto
per la dettagliata cronaca che la diciannovenne contessa fece dei
suoi rapporti intimi con l'imperatore francese. ''Ho contribuito a fare
l'Italia, ma dall'Italia non ho avuto nulla'', scriverà' anche nei suoi
diari la nobildonna fiorentina, con tanta amarezza. Non ebbe, in
effetti, né onori né prebende: solo un "lento e inesorabile oblio".
Scaricata da tutti, a missione compiuta: dal premier Cavour che
aveva avuto l'idea di mandarla a Parigi e dal re Vittorio Emanuele II
che aveva caldamente sostenuto l'iniziativa. Si voleva evitare,
chiaramente, che la nobilissima causa della unità d'Italia fosse
"macchiata" da quella poco onorevole "missione di letto".

           Quei diari, acquistati all’asta nel 1955 dalla Repubblica
italiana ed assegnati all’Archivio storico di Torino,
 sono riproposti
integralmente (nelle loro parti più salienti) dal giornalista Gaetano
Saglimbeni, ex redattore e inviato del settimanale ''Gente'', nel libro
''I grandi amori della storia e dell'arte'', pubblicato dalla E. Bucalo
Editore (pagg. 240, euro 12,50). Uno spaccato d'epoca di grande
interesse, che vede in primo piano anche un'altra ''eroina d'alcova
per patriottismo'', la giovane contessa polacca Maria Walewska
che, a differenza della nostra contessa di Castiglione, non riuscì
ad ottenere la liberazione per il suo Paese e si innamorò davvero
del grande Napoleone Bonaparte, durante gli incontri nel castello
di Varsavia in cui era stata sospinta dal comitato dei maggiorenti
che comprendeva anche l'anziano marito conte, e partì poi con lui
per Parigi, dandogli un figlio. E con lei, le ''favorite'' di Luigi XV (la
marchesa di Pompadour e la contesa Du Barry, ghigliottinata poi dai
francesi insieme a Luigi XVI a Maria Antonietta), la ex cameriera e
ballerina inglese Emma Lyon (Lady Hamilton dopo le nozze con il
Lord ambasciatore della Gran Bretagna a Napoli sotto i Borboni),
che divenne ''intima'' della regina Maria Carolina, ideando con lei
una ferocissima repressione popolare, e diede pure una figlia
all'ammiraglio Orazio Nelson.

           Ma protagonisti del libro di Saglimbeni sono anche, se non
soprattutto, scrittori famosi, musicisti, pittori, con le loro pene
d'amore e le appassionatissime lettere alle amate, con tante falsità,
crudeltà, truffe. Menzogne a letto ne raccontò tante, il ''sommo
vate'' D'Annunzio, e quattrini alle nobili e facoltose amanti ne
spillò tantissimi,
con raggiri da truffatore incallito. Giovanni
Verga spediva lettere grondanti passione contemporaneamente
a due contesse, giurando eterno amore all'una ed all'altra.
Romantico con le ricche signore che lo ospitavano in ville e
castelli, il giovane musicista Vincenzo Bellini, e cinico con le
ragazze da marito: la dote, per lui, contava più dell'amore.

              Un ''mostro di crudeltà con mogli, amanti, modelle,
persino con le proprie figlie, il pittore spagnolo Pablo Picasso: in
perenne lite con le amanti parigine, si divertiva come un matto a
spegnere la sigaretta sulle loro facce (bruciò' la guancia anche alla
modella Françoise Gilot, madre di due dei suoi quattro figli) e
minacciava pure di buttarle nella Senna.
 Per l'americano Ernest
Hemingway (quattro mogli e decine di amanti in tutto il mondo),
unico vero amore quello giovanile con la bella crocerossina
di “Addio alle armi”, che lo curò' in un ospedale militare a Milano
durante la prima guerra mondiale. Tormentato, dopo la pazzia della
moglie, l'amore di Luigi Pirandello per la sua ''musa''ispiratrice
Marta Abba ("Ho tutta la mia vita in te, la mia arte sei tu e, senza
il tuo respiro, muore", le scriveva). Tormentatissime la vita
sentimentale e l'esistenza del "poeta del pianoforte" Chopin,
respinto dalla ricca famiglia di una innamoratissima allieva
per la tubercolosi che lo porterà alla tomba a soli 39 anni. 

           Amori esaltanti e peccati inconfessabili per i divi del cinema:
la
bella favola di Grace Kelly con il principe di Monaco e le follie
d'alcova di Lana Turner con un gangster, ucciso poi in camera da
letto dalla figlia quindicenne della diva; i pianti di Romy Schneider
e Alain Delon, innamorati separati a Vienna e Parigi, e gli schiaffi
di Ingrid Bergman, Grace Kelly e Audrey Hepburn all'ex cowboy
super-innamorato Gary Cooper per la sua intollerabile sfrontatezza
sul set. E le confidenze del più affascinante dei ''grandi seduttori''
hollywoodiani, Cary Grant: ''Ho amato tanto
Sophia Loren, ma non
ho potuto mai convincerla a sposarmi”.
 

                                                                                                   Giancarlo Cortese

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Comunisti di ieri e di oggi: un dibattito sempre attuale

 

Quando Togliatti dichiarava orgoglioso a Mosca
di avere rinunziato alla cittadinanza italiana per
quella sovietica e sognava di portare il nostro
Paese nell’orbita dell’Urss governata da Stalin

 

 Come italiano”, spiegò l’allora segretario del Pci al XVI Congresso del Pcus, “mi sentivo

un miserabile mandolinista e nulla più; come cittadino sovietico, sento invece di valere
diecimila volte più del migliore cittadino italiano ”. Per nostra fortuna, Giorgio Napolitano,
presidente della Repubblica italiana libera e democratica, non ha seguito il suo grande capo

di Gaetano Saglimbeni
   

             I comunisti ed ex comunisti di casa nostra non hanno gradito che io, da giornalista, abbia ricordato
i precedenti politici dell’ex dirigente comunista Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica
italiana. E debbo pensare che non abbiano gradito neppure la lealtà e onestà intellettuale con cui
l’ottantaseienne inquilino del Quirinale, senza rinnegare il suo passato, ha ritenuto di dover ristabilire la
verità storica sulla feroce repressione dei carri armati sovietici in Ungheria nel 1956, a suo tempo definita
da lui “necessaria per la pace nel mondo”, e sugli orrori delle foibe carsiche negli anni dal 1943 al 45,
ignorati per più di sessant’anni dalle sinistre italiane.
           
            Non dovevo scriverle, quelle cose, a sentir loro: e la singolarissima motivazione di quell'assunto è
che anch'io, un tempo,
ho votato per il Pci. Certo che ho votato per il partito di Napolitano, in anni giovanili,
e per questo non avrei dovuto e non dovrei raccontare, da giornalista, le cose come stavano e come stanno?
Non mi sembra, francamente, un discorso sensato. Ai miei amici o ex amici comunisti voglio semplicemente
ripetere quello che ho sempre detto, e cioè che io non mi sono mai vergognato e non mi vergogno di q1uel
voto, come non si è mai vergognato e non si vergogna il presidente Napolitano. Felicissimo naturalmente,
da parte mia, di aver avuto poi la possibilità di rivedere le mie idee quando, girando da giornalista per la ex
Unione sovietica (compresa la Siberia dei "gulag"), la Cina di Deng Xiao-ping, la Cuba di Fidel Casro, i Paesi
dell'Esteuropeo allora nell'orbita comunista, ho potuto toccare con mano quello che era
nella realtà il comunismo.
             
            Ho scritto tutto di quella mia esperienza, con molta chiarezza (vedi il "Dal vostro inviato" che è uscito
pochi mesi fa). "Solo gli idioti non cambiano idea, quando si rendono conto di avere sposato una causa
sbagliata", scrisse il francese André Gide, premio Nobel per la letteratura, di ritorno da un viaggio a Mosca.
Lui, che era stato tra i grandi "laudatores" del comunismo senza averlo mai visto da vicino, rinnegò poi
totalmente quello che aveva scritto nel suo primo libro sulla Unione sovietica. Ed i comunisti francesi e
di tutta l'Europa (italiani compresi) lo coprirono di insulti, finché rimase in vita ed anche da morto. Avveniva
anche questo, nel mondo comunista di allora.

              Erano in molti (lo sappiamo tutti) gli italiani che, caduto il fascismo, pensavano di fare dell’Italia
un Paese satellite della Unione sovietica (non io, che avevo allora 11 anni). Ricordo, per averle poi lette
 da giornalista, le parole che pronunciò Palmiro Togliatti
al XVI Congresso del Pcus, a Mosca.  E’ motivo
di particolare orgoglio per me avere abbandonato la cittadinanza italiana per quella sovietica”, proclamò
l' allora segretario del Partito comunista italiano davanti ai proletari di tutto il mondo riuniti nella grande capitale
del comunismo europeo. “Io non mi sento legato all’Italia come alla mia Patria”, spiegò, “mi considero cittadino
del mondo, di quel mondo che noi vogliamo vedere unito attorno a Mosca agli ordini del compagno Stalin”. E
concluse: “
Come italiano, mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più; come cittadino sovietico, sento
invece di valere diecimila volte più del migliore cittadino italiano ”.
       
           
Giorgio Napolitano fu per anni braccio destro di Togliatti, ma non mi risulta che si sia mai sentito,
da cittadino italiano, un “miserabile mandolinista“ o che abbia mai sognato di diventare cittadino
sovietico per sentirsi, come il suo grande capo di un tempo, “di valere diecimila volte più del migliore
cittadino italiano”. Una fortuna, per l’Italia, certo: il presidente Napolitano, primo militante comunista
nella storia della Repubblica italiana ad entrare al Quirinale, si proclama ed è certamente il primo
dei grandi innamorati del nostro Paese. Ma perché non raccontare, per filo e per segno, quello
che è avvenuto realmente nella storia italiana, nel bene e nel male? Perché non dovremmo raccontare
passato e presente di tutti i politici? Anche dei nostri presidenti della Repubblica, sissignori. Dell’ex dirigente
comunista Giorgio Napolitano come dell’ex democristiano Oscar Luigi Scalfaro e dell’indipendente
Carlo Azeglio Ciampi. Degli Scalfaro e Ciampi che (è doveroso ricordarlo), divenuti senatori a vita alla
scadenza dei loro mandati presidenziali e quindi non eletti dal popolo, si sono arrogati il diritto di tenere
in piedi con le loro stampelle ed i loro voti determinanti, per due lunghissimi anni, il governo della sinistra
ed estrema sinistra presieduto dal progressista “illuminato” Romano Prodi, nato zoppo dalle urne per
l'assoluta mancanza di una maggioranza numerica al Senato. .     
           
           
Una beffa, certo, per la democrazia. E nessuno che osasse, allora, rileggere la Costituzione, nelle
poche righe che spiegano agli italiani che la sovranità appartiene al popolo, il quale la esercita attraverso
i deputati e senatori che elegge con il voto in libere elezioni. Per tenere in piedi il governo Prodi si
arrivò addirittura a portare in aula con la barella la novantottenne senatrice a vita Rita Levi Montalcini,
non eletta dal popolo e nominata da un presidente della Repubblica non eletto dal popolo
. Era il più
assurdo e paradossale pateracchio che si potesse concepire in un Paese libero e democratico, quel
voto: arrivato provvidenzialmente in barella ed all'ultimo istante, da una scienziata dal nome illustre
ma che nessuno cittadino italiano aveva mai letto e votato su una scheda elettorale, riusciva
miracolosamente a tenere incollate alle poltrone del potere la sinistra del segretario Walter Veltroni e
l’estrema sinistra dei due segretari Fausto Bertinotti e Oliviero Dilibert
o.

           Avevano tutto in mano e le inventavano tutte, allora, le sinistre: oltre che al governo, erano presenti
nelle tre cariche istituzionali più importanti dello Stato (con Napolitano al Quirinale, Franco Marini al Senato
e Bertinotti alla Camera). Silenzio assoluto in Parlamento
sulle provvidenziali ciambelle di salvataggio dei
senatori a vita non eletti dal popolo che, nelle votazioni per la fiducia e non soltanto in quelle, rendevano
vano con un solo voto o due il verdetto contrario espresso dalla maggioranza dei senatori eletti dal popolo.
 
Ed i giornali, cosa scrivevano? Tacevano, le grandi firme della stampa libera e democratica: nessuno si
accorgeva dello scempio che veniva fatto della nostra Costituzione e del sacrosanto diritto dei cittadini,
sancito appunto dalla Costituzione, ad essere davvero un "popolo sovrano".

      
             I
o vado orgoglioso, mi piace ricordarlo agli amici, di aver denunciato quello scandalo, sui
giornali e blog-internet che mi consentivano di scrivere liberamente. Ho sempre scritto in piena libertà,
io, in mezzo secolo di attività professionale. Continuo a farlo da pensionato, piaccia o non piaccia ai
comunisti ed ex comunisti di casa nostra.
                                                                                         

                                                                                     Gaetano Saglimbeni   

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Lettera aperta del giornalista Gaetano Saglimbeni al presidente della Repubblica
Una falsità storica nella celebrazione dei 150 anni
L’I
talia nel 1861 non era ancora unita:

mancavano il Veneto e lo Stato Pontificio

         

                Caro Presidente,

                                       ho apprezzato molto, nei primi anni del suo mandato presidenziale, la lealtà
e l'onestà intellettuale con cui l'ex dirigente comunista Giorgio Napolitano ha ritenuto di dover
ristabilire la verità storica su due avvenimenti politici tra i più mostruosi del secolo scorso: la
sanguinosa e feroce repressione dei carri armati sovietici del 1956 in Ungheria e  il vergognoso
tentativo (andato avanti, purtroppo, per più di sessant’anni) di nascondere agli italiani gli orrori
delle foibe,
i barbari eccidi di massa compiuti dai comunisti jugoslavi e italiani nella cave del Carso
tra il 1943 ed il1945 (migliaia di fascisti e cittadini senza tessere di partiti, uomini e donne, legati

sull'orlo delle foibe a gruppetti di sette-otto con il fil di ferro e fatti precipitare giù ancora vivi,
trascinati dal capo cordata che veniva colpito a morte
con un revolver).

     
           
Ricordo le nobilissime parole che il nostro Presidente ha pronunciato a Budapest
sulla tomba del leader ungherese Imre Nagy, impiccato dopo la sanguinosa repressione dei carri
armati sovietici, che l’allora dirigente del Pci per la politica estera Giorgio Napolitano aveva ritenuto
“necessaria per la pace nel mondo”: "Ci
assumiamo la responsabilità di esserci lasciati condizionare,
nei nostri severi giudizi di allora, dalle falsità diffuse dalla propaganda sovietica e adesso rendiamo
omaggio, con grande commozione e umana solidarietà per i familiari, ai martiri che si sono immolati
per la libertà e la democrazia”.  E quelle che, al Quirinale, ha rivolto ai figli e nipoti delle vittime delle
foibe: “Non possiamo più ta
cere sulle responsabilità (che sono state anche nostre) di aver negato
teso ad ignorare la verità su quei terribili eccidi, per pregiudiziali ideologiche e cecità politica: uno
sterminio
così barbaro non doveva essere ignorato per tanto tempo e non poteva ancora essere
ignorato dai libri di storia, dizionari ed enciclopedie”.
      
           
Parole di grande saggezza e onestà, che
mi autorizzano adesso a richiamare l’attenzione
del presidente Napolitano su un’altra verità storica che non mi sembra sia stata rispettata, nella

celebrazione dei 150 anni della unità d’Italia. Leggo nei libri di storia che l’Italia nel 1861 non era
e non poteva essere considerata unita, visto che mancavano ancora il territorio vastissimo ed
importante dello Stato Pontificio (che si unirà al Regno d’Italia soltanto dieci anni dopo, nel 1871),
quello del Veneto (che si annetterà con plebiscito nel 1866) ed altri territori del Nord, minori
per estensione ma non meno importanti. Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato del
Vaticano, al Quirinale per portare al presidente della Repubblica il messaggio del Papa con i
suoi più fervidi auguri per l’amatissimo popolo italiano, ha ricordato correttamente che anche
lo Stato Pontificio ha contribuito, per la sua parte, a fare l’Italia unita. Certo, ha contribuito: nel
1871, dopo la presa di Roma con la famosissima “breccia di Porta Pia” del 20 settembre 1870,
non nel 18611.
      
           
Domando al presidente Napolitano, che patrocina con tanto entusiasmo e rigore la
imponente celebrazione: era proprio necessario divulgare tra i giovani di oggi una falsità
storica così grossolana? Ed era proprio necessario, oltre che moralmente accettabile, che
si introducesse addirittura in calendario una nuova festività (con il danno non indifferente
che ha provocato alla nostra economia in crisi) per ricordare negli anni o nei secoli una
chiarissima falsità storica?
 

      
           La ringrazio per l'attenzione. Con la stima di sempre

 

                                                                           Gaetano Saglimbeni

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Presentato a Taormina il nuovo libro di Gaetano Saglimbeni

"Dal vostro inviato"

Tante storie, in giro per il pianeta Terra, raccontate
dal cronista di un grande settimanale

di Giancarlo Cortese

Due immagini del meeting per la presentazione del libro "Dal vostro inviato" di Gaetano Saglimbeni a Taormina, nella sala "Belvedere" dell'Hotel Villa Diodoro. Da sinistra: il giornalista Saglimbeni, il giornalista-scrittore Crisostomo Lo Presti, la presidente della Casa editrice Emma Bucalo e il dottore Francesco Spadaro. A destra, un momento del confronto con gli intervenuti.

  1.              E' stato presentato a Taormina il nuovo libro del giornalista Gaetano Saglimbeni, Dal vostro inviato 
    (E. Bucalo editore, pagg. 256, Euro 12,90), dedicato ai trent'anni di giornalismo che l'ex redattore e inviato
    del settimanale Gente ha trascorso in giro per il pianeta Terra. Tante storie, divertenti e amare, affascinanti
    e terribili: il grande “teatro della vita”, con i suoi drammi, le bizzarrie, le assurdità, i paradossi, gioie e dolori, splendori e miserie,  le mille contraddizioni di quello che per Pirandello era il “tragico grottesco quotidiano”
    .
                 

  2.          Gaetano Saglimbeni, 78 anni, è un testimone del suo tempo che non ha mai amato (e non ama) le mezze verità. Ha raccontato e racconta tutto , con nomi e cognomi. Sapido e intrigante il suo ”dietro le quinte” hollywoodiano: Rodolfo Valentino, “un piumino rosa, una cocotte imbellettata”, a sentire le ex mogli. Cary Grant, recordman del bacio più lungo sullo  schermo,a "elegante in smoking, eccitante in vestaglia, deludente in pigiama, una frana sotto le lenzuola”. Greta Garbo e Marlene Dietrich, grandi "divoratrici" di uomini sullo schermo, nella vita si contendevano le amanti, giovani e meno giovani. Il ”monello” Chaplin, noto  ingravidatore di minorenni (che poi era costretto a sposare), insidiò la giovanissima amante al magnate della carta stampata  William Randolph Hearst che lo ospitava sul panfilo in crociera; e quello, sparando al buio tra i fumi dell’alcol, colpì a morte un regista che con quella storia di corna non c’entrava per nulla. E tutto questo mentre il ”giovane leone” Montgomery Clift rifiutava il letto di Liz Taylor e Marilyn Monroe; e la tormentata Marilyn moriva sola e disperata a 36 anni, imbottita di barbiturici, dopo aver chiesto invano un po’ di affetto ai potenti che avevano avuto il suo corpo.

  3.               Uno “spaccato d’epoca”caustico e inquietante. Erano gli anni in cui Liz Taylor, Jean Simmons e Liza Minnelli lavavano pavimenti al "Betty Ford Center"per salvarsi dall'alcol e dalla droga che avevano ucciso a 47 anni la madre di Liza,  Judy Garland, celebre "usignolo d'America"; Paul Newman, dopo la morte del figlio per overdose, si scagliava duramente contro gli intellettuali che parlano della droga come di una moda, senza avvertire i ragazzi dei gravissimi pericoli che corrono; Betty Hutton, la ex "bionda incendiaria" di Hollywood, aveva abbandonato il cinema e la ricchezza, per andare a fare la perpetua, povera tra i poveri, nella parrocchia di una chiesa cattolica del New Hampshire. E , con i divi del cinema, i grandi della politica, della letteratura, della musica, della moda, dello sport: le impennate e gaffe presidenziali del collerico, imprevedibile e simpaticissimo Sandro Pertini in visita di Stato nella Cina del dopo Mao ed il suo incontro con Deng Xiao-ping, l’uomo forte del regime, all’Assemblea del Popolo di Pechino; la regina Elisabetta d’Inghilterra in Canada accanto alla figlia Anna, la principessa amazzone,  disarcionata due volte da cavallo durante le gare olimpioniche; l’acciaccato Breznev alla Olimpiade di Mosca, tenuto in piedi da una maga; il dittatore argentino Videla, passato alla storia come il bieco assassino dei “desaparecidos” durante i mondiali di calcio a Buenos Aires; il re Juan Carlos di Spagna e la regina Sofia in tribuna allo stadio “Santiago Bernabeu” di Madrid per festeggiare con Pertini la terza vittoria mondiale dei calciatori italiani; le interviste sexy del colonnello libico Gheddafi alle belle giornaliste straniere (dalla tenda alla camera da letto); la mini-ginnasta rumena Nadia Comaneci, costretta a subire in patria, dopo il trionfo alla Olimpiade di Montreal, una incivile violenza e persecuzione dal figlio del dittatore comunista Ceausescu; il dissidente sovietico Aleksandr Solgenitsin, premio Nobel per la letteratura, scampato agli orrori del “gulag” in Siberia.

             L'ex imperatrice Farah Diba (in  esilio a Parigi) racconta il pianto a dirotto che fu il suo “sì” alla dichiarazione d’amore dello scià di Persia; Ringo Star, la “farsa” dei Beatles baronetti con droga a Buckingham Palace,; Laurence Olivier, la pazzia della seconda moglie, Vivien Light (“Una notte, per la disperazione, stavo per ammazzarla, poverina”, la sua drammatica confessione); e la fotomodella inglese Twiggy, celebre “miss Stecchetto” degli anni 70,  racconta il gigantesco business che prosperava dietro i suoi 40 o 41 chili di pelle e ossa. “Matte da legare, le ragazze che fanno la fame e rischiano la vita per imitarmi”, il sorprendente e accoratissimo  messaggio  che lanciò al mondo da un ristorante  di Venezia, davanti ad un bel piatto di spaghetti con i frutti di mare: contro le ciarlatanate di dietologi senza scrupoli, complici spesso non involontari di affaristi criminali che sulla pelle di tante credulone (finite in sanatorio, in manicomio o anzitempo all’altro mondo) avevano fatto e facevano montagne di dollari.

  4.            Ed ancora, due storie di sesso in Sicilia, che hanno avuto in epoche diverse grande risonanza in tutto il mondo. La prima riguarda la baronessa tedesca Frieda Richthofen, protagonista nel 1921 dei giochi erotici sotto la pioggia con il mulattiere Peppino D’Allura di Taormina che al marito scrittore (l’inglese David Herbert Lawrence) ispirarono il più scandaloso romanzo del 900, “L’amante di Lady Chatterley. La seconda, il“califfo dei poveri” Pippineddu, siciliano di S. Agata Militello, un Liolà pirandelliano “dispensatore di amore e fecondità”, padre di 36 figli accertati ufficialmente (4 messi al mondo dalla moglie emigrata in America e 32 dalle concubine) e di tanti altri “regalati” in gran segreto a spose che non potevano averne dai mariti. Il Pippineddu-Liolà di S. Agata Militello, impegnatissimo con le donne dell’harem che a turno giacevano nel suo talamo (una per sera, non di più, perché al super-maschio Pippineddu, amatore all’antica, le ammucchiate non piacevano), trovava il modo ed il tempo per occuparsi anche delle sfortunate ragazze del contado che, spose non felici, reclamavano il diritto ad essere mamme. Li concepivano con lui, i figli che desideravano, consenzienti o no i mariti.

                  “Ne ho reso felici tante”, dice oggi il sessantaquattrenne Pippineddu. Quante, non ha mai voluto e non vuole dirlo. “E’ un segreto tra me e le loro mamme, che non sempre hanno potuto parlarne serenamente in famiglia. Perché dovrei turbare la loro vita familiare, rivelando cose che non possono e non debbono essere rivelate? Posso dire soltanto che ne incontro spesso in strada, ragazzi che so essere figli miei, e vorrei abbracciarli come abbraccio tutti gli altri, ma ad essi non posso dire di essere il loro papà. E’ un dramma,  certo, per me. Ma ricordo anche i drammi delle loro mamme, quando venivano a confidarmi di non essere in grado di concepirli con i loro mariti, i figli che desideravano tanto .Le ho fatte felici io, quelle povere ragazze. Ed ho fatto felici anche i mariti che, consapevoli o no di quello che era avvenuto nel mio letto, si sono poi assunti la paternità delle creature che sono venute al mondo”.   

                 Tutti felici, insomma. Come nella famosa commedia del siciliano Luigi  Pirandello ,che il “califfo” Pippineddu non ha mai visto in teatro né letto ed ha interpretato benissimo per una quarantina di anni, da uomo d’onore. Nell’harem, con le concubine ufficiali (tra le quali, una madre e la figlia, due sorelle, una zia e la nipote, che ai giornalisti dichiaravano di non conoscere la gelosia), non c’erano segreti. Ma le spose che volevano mantenerle il segreto, per ragioni comprensibilissime, potevano contare sulla assoluta discrezionalità del super-maschio. Il quale offriva i suoi servigi anche a domicilio o in cascinali di campagna, al riparo da occhi indiscreti. Anche da quelli delle concubine che attendevano il turno per passare una notte con l’amatissimo Pippineddu e non sempre erano disposte a tollerare intrusioni.  
     

                                                            Giancarlo Cortese

 

                                                                                                                                                                                                                                        
    Il giornalista Gaetano Saglimbeni, ex redattore e inviato del settimanale "Gente", autore del libro "Dal vostro
    inviato - Trent'anni di giornalismo in giro per il mondo".  Ha  già pubblicato "I peccati e gli amori di Taormina"
    (P&M), "Album Taormina" (Flaccovio editore),
“Salvo Randone, na vita a teatro” (P&M), “Divi, divine e divani-alcova:s
    splendori e miserie della vecchia Hollywood" (P&M), “Lady Chatterley e il mulattiere” (Armando Siciliano editore), 
    " I peccati e gli amori di Taormina”, nuova edizione aggiornata
(Armando Siciliano editore)   

 
----------------------------------------------------------------------------------------------------------
 

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La prefazione che il giornalista Gaetano Saglimbeni ha scritto per un libro postumo
del regista
-attore taorminese Giovanni Cutrufelli, pubblicato dalla Regione Siciliana

Ricordo di un maestro del teatro
che insegnò a "capire" Pirandello

Asciutte e profonde, misurate e sofferte, umanissime, le sue interpretazioni di “Sei
personaggi in cerca d’autore”, “Enrico IV”, “Il piacere dell’onestà”. Nessuna concessione
al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del teatro italiano (da Ruggero Ruggeri a
Renzo Ricci, a Memo Benassi), che non avevano certo giovato alla comprensione del
non facile teatro pirandelliano(nella storia del teatro resteranno, soprattutto, le
memorabili interpretazioni di Salvo Randone e Romolo Valli)

          

        

di Gaetano Saglimbeni

       

                 Pirandelliano anche nelle attenzioni per i biografi, oltre che interprete tra i più sensibili e “veri” del teatro pirandelliano, il regista-attore Giovanni Cutrufelli, messinese di nascita e taorminese d’adozione. L’agrigentino Luigi Pirandello, premio Nobel per la letteratura nel 1934, lasciò ai biografi un prezioso volumetto dal titolo originalissimo, Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra, che riguardavano anche la sua vita privata, non soltanto quella artistica; e Cutrufelli, nel suo piccolo, un libro di ricordi limitati alla “esperienza di homo activus in un campo della vita culturale italiana”, con un titolo per nulla originale ma certamente intrigante, Attori, spettatori ed assessori, con sottotitolo assai esplicativo, “50 anni terribili di teatro (con nomi e cognomi)”.

      
  Terribili, certo, le battaglie che il capocomico Cutrufelli dovette sostenere e pervicacemente sostenne per mezzo secolo con Regione Province, Comuni grandi e piccoli). Meno terribili, comunque, dei drammi che il commediografo  Pirandello visse in famiglia per la pazzia della moglie e, prima del matrimonio, per le vergognose scappatelle sentimental-sessuali del padre con una nipote, che lo scrittore racconterà nella novella Ritorno (il quattordicenne Luigi, quando li scoprì a letto, non esitò a sputare in faccia alla ragazza, inimicandosi così il padre per sempre). Cutrufelli no, non dà informazioni sulla sua vita privata, sulle sue donne (tante, quasi tutte nel mondo dello spettacolo e già sposate), sul matrimonio in età matura con l’ultima primattrice della sua compagnia, concluso pochi anni dopo, molto amichevolmente, con una separazione di fatto che non impediva loro di continuare a lavorare insieme.

          Un artista dal “cuore ballerino”, l’amatissimo Giovanni Cutrufelli (Janì, per gli amici). Ed alla fine, come spesso accade in questi casi, una vecchiaia in penosa solitudine. Lui la trascorse con il fiero contegno di chi sentiva di poter badare ancora a se stesso, come aveva fatto per decenni prima di sposarsi: non nella sua Taormina, dove aveva realizzato nel dopoguerra i grandi spettacoli al teatro greco, ma a Fiumefreddo di Sicilia, un piccolo centro rivierasco in provincia di Catania, dove il Comune gli aveva affidato una scuola di recitazione  (e furono gli allievi a festeggiare l’ultimo suo compleanno, l’ottantatreesimo, il 10 maggio del 2005). Taormina, alla quale aveva dato molto, contribuendo a lanciarla turisticamente nel mondo con i suoi spettacoli recensiti con grande risalto dalla stampa italiana e straniera, lo aveva quasi del tutto dimenticato.

        
 Non ne faceva un dramma, il vecchio Janì, della dimenticanza dei grandi amici di un tempo (che pur doveva pesargli molto). E neppure dei tanti acciacchi che lo avevano colpito,a cominciare dalla sordità che col passare degli anni era diventata totale. Sostenuto da una incrollabile gioia di vivere e di lavorare, continuava a preparare i suoi spettacoli (sempre più modesti, purtroppo, rispetto ai grandi successi di un tempo), a cercare contributi e finanziamenti che non sempre arrivavano, a dirigere, a recitare. Sì, recitava ancora, potendo contare su una memoria prodigiosa e affidandosi alle preziosissime risorse del mestiere, gli occhi inchiodati ai movimenti labiali dei compagni di scena per “agganciare” la battuta nell’attimo giusto. Con l’apparecchio acustico attaccato all’orecchio, proprio non riusciva a recitare. ”Mi mette in testa tanta confusione”, spiegava, “e corro il rischio di perdere il filo del discorso”.
        

 

            Ho lavorato con lui per una decina di anni in gioventù, come segretario di compagnia tuttofare (dattilografo, trovarobe, suggeritore, addetto stampa, cassiere), prima di abbracciare la professione di giornalista. Voleva fare di me anche un attore, il maestro Cutrufelli, affidandomi particine sempre più impegnative: non ci riuscì (per demerito mio, chiaramente), ma debbo dire che mi insegnò tante cose, soprattutto a scrivere, lui che era anche un validissimo commediografo e traduttore (tradusse dal francese in due settimane il Britannicus di Racine in versi martelliani, quando decise di presentarlo al teatro greco, visto che non esisteva una traduzione in italiano). Lo delusi non poco, quando lasciai la compagnia e la mia Taormina (lo dissi chiaro e tondo, al caro Janì, che quel modo di far teatro, condizionato delle elargizioni della politica, non poteva assicurare prospettive serie alla compagnia ed a tutti noi), ma continuammo a frequentarci e nei dieci anni che ho trascorso a Messina come redattore della Gazzetta del Sud ebbi il piacere di recensire un paio dei suoi spettacoli. Mi trasferii poi a Milano, redattore e inviato del settimanale Gente, e le nostre strade si separarono del tutto.

         

         Ci ritrovammo a Taormina dopo due decenni: io giornalista in pensione, lui sempre sulla breccia, capocomico e impresario di se stesso. Era già pieno di acciacchi, il mio vecchio maestro. Dialogare con lui era pressoché impossibile: l’apparecchio acustico gli funzionava raramente e male (“Con gli introiti del teatro”, mi confessò, “non posso consentirmene uno di prima qualità”), ed al bar o in strada ero costretto spesso a scrivere su un foglietto o sulla pagina di un giornale le mie domande e le risposte alle sue. Ci scrivevamo lunghe lettere, per capirci meglio. Difficile, in quelle condizioni, anche il dialogo per telefono: lui aveva sempre bisogno di una persona accanto, che ascoltasse e gli riferisse.

     
  Mi telefonò l’ultima volta nel giugno del 2005 per chiedermi l’indirizzo dell’editore Flaccovio di Palermo che aveva pubblicato il mio Album Taormina, al quale pensava di mandare il libro che da anni teneva nel cassetto. “Sono in convalescenza a Messina, in casa di una delle mie nipoti”, mi disse. “Ho subìto un bruttissimo intervento chirurgico e me la sono davvero vista brutta”. Stava molto male, faceva una gran fatica a parlare, forse anche (intuivo) a stare in piedi. Ma a sorreggerlo, con la grande voglia di vivere, c’era ancora la speranza di poter tornare a lavorare. “Ho tante cose da fare”, mi spiegò, “programmi di un certo rilievo, ai quali lavoro da anni, e devo realizzarli, prima di tirare le cuoia”. Se ne andò nel giro di un mese, dopo un secondo inutile intervento chirurgico. Ed anche il libro, con i programmi, restò nel cassetto. 

         
 Un libro di ricordi (“una raccolta, alquanto disordinata, di aneddoti ed episodi”, lo definisce lui) che è una piccola storia del teatro italiano, vissuta con gli attori più importanti della nostra scena in quello che un giornalista argentino definì “il luogo di spettacolo più incantevole del mondo”, il teatro greco-romano di Taormina. Tanti nomi illustri, da Gualtiero Tumiati ad Annibale Ninchi, Salvo Randone, Paola Borboni, Tino Carraro, Lilla Brignone, Gian Maria Volonté, Elena Zareschi, Enrico Maria Salerno, Rossella Falk, Tino Buazzelli, Sergio Fantoni, Anna Miserocchi, Giulio Bosetti, Ileana Ghione, Alberto Lupo, Lydia Alfonsi , Glauco Mauri, Ottorino Guerrini, Turi Ferro, Vittorio Sanipoli. Era il siracusano Randone il suo attore preferito: lo ebbe nel Giulio Cesare  di Shakespeare (come Marc’Antonio, accanto a Carraro che era Bruto), nel Don Giovanni di Molière (con Buazzelli-Sganarello), nella Fiaccola sotto il moggio di D’Annunzio, nella Ifigenia in Tauride di Goethe. Esaltanti, i primi anni della carriera; “terribili”, come scrive lui, quelli che seguirono. Perché far teatro, per Janì Cutrufelli, non era un mestiere (o un affare, come per molti suoi colleghi), ma una sorta di missione.

         
         ”Bisogna portare il teatro nelle piazze, anche nei piccoli Comuni”, non faceva che ripetere, “e contribuire così ad elevare culturalmente le masse”. Lo ripeteva soprattutto ai politici, quando bussava a quattrini. Non bastavano mai, i finanziamenti. E quando le somme a disposizione
  finivano, spesso ancor prima che la  stagione programmata si concludesse, il “missionario” Cutrufelli sapeva come far vibrare il cuore dei politici. Ricorda nel libro che Giuseppe D’Angelo, assessore al Turismo e Spettacolo perché in bilancio non disponeva più di una lira, chiese al segretario particolare di andare a prendergli in tesoreria l’assegno mensile dei suoi emolumenti di politico e lo consegnò al capocomico questuante Cutrufelli. Ciò che farà poi, e più di una volta, un altro  assessore regionale, Natale Di Napoli, ex compagno di scuola del caro Janì. Miracoli dell’arte, che riuscivano anche a far giustizia dei tanti luoghi comuni sui politici aridi, avidi e cinici, preoccupati soltanto di rastrellare denaro pubblico per i loro affari (non sempre puliti). Ai politici siciliani il “missionario del palcoscenico” Cutrufelli riusciva a tirar fuori  i soldi anche dalle loro tasche. 

            Grande uomo di teatro, un maestro, e non soltanto per i siciliani. “Interprete tra i più sensibili e intelligenti del vero Pirandello”, lo definì Giorgio Prosperi, critico teatrale del Tempo di Roma, accostandolo addirittura ai “grandi” Salvo Randone e Romolo Valli. Di certo possiamo dire che Giovanni Cutrufelli insegnò a “capire” Pirandello anche ad illustri registi e attori della scena nazionale. Asciutte e profonde, misurate e sofferte, umanissime, le sue interpretazioni di Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV, Il piacere dell’onestà. Nessuna concessione al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del teatro italiano (da Ruggero Ruggeri a Renzo Ricci, a Memo Benassi, per intenderci), che non avevano certo giovato alla comprensione del non facile teatro pirandelliano (nella storia del teatro resteranno, soprattutto, le memorabili interpretazioni di Randone e Valli).

          

          Ricordo il famosissimo monologo de L’uomo dal fiore in bocca, che ho sentito decine di volte dal siciliano Cutrufelli ed una volta dal genovese Gassman. Il grande Vittorio lo “recitava” benissimo, con maestria e toni da Accademia d’arte drammatica, mentre il nostro Janì semplicemente lo “viveva”, con straordinaria umanità e verità, ed il famoso e tanto criticato cerebralismo pirandelliano (quello che per troppi anni aveva allontanato le grandi masse dai teatri) diventava poesia. Gassman era Gassman, certo, e la voce di Cutrufelli era piuttosto stridula, anche quando erano lontani gli acciacchi della vecchiaia. Ma il teatro, quello vero, non ha bisogno soltanto di voci bene impostate: ha bisogno, soprattutto, di interpretazioni vere, autentiche, di grande umanità e verità, dove tutto (anche il copione più ostico) diventa poesia.

          Sulla edizione dei Sei personaggi andata in scena a Taormina (al Palazzo Corvaja ed al teatro greco) e portata poi in tournèe in Sicilia, a Roma, a Milano e in Germania, Giorgio Prosperi scrisse: “Conoscevo Cutrufelli come regista e nume indigete del teatro  e respiro classico al teatro moderno. Basti pensare che ha rappresentato Pirandello e Gide all’aperto, tra colonne greche, davanti all’Etna. Non lo conoscevamo come attore, e iersera, scoprendolo nella parte del Padre nei “Sei personaggi” al teatro Parioli, abbiamo apprezzato una dimensione del personaggio che non sempre era emersa con altri interpreti, anche illustri”. E la tedesca Ursula Joek, sul più diffuso quotidiano di Bonn: “Avevo visto altre edizioni del lavoro. Ma per la prima volta ho tremato come una foglia davanti alla tragedia umana di quei personaggi. Abbiamo finalmente visto del vero grande teatro. Signor Cutrufelli, ritorni subito a Bonn, e tante grazie!”.
  

    
   Tanti successi, recensioni di autorevoli critici su giornali italiani e stranieri, che il vecchio maestro custodiva gelosamente in grossi album, insieme alle fotografie dei vari spettacoli. Ma lui non era il tipo che si rassegnasse a vivere di ricordi: era sempre al lavoro, un progetto dopo l’altro, e sempre in giro per bussare a quattrini. Gli ultimi anni di vita, a parte i malanni fisici, dovevano riservargli purtroppo preoccupazioni ed amarezze anche sul piano economico, visto che gli uomini di teatro non sempre riescono a vivere con la sola pensione, e lui (poco diligente nei versamenti dei contributi previdenziali per la propria attività) ne aveva maturata una di poche centinaia di euro.

         
       
Cosa dire di questo suo libro, rimasto per tanti anni in un cassetto? Si impone per il valore autobiografico, certo; ma anche per l’interessantissimo “spaccato d’epoca” che offre sul teatro italiano e sui grandi attori che ne furono protagonisti per mezzo secolo. Tanti gli episodi divertenti. Quello della Borboni che, nel chiostro dei Benedettini a Catania, uscì nuda nel salone in cui erano stati allestiti i camerini per attori e attrici, lo conoscevo già, avendo assistito personalmente alla scena. Nuda dall’ombelico in giù, a 57 anni, lei che era stata la prima attrice in Italia, quando aveva meno di 30 anni, a presentarsi in palcoscenico nuda dall’ombelico in su. Nel salone che un tempo era attraversato dai frati salmodianti, la spiritosissima Paola passeggiava in ciabatte (unico indumento nella metà inferiore del suo corpo), con solenne e provocatoria disinvoltura, in polemica con il regista Cutrufelli che aveva preferito la trentanovenne Elena Zareschi per il ruolo di Agrippina nel Britannicus di Racine, mentre lei si era dovuta accontentare di quello ben più modesto di Albina; ed alla moglie di Vittorio Sanipoli che la invitava a rientrare in camerino rispose candidamente: “Perché, non ho un bel corpo?…”.

          

        Altra amenità, quella del vecchio Annibale Ninchi che al teatro greco di Taormina non si presentò in scena con gli altri attori ed il regista, alla fine dello spettacolo (Ifigenia in Tauride di Goethe), per una assurda protesta nei confronti del pubblico che aveva dimenticato, pensate un po’, di fargli l’applauso di sortita riservato ai grandi attori. Soltanto adombrata invece la “fuga” della primadonna Lilla Brignone che minacciava di abbandonare le recite della Orestiade al teatro greco per protestare contro il Cutrufelli (ancora e sempre lui, questa volta in veste di impresario) che aveva dato in contratto 100 mila lire più di lei all’ancora giovane anche se molto bravo e già popolarissimo Enrico Maria Salerno. Ritirò poi la minaccia, la signora Brignone  quando il suo avvocato le spiegò al telefono da Roma che, per penale, avrebbe dovuto versare quasi il doppio di quello che aveva già incassato. Avveniva anche questo, in quegli anni, nel teatro italiano: scenate di esemplare stupidità (a livello di bambini capricciosi e petulanti), tra grandi attori super pagati e invidiosi dei compensi altrui.

      
 Sapido e stimolante, il “dietro le quinte” raccontato dall’uomo di spettacolo Cutrufelli, con una scrittura elegante, agile (molto giornalistica), godibilissima. Caustico, il vecchio capocomico-impresario, nei confronti delle signore-bene che il teatro dicevano di amarlo, a parole, e si tiravano poi indietro quando c’era da pagare il biglietto d’ingresso (in Sicilia, a, il biglietto-omaggio è stato sempre esibito come uno status symbol ed i politici continuano a farne anche un uso clientelare); rabbiosamente polemico nei confronti dei super-burocrati dello spettacolo che “stanno lì solo per mettere bastoni tra le ruote, anche quando c’è la buona volontà dei politici”. E durissimo, il grande interprete pirandelliano Cutrufelli, con gli illustri “idioti” che irrisero per decenni il siciliano Pirandello, con tanta supponenza e senza aver capito nulla del suo teatro.

       
 Ricordo quello che mi disse quando lo intervistai per Gente, nel 1985: “Una vergogna per la cultura italiana, quegli attacchi scriteriati: ci son voluti decenni per far capire agli illuminati critici di casa nostra quello che all’estero avevano capito da tempo, e cioè che ci trovavamo e ci troviamo di fronte al più grande commediografo che l’Italia abbia mai dato al mondo”, la sua  dura ed amarissima filippica. E mi diede da pubblicare le fotocopie di una ventina di lettere autografe che grandi uomini di cultura gli avevano inviato da tutto il mondo per un numero speciale ella rivista Intervallo su Pirandello (lettere che io conoscevo già, per averle lette a suo tempo in 0riginale). “Pirandello è una delle più grandi menti creative del nostro tempo”, scriveva il romanziere americano Louis Bromfield. Ed il commediografo inglese Thomas Stearns Eliot: “A Pirandello dobbiamo tutti qualcosa”. Orgoglioso di quelle lettere, firmate da autorevolissimi letterati e autori teatrali stranieri, il pirandelliano Cutrufelli non usava mezzi termini negli attacchi agli “illustri idioti della cultura italiana”.

       Due paroline, per concludere, sui “Pensieri vari a mo’ di prefazione” (anche questi in stile pirandelliano) che l’autore piazza all’inizio del libro. Aveva pensato a Giulio Andreotti, il mio amico Janì, per la prefazione: sì, al “divino” Giulio che ebbe il primo incarico di governo, come sottosegretario al Turismo e Spettacolo, proprio quando Cutrufelli iniziava la serie dei grandi spettacoli al teatro antico di Taormina, nei primi
 anni 50, e seguì con molta attenzione e simpatia sue iniziative. Penso che, se gli avesse chiesta la prefazione, l’ex presidente del Consiglio ed oggi senatore a vita Andreotti non si sarebbe tirato indietro. La chiese a Giorgio Prosperi, ma il critico teatrale romano morì di lì a poco; poi a Domenico Danzuso, critico teatrale de La Sicilia di Catania, che la morte se la sentiva già addosso e declinò cortesemente l’invito. Così la prefazione del libro è toccata al sottoscritto (76 anni), tra i pochi collaboratori del maestro Cutrufelli che sono ancora in questo mondo. 

          

        L’invito a scriverla mi è venuto dalla vedova, l’attrice Gigliola Reyna. E l’ho accettato con piacere, naturalmente. Felicissimo di poter scrivere del mio maestro e amico Janì, dopo la morte, quello che ho scritto quando era in vita. Convinto come sono sempre stato e sono che un uomo con il suo ingegno, dopo il felicissimo esordio al teatro greco di Taormina con gli attori più importanti della scena italiana, non doveva restare in Sicilia ad aspettare le elargizioni dei politici; che un regista-attore con la sua intelligenza e sensibilità interpretativa meritava ben altri palcoscenici (nell’interesse del teatro, chiaramente); che un artista deve fare l’artista, non l’impresario, e non può, non deve in nessun caso rischiare il suo patrimonio fino a perderlo completamente (come fece lui, vendendo e svendendo con tanta leggerezza tutto quello che aveva). La mia stima per il regista e l’attore Cutrufelli è stata ed è immensa; quella per l’impresario Cutrufelli, bassissima, vicina allo zero. L’ho sempre detto e lo confermo. Con tanta amarezza, che è quella degli amanti del teatro. Siamo stati in pochi, purtroppo, a godere della sua arte.  
 
                                            
Gaetano Saglimbeni

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Teatri di serie A e di serie B o C: qualche domanda ai responsabili
di Taormina-Arte ed al sindaco di Taormina che ne è il presidente

A Palermo la storica “Aida”realizzata
da Franco Zeffirelli alla Scala nel
lontano 1963, un trionfo; a Taormina,
quella di Enrico Castiglione, un fiasco

di Gaetano Saglimbeni

     Il Teatro Massimo di Palermo ha presentato nella stagione 2008-09 una Aida storica, che il regista Franco Zeffirelli realizzò nel 1963 alla Scala di Milano, ed è stata un trionfo, come era ampiamente prevedibile; Taormina-Arte ha presentato al teatro greco, nella stagione estiva2009, una Aida ben più modesta, firmata dal regista, scenografo e direttore artistico Enrico Castiglione, ed è stata un fiasco, come ampiamente previsto (e non sorprende affatto che a stroncarla sia stato anche il critico della Gazzetta del Sud, il quotidiano di Messina che è tra gli sponsor ufficiali delle manifestazioni di Taormina-Arte).  

          Come nel calcio, esistono teatri di serie A e di serie B. Il Massimo di Palermo non è certo la Scala di Milano, ma è certamente di serie A e fa benissimo a dialogare con quelli che sono considerati (a buon diritto) i campioni assoluti della lirica italiana e mondiale. Ciò che, purtroppo, non riesce a fare il teatro antico di Taormina, pur essendo uno dei più famosi e prestigiosi al mondo. Niente serie A, per la lirica gestita da Taormina-Arte in questo celeberrimo teatro: l’
Aida e la Cavalleria rusticana di questa stagione, come la Bohème, la Turandot, la Traviata, la Medea degli anni scorsi, sono decisamente da serie B, e l’Aida di quest’anno forse da serie C.

         Cantanti assolutamente non all’altezza: unica nota positiva, quest’anno, il giovane soprano Chiara Taigi, che ha interpretato Santuzza nella Cavalleria rusticana. Regia molto approssimativa, quella dell’Aida, su un apparato scenografico indubbiamente spettacolare (anche per il magico apporto del computer) ma di dubbia praticità. Zeppa di ingenuità (da dilettanti, si direbbe)la regia di Patricia Panton nella Cavalleria rusticana diretta da Keri Lynn Wilson, con  un macchiettismo di maniera che ha rischiato in certi momenti di far precipitare il dramma in una farsa.

         E per dare un giudizio serio sull’orchestra dell’
Aida (una formazione nuovissima, diretta da Fabio Mastrangelo), mi limiterò a  raccontare quello che ho visto e sentito alla terza ed ultima serata, mentre salivo con mia moglie le scalinate dietro la scena per raggiungere la gradinata centrale numerata. Pochi minuti prima dell’inizio dello spettacolo, un giovane maestro sostituto, battendo ritmicamente il tempo con la voce e con le mani, tentava ancora di insegnare ai trombettieri in costume come scongiurare nuove stecche nella famosissima marcia trionfale. Roba da recita parrocchiale, non da teatro antico. E tutto questo, davanti a centinaia o migliaia di spettatori che salivano come me quelle scale, sbigottiti per tanto pressappochismo, improvvisazione e impudenza. Con il risultato che le stecche dei trombettieri si sono poi ripetute durante lo spettacolo, come e forse più che nelle serate precedenti, e quell’imbarazzante “dietro le quinte” (peri taorminesi davvero mortificante) resterà impresso a lungo nella memoria di tanti turisti, italiani e stranieri: al teatro greco di Taormina, chiaramente, nessuno si aspettava e si aspetta di trovare una orchestra di quel livello.  

          Sono un taorminese che ama il suo teatro come la propria casa; da  giornalista, per gli spettacoli presentati qui in un trentennio (prosa, musica, danza), e per la famosissima ”notte delle stelle” legata un tempo alla consegna dei premi cinematografici “David di Donatello”, ho scritto pagine esaltanti sul settimanale Gente, su vari quotidiani, in libri; e adesso non posso non esprimere il mio sdegno nei confronti di chi continua a trastullarsi con questo preziosissimo tesoro d’arte, facendo scempio del suo prestigio con spettacoli raffazzonati. Un spettacolo di altissimo livello, debbo dire, l’ho visto quest’anno nel nostro teatro: quello del Roberto Bolle nuovo astro mondiale della danza. E, da taorminese, ne vado orgoglioso. Denaro pubblico speso benissimo: ecco uno spettacolo che fa onore a Taormina  ed al teatro che è il suo fiore all’occhiello. E per le due opere liriche, invece, denaro pubblico speso male: con spettacoli mediocri (soprattutto nelle voci, che nella lirica sono quelle che contano, insieme all'orchestra) e buggerature cocenti per il pubblico, numerosissimo sia nelle tre serate di Aida che nelle due di Cavalleria  rusticana.

       
  Un pubblico, bisogna ricordarlo, che aveva fatto sparire in pochi giorni l’intero pacchetto dei posti numerati già nel mese di luglio, al solo annuncio delle due opere in cartellone, a conferma che la domanda di lirica a Taormina e in Sicilia è enorme. Hanno acquistato a scatola chiusa, gli spettatori siciliani (e le agenzie di viaggio per i “pacchetti” da offrire ai turisti italiani e stranieri), come avviene da decenni all’Arena di Verona, il grande teatro all’aperto del Nord che sulla lirica ha sempre puntato e continua a puntare. Solo che a Verona, per l’Aida, la Traviata, la Bohème, il Trovatore e tante altre opere (ne ho  viste parecchie quando vivevo a Milano, anche per motivi di lavoro), arrivano poi le migliori firme del mercato italiano e mondiale; ed a Taormina, invece, anno in scena giovani non sempre di talento, accanto a vecchi “tromboni” ormai sfiatati. E sono turlupinature che il pubblico non può tollerare. Il grande teatro ed il pubblico di Taormina, bisogna ricordarlo a chi forse l'ha dimenticato, sono e debbono essere considerati di serie A, non di serie B o C.   

           Mi si dice che Taormina-Arte non ha i soldi di Verona e neppure la sua struttura finanziaria, sostenuta da sponsor privati, fondazioni e banche, oltreche dal denaro pubblico, mentre da noi si deve contare quasi esclusivamente sul denaro pubblico, che non sempre arriva nei tempi giusti per consentire una programmazione seria e ordinata. E’ certamente vero. Ma è anche vero (verissimo, purtroppo) che il poco denaro stanziato dalla Regione o da enti pubblici, in Sicilia, si disperde in mille rivoli, programmi insignificanti e dispendiosi, che non sempre hanno a che vedere con il mondo dell'arte, ed  una miriade di assunzioni per nulla necessarie e spesso neppure utili, a beneficio di parenti e amici. Il solito clientelismo elettorale, che si perpetua e ingigantisce negli anni (anche con la distribuzione dei biglietti omaggio, che il sindaco di Taormina ha deciso adesso di gestire attraverso la propria segreteria particolare, come se Taormina-Arte fosse una sorta di feudo personale). Penso che sarebbe il caso di rendere pubblico l’elenco aggiornato delle assunzioni, con nomi e cognomi dei fortunati e delle fortunate e la specifica dei gradi di parentela (non dico rapporti di letto) che li legano ai manovratori politici di turno: sono personalmente convinto che, leggendolo, saremmo tutti in grado di capire tante cose.

            Ma il problema
non è soltanto la carenza di fondi (accentuata, chiaramente, dagli sperperi). I saggi dicono che il bisogno aguzza l’ingegno e si possono fare cose egregie anche con pochi sold. E’ quello che hanno fatto i responsabili del Teatro Massimo di Palermo, un ente che non mi sembra navighi nell’oro. Proviamo a farci dire quello che hanno speso per la ripresa dello storico allestimento di Aida realizzato da Zeffirelli per la Scala e mettiamolo a raffronto con quello che hanno incassato, con gli abbonamenti quadruplicati ed una serie incredibile di repliche a teatro esauritissimo: ci renderemo conto che, nel raffronto tra costi e ricavi, loro hanno fatto un affarone, con quella iniziativa ad altissimo livello che ha onorato Palermo, la Sicilia ed il pubblico del Teatro Massimo, e  noi, con quella robetta da serie B o C, oltre a non rendere onore a Taormina, alla Sicilia ed al pubblico di uno dei più famosi e prestigiosi teatri del mondo, abbiamo fatto un pessimo affare, perché cinque serate a teatro esaurito non sono riuscite certamente a coprire le spese.

         Sono questi, cari signori di Taormina-Arte, i discorsi che si debbono fare, con molta serietà professionale e onestà intellettuale, se vogliamo davvero cambiare le cose. E Il discorso vale anche per il festival del cinema, sul quale ho sentito (finalmente!) parole molto serie da parte del nuovo assessore regionale al Turismo. “Una manifestazione importante, questo festival ”, ha tenuto a precisare l’ex senatore Nino Strano, “ma certamente da rivedere, nella struttura amministrativa e nella formula. Può anche restare in vita, se vogliamo, a patto però che trovi una formula dignitosa, in grado, se non proprio di competere con Venezia e Cannes, almeno di non sfigurare. Mantenerlo nelle condizioni in cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di tutta Italia per scrivere poche righe su film che difficilmente arriveranno nelle comuni sale cinematografiche, è un inutile spreco del denaro pubblico”.  

           Parole chiare di un politico che ama parlar chiaro. Penso alle opere liriche, ai balletti, ai concerti ed agli spettacoli di prosa ad alto livello che si potrebbero presentare al teatro greco con il denaro pubblico attualmente impegnato per un festival del cinema che è già tanto se riesce a raccogliere 500 o 600 spettatori a sera (di cui almeno 400 con biglietti omaggio), in un teatro tristemente vuoto.
Aida e Cavalleria rusticana, quest’anno, hanno fatto cinque pienoni con biglietti soprattutto a pagamento. La realtà è questa. Della quale, se vogliamo parlare seriamente, politici e pubblici amministratori responsabili non possono non tener conto.
 

                                         Gaetano Saglimbeni

------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Incontro a Taormina con il nuovo assessore regionale Nino Strano
Idee chiare per rilanciare il turismo,
precipitato in Sicilia a livelli paurosi

"Il nostro primo impegno”, ha detto l’ex senatore del Pdl, “sarà quello di
eliminare le manifestazioni inutili. Mantenere in vita il festival del cinema
nelle condizioni in cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di
tutta Italia per scrivere poche righe su film che con l’arte hanno poco a che
vedere o che non arriveranno mai nelle comuni sale cinematografiche, è un
inutile spreco del denaro pubblico, oltre che un oltraggio alla cultura ed alle
tradizioni della terra di Sicilia, ai nostri grandi autori di teatro e di cinema”  

di Gaetano Saglimbeni

       Per il suo primo incontro sul territorio, come assessore della Regione siciliana per il Turismo, le Comunicazioni ed i Trasporti, il catanese di nascita e taorminese d’adozione Nino Strano, 59 anni, ex senatore del Popolo della libertà, non poteva che scegliere la “sua” Taormina, alla quale spetta di diritto (da più di mezzo secolo) il ruolo di capitale turistica della Sicilia. Ed è stato un incontro assai proficuo: per la straordinaria competenza dell’uomo politico al quale la Regione ha affidato un settore così delicato e importante per la nostra economia e per la grande chiarezza con cui si è parlato della attuale disastrosa crisi. Per rilanciare il  turismo con la terapia giusta, c’è bisogno di avere idee chiare sulla diagnosi; ciò che, purtroppo, non sempre è avvenuto in passato. E tutti sappiamo che il disastro di oggi (molto più grave a Taormina ed in Sicilia che in altre regioni d’Italia) è per gran parte frutto di diagnosi e terapie sbagliate.

        Una situazione economica gravissima, con il quasi dimezzamento delle presenze alberghiere ed il rischio di chiusura per tante piccole e medie aziende, anche nel settore del ristoratori e commercianti. D’accordo che la crisi riguarda l’Italia, l’Europa e il mondo intero, non soltanto la nostra Taormina; ma nessuno potrà mai perdonare agli amministratori del Comune una assoluta e deprecabile mancanza di iniziative che avrebbero potuto certamente rendere meno disastrosi i danni ad imprenditori e lavoratori. Il denaro pubblico è finito, come sempre, nei mille rivoli del clientelismo più smaccato e vergognoso, alla faccia dei poveri lavoratori che rischiano adesso di non raggiungere il periodo di occupazione indispensabile per poter godere poi, a rapporto di lavoro concluso,degli assegni di disoccupazione incassati negli anni scorsi. C’è anche questo pericolo, purtroppo.

        Ispirato a grande serenità, ma severo nei giudizi e per nulla disposto a tacere sulle responsabilità di politici e pubblici amministratori, l’intervento del neo assessore Strano. “Le responsabilità sono certamente di chi, avendone la possibilità e il dovere, non è riuscito a intervenire in tempo per mettere un argine al disastro”, ha detto, “ma anche, bisogna dirlo, di albergatori e ristoratori  che continuano a pensare di  poter lavorare soltanto cinque o sei mesi l’anno, per poi spassarsela nel resto dell’anno in viaggi e soggiorni all’estero, in ville della Thailandia o alle Maldive. Non si rendono conto, questi signori, che il turismo stagionale è ormai insufficiente a sostenere l’economia di una città che vive di turismo ed i clienti devono andare a
cercarseli tutto l’anno, in Italia e all’estero, se vogliono tenere in vita le loro aziende alberghiere e commerciali, con la doverosa tutela dei diritti di chi vi lavora”.

        “Lo farò io per loro e spero con loro”, ha assicurato il neo assessore regionale.“Dobbiamo cercarli in Veneto e in Emilia Romagna, i clienti per gli alberghi di Taormina e della Sicilia, in Piemonte, in Liguria, in Toscana e ovunque ci sono pensionati disposti a soggiornare in quest’isola meravigliosa a prezzi non proibitivi. Debbono capire, i signori albergatori, che è anche nel loro interesse, non soltanto della città, tenere aperti gli alberghi tutto l’anno con prezzi ragionevoli, anziché  tenerli aperti soltanto per cinque o sei mesi a prezzi alti o altissimi. E dobbiamo allettarli, gli ospiti, con manifestazioni serie,  spettacoli di grande interesse: quelli che riempiono i  teatri, non quelli che piacciono a certe élite culturali e salottiere e lasciano i teatri vuoti”.

        Chiaro il riferimento a Taormina-Arte. “Una manifestazione importante”, ha tenuto a precisare l’assessore Strano, “ma certamente da rivedere, nella struttura amministrativa e nella formula.Bisogna scegliere bene i  programmi che vanno per il teatro greco in estate (prosa, musical, concerti, lirica, operetta, danza, il grande cinema dei “David di Donatello”) e quelli che al Palazzo dei congressi debbono tenere il cartellone tutto l’anno. Il festival del cinema resti pure in vita, a patto però che trovi una formula dignitosa, in grado non dico di competere con Venezia e Cannes, ma almeno di non sfigurare. Mantenerlo nelle condizioni in cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di tutta Italia per scrivere oche righe su film che con l’arte hanno poco a che vedere o che non arriveranno mai nelle comuni sale cinematografiche, è un inutile spreco del denaro pubblico”.  

        Parole chiare, di un politico che ama parlar chiaro. “Il mio programma? Rimettere in moto”, ha spiegato, “la riedizione del Circuito del Mito che ha operato con grande successo in Sicilia nel 1997 e ‘98, con un programma preciso: tenere aperti da gennaio a dicembre i grandi teatri all’aperto di Sicilia e quelli al chiuso, ed i siti archeologici, le grandi cattedrali, i musei, con spettacoli di prosa e concerti affidati ad artisti e complessi famosi”. Ricordiamo benissimo quelle importanti stagioni. C’era lui, allora, alla guida dell’Assessorato regionale al Turismo, il Nino Strano non ancora deputato e senatore della Repubblica, e sono stati anni di grande fervore per la Sicilia e per il turismo di Taormina che avrebbe poi raggiunto, all’inizio del nuovo secolo, un record assoluto di presenze alberghiere. E’ la dimostrazione, chiara ed inequivocabile, che lavorando bene, con serietà e intelligenza, i risultati si raggiungono.

        E adesso? “E’ l’immagine di Taormina e della Sicilia che va rilanciata”, ha concluso il neo assessore. “Bisogna inventare eventi importanti, di sicuro richiamo, per uscire da una crisi paurosa e devastante, che è figlia (anche questo bisogna spiegare) di un nostro rilassamento generale, non soltanto della congiuntura mondiale sfavorevole; inventare sistemi più efficaci per propagandare la nostra splendida terra. Non possiamo più illuderci di poter vivere ancora sugli
allori. Dobbiamo muoverci nel mondo dello sport, come abbiamo fatto con le Universiadi, ed in quello della cultura, dell’arte, trovando
sponsor internazionali. Ed aprire nuovi musei, d’intesa con l’assessorato ai Beni culturali, favorire la nascita di nuove fondazioni culturali e artistiche, promuovere premi letterari. L’Unione europea è oggi in grado di distribuire fondi a regioni grandi e piccole, ricche e povere, ed è un delitto non spenderli, lasciando irresponsabilmente che altri (più furbi e certamente più seri di noi) se ne impossessino. I fondi europei debbono servire per realizzare infrastrutture, strade, porti, teatri, musei,  palazzetti dello sport, campi di calcio, tennis, golf. Altro settore importante,  sul quale si può e bisogna lavorare molto, è quello cinematografico e televisivo, ttraverso la Film Commission. La Sicilia dispone di scenari naturali e di un clima ideali per produzioni cinematografiche e televisive, che costituiscono preziosissime
opportunità di espressione e di lavoro anche per giovani artisti siciliani”.

        La Film Commission esiste a  Taormina dal 2007; ed è lui, l’eclettico Nino Strano, l’attivissimo presidente. Due i suoi “fiori all’occhiello”: lo spot sulla Sicilia fatto realizzare al grande Michelangelo Antonioni, con Maria Grazia Cucinotta e le musiche di Lucio Dalla, e uno dei tre episodi del film Grande, Grosso e Verdone”, con Carlo Verdone, prodotto dal Aurelio de Laurentis. Più che con la sua attività di uomo politico, questa presidenza è in felice sintonia con quella che è stata la sua passione giovanile, il teatro. Nino Strano, lo ricordiamo, è stato assistente alla regia con Mauro Bolognini per i film Metello con Massimo Ranieri, e Un bellissimo novembre, tratto dal romanzo di Ercole Patti; assistente-regista per la Bohème di Puccini al Teatro Massimo di Palermo, la Norma di Bellini,  la Zaira di Bellini e Il pipistrello di Strauss al Teatro Massimo di Catania.

        Artista poliedrico e politico di grande creatività, insomma. E Taormina spera nelle sue invenzioni, adesso che dal banchi del Senato (ricordate il suo show con mortadella e champagne per la caduta del governo Prodi?) è tornato a fare l’assessore regionale in Sicilia, dopo due legislature a Roma prima come deputato e poi senatore, e una non felice campagna elettorale europea che gli ha procurato ben 103 mila voti personali (di stima e di simpatia), ma non gli ha garantito un seggio a Strasburgo. Chissà che non sia adesso un bene, per Taormina e la Sicilia,
quella sua clamorosa, amara e dignitosissima bocciatura nelle elezioni europee. 

                                                                                                               Gaetano Saglimbeni

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Si realizza finalmente un vecchio sogno dei siciliani

E con Berlusconi Il governo è tornato
a parlare concretamente del ponte
sullo Stretto che i verdi ed i comunisti
avevano deciso con Prodi di affossare

Non ci sono più i 900 milioni di euro che lo Stato aveva destinato alla realizzazione 
dell’opera e nessuno sa dire dove siano finiti (non certo per realizzare opere urgenti 
in Sicilia e Calabria, come i comunisti ed i verdi avevano promesso), ma è ancora 
disponibile il contributo stanziato a suo tempo dalla Unione europea (circa il 15 per 
cento dell’ammontare complessivo della spesa, che dovrebbe essere di poco
inferiore ai 6 miliardi di euro); e la società Stretto di Messina (che Prodi voleva 
sciogliere ad ogni costo) è pronta a riprendere i contatti con la Impregilo, la società 
che si è aggiudicata la gara d’appalto durante il governo Berlusconi. E ci sono 
naturalmente i finanzieri italiani e stranieri disposti ad impegnare i capitali necessari, 
da recuperare poi con la gestione dell’opera per un certo numero di decenni

di Gaetano Saglimbeni

   
      
  Il ponte sullo Stretto di Messina in un suggestivo plastico. Con Prodie le sinistre al governo sembrava 
      che il progetto fosse stato accantonato definitivamente; ed invece se ne riparla, in termini molto concreti.
     "Il ponte sulla Stretto
è sempre stato la bandiera di Silvio Berlusconi e del centrodestra", ha scritto il
     Corriere della Sera ". E la partita. per fortuna dei siciliani, si è adesso riaperta.

         “Due governi di centrosinistra”, ha scritto Giorgio Meletti sul supplemento economico del Corriere della Sera di lunedì 11 febbraio, “non sono bastati per affossare il progetto per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. E adesso, con la prospettiva che il centrodestra di
Berlusconi torni con le elezioni del 13 e 14 aprile a palazzo Chigi, dopo i 20 mesi del governo Prodi, la partita si riapre”.

          Era stata chiusa, come tutti ricordiamo, nell’aprile del 2006, per effetto dei 24 mila voti che le sinistre e l’estrema sinistra avevano ottenuto più del centrodestra alla Camera (non al Senato, dove la Casa delle libertà aveva avuto 220 mila voti in più). Le prime dichiarazioni che fecero al momento  dell’insediamento del governo Prodi il comunista del Pdci Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti,  ed il verde Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente, furono per una chiusura definitiva della pratica, anche se la società Stretto di Messina, con il governo Berlusconi, aveva già appaltato i lavori alla Impregilo.

         Per i comunisti di Diliberto (Comunisti italiani) e Bertinotti (Rifondazione comunista), i soldi destinati al ponte sullo Stretto dovevano essere spesi per opere più importanti e urgenti (strade,
autostrade, porti, acquedotti, etc.); e per il verde Pecoraro Scanio, noto ornitologo, era anche un
problema di uccelli, per la preoccupazione (manifestata in tutte le occasioni) che quelli migratori
 andassero a sbattere il becco contro il manufatto in ferro e cemento piantato tra la Sicilia e la Calabria (problema che, chiaramente, non si posero a suo tempo i progettisti e costruttori dei ponti di New York, San Francisco, Istanbul, etc., e non si pongono adesso i loro colleghi che stanno per iniziare i lavori per la costruzione del ponte più lungo del mondo (27,4 chilometri in due campate di 25 e 2,4 chilometri, divise da un
  isolotto), che congiungerà la costa africana di Gibuti a quella asiatica dello Yemen e sarà realizzato con i soldi del ricchissimo fratellastro del terrorista Bin Laden).

         E dunque, il governo è tornato  a parlare anche del nostro piccolo ponte (poco più di 3 chilometri, la unica campata). Non ci sono più i 900 milioni di euro che lo Stato italiano aveva destinato alla realizzazione dell’opera e nessuno sa dire dove siano finiti (non certo per realizzare opere urgenti in Sicilia e Calabria, come i comunisti ed i verdi avevano promesso), ma è ancora disponibile il contributo stanziato a suo tempo dalla Unione europea (circa il 15 per cento dell’ammontare complessivo della spesa, che dovrebbe essere di poco inferiore ai 6 miliardi di euro); e la società Stretto di Messina (che Prodi voleva sciogliere ad ogni costo, su pressioni forsennate di Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio ) è ancora lì, pronta a riprendere i contatti con la Impregilo per la progettazione definitiva dell’opera.

        Fu il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro (è doveroso ricordarlo) ad opporsi allo scioglimento; e non perché l’ex magistrato di “Mani pulite” avesse particolarmente a cuore l’aspirazione del popolo del Sud a disporre di una infrastruttura così importante per la sua economia e per il suo turismo, quanto perché non sapeva proprio dove prendere i 4 o 5 milioni di euro che lo Stato italiano doveva pagare per penalità (inadempienza contrattuale) alla società che aveva vinto la gara d’appalto. Una necessità, quindi, o semplicemente un atto di buon senso: comunque siano andate le cose, è certo che il mancato scioglimento della società agevola adesso non poco la ripresa della pratica.

         Con quali soldi sarà realizzato il ponte che (ricorda il collega Meletti sul Corriere della Sera) è stata sempre una “bandiera” dei programmi di Berlusconi e del centrodestra? Con il contributo a fondo perduto dell’Unione europea, nel quadro degli stanziamenti già fatti per il completamento del “corridoio n. 1” Berlino-Palermo; con i contributi  delle Regioni Sicilia e Calabria, delle Camere di commercio, delle Province e dei Comuni di Messina e Reggio; ma soprattutto con i fondi privati che sono pronti ad impegnare finanzieri ed operatori economici italiani e stranieri, i quali avranno poi la possibilità di recuperarli con la gestione dell’opera per un certo numero di decenni (come faranno il fratellastro di Bin  Laden ed i suoi amici per il ponte tra l’Africa e l’Asia).

         Insomma, non costerà nulla allo Stato italiano, la gigantesca e importantissima opera che comunisti e verdi non volevano e “fortissimamente” non vogliono. E l’attraversamento dello Stretto, per automezzi, ferrovie e passeggeri, non imporrà oneri superiori ai prezzi che si pagano attualmente alle società private o alle Ferrovie dello Stato che gestiscono i traghetti. Saranno diversi soltanto i tempi: dai tre quarti d’ora di oggi (che nelle ore di punta diventano ore e durante le festività di Pasqua, Ferragosto e Natale mezze o intere giornate, si scenderà a 2 o 3 minuti. Capito, signori Prodi, Bianchi, Diliberto, Giordano, Pecoraro
Scanio? 

                                                                          Gaetano Saglimbeni  

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 

Le foibe degli orrori sul Carso: una vergogna nazionale
che i comunisti italiani hanno tentato di nascondere 

Amnesie storiche di giornalisti e leader
della sinistra “illuminata”; e dopo 60
anni uno sceneggiato tv di Negrin, che
ai giovani di oggi ha fatto capire poco

La storia, quella che nei libri di scuola non abbiamo mai letto (una vergogna per la
quale nessuno ha mai provato e prova rossore), è rimasta purtroppo fuori dallo
sceneggiato. Si sono visti brutali rastrellamenti operati dai camion con stella rossa 
della armata jugoslava, uomini e donne sull’orlo di fossati, con le mani legate sul 
dorso. Nessun accenno al barbaro trattamento riservato alla gran parte di quei 
condannati a morte, che precipitavano giù ancora vivi, perché i carnefici sparavano
solo a 2 o 3 nei gruppetti di 8 o 10 legati con il fil di ferro ed i pochi già cadaveri si
trascinavano nel fondo melmoso i molti che erano ancora in vita. Nessuno ha 
spiegato cosa c'era dietro quei barbari eccidi, quali furono le responsabilità, anche 
tra i comunisti italiani, di chi ha provocato quei mostruosi crimini contro l'umanità

di Gaetano Saglimbeni

             L’attesa era per una “fiction” di grande chiarezza che, dopo 60 anni di vergognosi silenzi, rendesse finalmente giustizia alla comunità italiana dell’Istria: ai 3.000 o 10.000 nostri
connazionali (il numero esatto non si conosce e forse non si conoscerà mai) orribilmente
assassinati e gettati nelle foibe del Carso tra il 1943 ed il ‘45 dai comunisti jugoslavi, con la
connivenza o complicità dei “compagni” italiani, ed ai 350 mila profughi dell’Istria, Dalmazia
 e Venezia Giulia costretti a lasciare le loro case e le loro terre per sfuggire alla “pulizia etnica”
ordinata dalle truppe occupanti del maresciallo Tito. Ed invece, con la mini-serie “Il cuore nel
pozzo” diretta da Alberto Negrin e trasmessa in due puntate sul primo canale della Tv di Stato,
 abbiamo assistito ad una telenovela di stampo sudamericano, fatta di buoni e cattivi, amori
puliti e stupri infamanti, ossessioni di coppie, bimbi contesi, persecuzioni e vendette atroci, che
a tutto serve (allo spettacolo certamente) tranne a far capire ai giovani di oggi, ma anche a
genitori e nonni che non hanno mai saputo nulla delle foibe, quello che accadde realmente e
perché accadde. 

           La storia, quella che nei libri di scuola non abbiamo mai letto (una vergogna per la quale nessuno ha mai provato e prova rossore), è rimasta purtroppo fuori dallo sceneggiato. Si sono visti brutali rastrellamenti operati dai camion con stella rossa della armata jugoslava, uomini e donne sull’orlo delle foibe, con le mani legate sul dorso, che si supponeva fossero lì per essere
ammazzati a colpi di mitraglia dai “titini” (così venivano chiamati nella “fiction” televisiva i
comunisti del dittatore Tito). Nessun accenno al barbaro trattamento riservato alla gran parte
di quei condannati a morte, che precipitavano giù ancora vivi, perché i carnefici sparavano solo
 a 2 o 3 nei gruppetti di 8 o 10 legati con il fil di ferro (“per risparmiare proiettili”, dicevano
cinicamente), ed i pochi già cadaveri si trascinavano nel fondo melmoso i molti che erano ancora
 in vita. Perché siano avvenute quelle mostruosità, quei barbari eccidi, nessuno l’ha spiegato nella
“fiction” televisiva, né i bambini delle coppie assassinate né il prete che morirà da eroe per salvarli. Più che legittimo il sospetto che non ci sia stata la volontà di spiegarlo.
 

       “La tragedia è immane”, ha scritto Aldo Grasso sul Corriere della Sera, “ma il punto di vista
dello sceneggiato è piccolo: è come se tutto l’odio etnico che sta alla base di quegli eccidi fosse mosso  da un risentimento personale, l’eccidio si scatenasse per colpa di un paranoico, un dramma politico si identificasse nella spietata persecuzione messa in atto da un ufficiale dell’esercito jugoslavo per strappare ad una giovane istriana il figlio nato da uno stupro”. Nessun accenno ai comunisti, a quelli jugoslavi ed ai “compagni” italiani che fornivano loro gli indirizzi dei “nemici fascisti da rastrellare e mazziare” e spesso li affiancavano in quegli atti di barbarie. La parola “comunista” non si ascolta nemmeno una volta in più di quattro ore di trasmissione. Dallo sceneggiato sappiamo invece che la madre del bimbo nato dalla violenza, che con le sue ossessioni di donna stuprata ed il rifiuto di cedere  il figlio al padre provoca la spietata reazione dell’ufficiale jugoslavo, era una “fascista”. Non militante,  non iscritta al partito, forse neppure simpatizzante, ma (per autori e regista della Fiction) “fascista”. 

       Per fortuna degli italiani (giovani, meno giovani e non più giovani), quello che il regista Negrin non ha saputo o ritenuto di dover spiegare, lo hanno spiegato telegiornali e giornali, sensibilizzati (anche quelli vicini alle sinistre) dalle ferme prese di posizione delle autorità istituzionali. “Adesso è possibile”, leggiamo  nel messaggio di Carlo Azeglio Ciampi, allora  presidente della Repubblica, “che ricordi ragionati prendanoposto dei rancori esasperati, perché anche i più giovani conoscano quelle efferatezze, conseguenza delle ideologie nazionaliste e razziste dei regimi dittatoriali che si resero responsabili del conflitto”. Ed in quello  dell’allora premier Silvio Berlusconi, promotore con il ministro degli Esteri Gianfranco Fini della legge che
ha istituito ufficialmente il “giorno del ricordo”, fissandolo al 10 febbraio di ogni anno: “Solo il ricordo di ciò che copre di vergogna l’essere umano può impedire di ripercorrere la stessa strada di odio e generare medesimi mostri. E’ per questo che nessuna delle pagine della nostra storia può e deve essere cancellata, anche se il ricordo provoca turbamento, dolore, vergogna”.

       E’ stata nascosta per 60 anni, quella vergognosa pagina di storia italiana, da chi sperava forse (e si  illudeva) di poterla cancellare per sempre dalla nostra memoria con la morte degli ultimi superstiti. Tutti insieme, politici, uomini di cultura, giornalisti, accomunati dalla stessa voglia di nascondere e far dimenticare. L'illustre linguista prof. Tullio De Mauro, ministro per la Pubblica Istruzione con le sinistre che hanno avuto per decenni il monopolio della cultura e della nostra storia, scrive nel suo Dizionario della lingua italiana per il Terzo millennio, alla voce "foiba": "Depressione carsica a forma d'imbuto, costituita dalla fusione di  più doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per occultare  cadaveri di vittime di eventi bellici". 

       Di quali "eventi bellici" si trattasse (se di eventi bellici si trattava) e chi fossero le vittime finite in quelle  "fosse comuni", non lo spiega. Ed è un caso veramente singolare che dizionari, enciclopedie e testi scolastici, pieni di testimonianze e fotografie sulla famigerata risiera di San Saba (lager nazi-fascista per migliaia di deportati, ma dove, per quel che si sa, non morì
nessuno), non dedichino un solo rigo alle foibe in cui, a due passi dalla risiera, furono assassinati migliaia di italiani, fascisti e non fascisti, soprattutto civili, per mano comunista. Per gli illustri esponenti della sinistra “illuminata”, chiaramente, i morti della ferocissima guerra civile seguita alla conclusione della seconda guerra mondiale si dividevano in due categorie: quelli di serie A, comunisti ammazzati dai fascisti e degni quindi di entrare nella storia con tutti gli onori che si riservano agli eroi, e gli altri di serie B, fascisti e non fascisti ammazzati dai comunisti, condannati ad essere ignorati per sempre dalla cronaca e dalla storia.

       “E’ una pagina dolorosa della storia italiana, troppo a lungo negata e colpevolmente rimossa”, ha scritto Piero Fassino, segretario della Quercia comunista e post-comunista che oggi fa parte del Partito democratico, al presidente degli esuli istriani, fiumani e dalmati. “Nelle foibe morirono donne e uomini colpevoli soltanto di essere italiani. E l’esodo fu l’espulsione in massa di una intera comunità, con l’obiettivo di sradicare l' italianità da quelle terre. Né il contesto politico del tempo, né l’aggressione  operata dal regine fascista alla Jugoslavia possono giustificare le sofferenze atroci di cui furono vittime donne e uomini innocenti”.

       Un particolare balza subito agli occhi. Anche nella lettera di Fassino, come nello sceneggiato di Negrin, la parola “comunista” non compare una sola volta. E c’è invece, in bella evidenza (come nella “fiction”) la qualifica di “fascista” alla donna che con la sua ostinazione provocò la vendetta dell’ufficiale jugoslavo. Solo una coincidenza, la perfetta intesa tra il segretario della Quercia ed il regista dello sceneggiato? Una “giallista” di grande perspicacia come Agate Christie sosteneva che una coincidenza può essere solo una coincidenza, ma due coincidenze creano già un sospetto. Ed il sospetto che si voglia fare ancora oggi opera di mistificazione, al servizio di una verità di comodo (e, soprattutto, di una parte politica), non sembra del tutto infondato.  

                                                                                                          Gaetano Saglimbeni  

--------------------------------------------------------------------------------------------------------------  

Le foibe degli orrori sul Carso: una vergogna nazionale
che i comunisti di casa nostra (da D’Alema a Veltroni, a
Fassino, Violante) hanno tentato per decenni di nascondere


"Abbiamo la responsabilità di aver negato
la verità per cecità storica e pregiudizi ideologici”, ha riconosciuto con molta onestà Giorgio Napolitano.Ed il signor Veltroni? Lui, da direttore della "Unità", non condannò nulla

Incredibili e sconcertanti amnesie storiche di giornalisti e leader della sinistra “illuminata”: non ne sapeva nulla il Walter che stava nel Comitato centrale del Partito comunista italiano, che è stato segretario Ds ex Pci e direttore responsabile dell’organo ufficiale del partito fondato da Antonio Gramsci? L'hanno nascosta per 60 anni, senza vergogna, quella vergognosa pagina di storia italiana, sperando forse (e illudendosi) di poterla cancellare per sempre dalla memoria popolare con la morte degli ultimi superstiti. Una vergogna che nei regimi dittatoriali è facile cancellare,ma che nei Paesi liberi e democratici (come l'Italia) nessuno riuscirà mai a cancellare. 
 

di Gaetano Saglimbeni

         
        
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "E' stato un gravissimo errore del Pci", ha detto l'ex dirigente comunista,
     "tentare di nascondere una tragica verità che non
poteva e non doveva essere nascosta". Il Giorno del ricordo, per non
     dimenticare gli orrori delle foibe, è stato istituito nel 2005 dal governo Berlusconi di centrodestra e fissato per il 10 febbraio  

           E’ stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a parlare per la prima volta nel 2007 (dopo 62 lunghissimi anni) di “congiura del silenzio” per i barbari eccidi di massa compiuti dai comunisti jugoslavi di Tito e dai loro compagni italiani nella cave del Carso tra il 1943 ed il ‘45. “Per gli orrori delle foibe ci assumiamo la responsabilità di aver negato o teso ad ignorare per troppo tempo la verità: per cecità storica e pregiudizi ideologici”, ha ammesso  con molta lealtà e onestà intellettuale il comunista Napolitano. Era la seconda volta in pochi mesi che il capo dello Stato ammetteva i gravissimi errori del suo partito (il Pci di Togliatti): prima a Budapest, per avere approvato nel 1956 la sanguinosa repressione dei carri armati sovietici in Ungheria (ritenuta allora  da lui “necessaria per la pace nel mondo”); e poi al Quirinale, per aver nascosto o tentato di nascondere per troppi decenni le responsabilità dei comunisti jugoslavi e italiani negli
efferati crimini del Carso.

         L’ha ripetuta anche quest’anno, Giorgio Napolitano, la sua duplice ammissione di responsabilità, nel Giorno del ricordo istituito nel 2005 dal governo Berlusconi per  interrompere quel vergognoso silenzio. “La tragica repressione del popolo giuliano-dalmata”,ha detto il capo dello Stato nell’incontro al Quirinale con figli e nipoti delle vittime, “fu scatenato da un moto di odio e furia sanguinaria legato a un disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. E non possiamo, non dobbiamo più tacere sulle responsabilità (che sono state anche nostre) di aver negato o teso ad ignorare la verità su quei terribili eccidi, per cecità storica e pregiudizi ideologici. Uno sterminio di  quel genere non doveva e non poteva essere rimosso, ignorato anche dai libri di storia per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. E’ avvenuto, purtroppo, e dobbiamo assumercene, ciascuno per la sua parte, le  responsabilità”.  

         Una tragedia immane. Le vittime furono ex militanti fascisti (che i comunisti italiani  rastrellavano per consegnarli ai compagni jugoslavi) e civili (uomini e donne) che con la politica ed il fascismo non c’entravano nulla e la cui unica colpa era quella di essere italiani, deportati in Jugoslavia o trucidati nelle foibe del Carso. Ignorata per troppi decenni, una tragedia così mostruosa, dai comunisti di casa nostra che sperava forse (e si illudevano) di poterla cancellare per sempre dalla nostra memoria con la morte degli ultimi superstiti. Dov’erano i D’Alema ed i Veltroni, entrambi per tanti anni direttori dell’Unità, organo ufficiale del Partito comunista italiano? Non ne avevano mai saputo nulla, né da politici né da giornalisti? Ed i Cossutta, i Pajetta, i Berlinguer,  i Fassino, i Bertinotti, i Diliberto, tutti all'oscuro di tutto, per decenni?
       
         Ignoravano tutto anche gli autori di testi scolastici, enciclopedie e dizionari. L’illustre linguista prof. Tullio De Mauro, ministro della Pubblica Istruzione in ben due governi delle sinistre che hanno avuto per sessant’anni il monopolio della cultura e della nostra storia, ha scritto alla voce “foiba” nel suo Dizionario della lingua italiana  per il Terzo millennio: “Depressione carsica a forma d’imbuto, costituita dalla fusione di più doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici”. Di quali “eventi bellici” si trattasse (se di eventi bellici si trattava) e chi fossero le vittime finite in quelle  “fosse comuni”, non lo ha spiegato. Ed è un fatto davvero sconcertante che dizionari, enciclopedie e testi scolastici, pieni di testimonianze e fotografie sulla famigerata risiera di San Saba (lager nazi-fascista per migliaia  di deportati, ma dove, per quel che ne sappiamo, non morì nessuno), non abbiano mai dedicato un solo rigo alle foibe in cui, a due passi dalla risiera, furono assassinati dai comunisti migliaia di italiani, fascisti e non fascisti.
        
         Nessun libro di scuola, per 62 anni, ha scritto un solo rigo su quello che avvenne sull’orlo
di quelle foibe, con quei poveretti legati con il fil di ferro a gruppi di otto o dieci e fatti precipitare
giù ancora vivi. Sparavano a 2 o 3 di ogni gruppo, gli squadroni comunisti (“per risparmiare
pallottole”, affermarono con incredibile cinismo), ed erano poi quelli colpiti a morte, precipitando
giù, a trascinare gli altri ancora in vita nel fondo melmoso di quelle  “voragini degli orrori”.
Esecuzioni atroci, crimini mostruosi contro l’umanità, non meno truci di quelli nazisti. Non
dovevano saperlo, gli studenti italiani, che anche i comunisti uccidevano alla maniera dei nazisti?
       
         Non ne sapevano nulla, di quegli orrori, i giornalisti Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Sandro Curzi,
Furio Colombo (ex direttore dell’Unità, come D’Alema e Veltroni)? Da giornalista debbo dire con
estrema franchezza che, se i miei illustri colleghi-politologi non sapevano, avevano ed hanno solo
da rimproverare se stessi e le proprie coscienze, perché avevano il dovere di informarsi e
raccontare ai lettori quello che era avvenuto in quelle tragiche fosse. E se sapevano e non hanno
scritto nulla, le loro colpe erano (e sono) ancora più gravi e imperdonabili. Il giornalista deve
raccontare tutto, piaccia o no alla parte politica cui appartiene (se appartiene ad una parte
politica); e, soprattutto, non ha alcun diritto di distinguere tra morti ammazzati degni di essere
ricordati ed onorati (quelli di sinistra, di serie A) e morti ammazzati condannati ad essere ignorati
per sempre dalle cronache e dalla storia (quelli di destra, di serie B o C).
      
         Una pagina vergognosa della storia d’Italia (“mostruosi crimini contro l’umanità”, le
 durissime parole di Giorgio Napolitano), che le sinistre, per quanti sforzi abbiano fatto, non sono
riuscite a cancellare per sempre. Ho seguito in tv le manifestazioni che si sono svolte l’anno scorso e quest’anno al Quirinale: tanti i "sepolcri imbiancati" in prima fila, le facce di bronzo di tanti illustri leader della politica italiana di ieri e di oggi sulle quali non sono riuscito a scorgere il rossore della vergogna. Penso che il commento più serio, vedendo tante facce ingessate di fronte alla coraggiosa  (anche se tardiva) denuncia del presidente Napolitano su questa tragica pagina di storia italiana, lo abbia scritto Vittorio Feltri, allora direttore di Libero. "Napolitano cambia, i comunisti italiani no". Anche questa, purtroppo, una tragica verità, che dovrebbe far riflettere seriamente gli italiani sulla vera natura dei comunisti che si presentano adesso come i campioni dell'etica politica, oltre che come "il nuovo che avanza". Ad avanzare oggi, in Italia, c'è soltanto la tragica verità sui crimini mostruosi delle foibe che i D'Alema ed i Veltroni hanno tentato di cancellare (senza riuscirci, per nostra fortuna) dalla storia italiana. Una vergogna che nei regimi dittatoriali è facile cancellare, ma in un Paese libero e democratico (come è e continuerà ad essere l'Italia) nessuno riuscirà mai a cancellare.

 

                                                                                                          Gaetano Saglinmbeni  

----------------------------------------------------------------------------------------------

Ricordo di un viaggio che effettuammo insieme come inviati
al seguito di Sandro Pertini, per la prima visita di un presidente
della Repubblica italiana nella Cina del dopo Mao 

Oriana Fallaci, una “adorabile rompiscatole”,
amatissima dai lettori e odiata dai giornalisti

di Gaetano Saglimbeni

    
   
       La giornalista-scrittrice Oriana Fallaci in una delle sue ultime immagini (è morta a Firenze il 15 settembre del 2006). Tra gli
        scrittori italiani di tutti i tempi ha un posto di assoluto rilievo: nella vendita di libri in tutto il mondo è seconda soltanto al
        suo illustre conterraneo Dante Alighieri, autore della "Divina Commedia" .  

      

        Sandro Pertini l'adorava (il “carissimo collega Sandro", come Oriana Fallaci chiamava il capo del Quirinale che ci ospitava sul suo aereo per la prima visita di Stato di un presidente della Repubblica italiana in Cina), ma  tra i giornalisti al seguito erano in molti a detestarla per i suoi atteggiamenti di super-perfezionista intransigente, le sue fisime, le invettive, le provocazioni. Un caratterino, spigoloso, difficile da accettare, che non poteva però offuscare o sminuire le grandi doti umane e professionali della giornalista e della scrittrice,la forza e la chiarezza delle sue idee, il suo impegno e le battaglie contro i fanatismi, politici e religiosi, che minacciavano e minacciano purtroppo il mondo civile. Questo è il ricordo di una grande giornalista e di una “adorabile rompiscatole” (la definizione è di Pertini) che fu mia compagna di viaggio in Cina, scomparsa il 15 settembre del 2006, all’età di 77 anni, distrutta dal cancro.

           L’avevo conosciuta quando ero un aspirante giornalista, nella mia Taormina, nel lontano
1960: una Oriana Fallaci trentunenne e già popolarissima (per la mia generazione, era il
Montanelli in gonnella), che sulle pagine del vecchio e glorioso “L’Europeo” ci raccontava tutto suoi
“scontri-interviste” con i potenti della Terra, dai quali, ai miei occhi (ma non soltanto ai miei), era
 sempre lei ad uscire vittoriosa. E la rividi da giornalista professionista venti anni dopo, in quel
viaggio in Cina, avendo la fortuna di poterla frequentare per tre settimane.

        Pertini, nei lunghissimi viaggi in aereo, se la teneva ben stretta nel reparto a lui riservato.
Parlavano di tutto (e tra i due, entrambi chiacchieroni a mitraglia, non saprei dire chi parlasse di
più),  lui con la pipa sempre in bocca, ma non sempre accesa, e lei che accendeva una sigaretta dopo l’altra. I miei colleghi no, non l’amavano: per loro, era soltanto una insopportabile rompiscatole, esibizionista, petulante, intransigente, piena di boria. Nessun riconoscimento per il suo talento, la  straordinaria forza di volontà che le consentiva di fare quello che ad altri non era consentito, la sua popolarità, che era già notevole allora e raggiungerà poi vette eccelse nel mondo, non soltanto in Italia e negli Stati Uniti (che lei considerava la sua seconda patria). Tradotta in una ventina di lingue, la fiorentina Fallaci è, tra gli scrittori italiani di tutti i tempi, quella che ha venduto  più libri sul pianeta Terra, dopo il suo grande compaesano Dante Alighieri.

        Grande giornalista, grande scrittrice. E francamente non riuscivo a capire come potesse
 essere tanto odiata dai colleghi. Era certamente una donna agra, spigolosa, testarda, stizzosa,
irascibile, ma anche la più brava. Ed in quel viaggio ebbi modo di scoprire una Oriana che sapeva
anche abbandonare  la ruvida scorza dell’eterna imbronciata per aprirsi alle amicizie, sempre molto difficili tra colleghi. Sì, sono riuscito ad esserle amico. Ciò che non mi evitò di  prendermi, dalla super-ambientalista Oriana, una pubblica ramanzina.

        Accadde sul lago di Hanzhou, la “Venezia della Cina”. Viaggiavamo su un grosso motoscafo e le hostess ci avevano offerto delle gustosissime mele, molto simili alle nostre “Marlene” dell’Alto Adige. Ne addentai una e, visto che non c’era un cestino nel quale buttare il torsolo, escludendo di potermelo mettere in tasca, pensai di doverlo buttare in acqua. Non l’avessi mai fatto. “Ecco la classica inciviltà degli italiani”, mi apostrofò la furente Oriana, proprio nell’attimo in cui un pesce faceva scomparire quel che restava della mia mela dalla superficie piatta di quel lago di un celeste chiarissimo che somigliava tanto a quello del cielo.

      Era anche questa, la Fallaci: pignola, pedante, asfissiante per certi suoi atteggiamenti. Guai a dirle (come feci io, con una battuta che voleva essere di spirito) che, buttando quel torsolo di mela in mare, avevo reso felice un pesce: dopo il serio rimprovero, dovetti sorbirmi anche una lunga e seriosissima conferenza sulle regole della buona educazione e della civiltà dei popoli. Ma non poteva guastare e non guastò certo la nostra amicizia, quell’episodio. Continuammo a dialogare per il resto del viaggio, a parlare di tutto, anche del nostro primo incontro nella mia Taormina. Era sempre piacevole, indipendentemente dalle sue fisime, la conversazione con lei, ed anche (soprattutto,dovrei dire) istruttiva. Confesso di avere appreso tante cose, dalla “grande maestra” Fallaci: per esempio, ad usare (in giornalismo) anche la fantasia.

        Lo ricordo benissimo, quell’incontro del 1960 a Taormina. Ero nell'ufficio stampa della Rassegna  del cinema che si svolgeva (e si svolge ancora oggi) in estate nel suggestivo scenario del teatro greco.  Oriana, inviata del settimanale “L’Europeo”, era arrivata a Catania da Roma con lo stesso aereo sul quale  aveva viaggiato uno dei grandi ospiti hollywoodiani della manifestazione, Cary Grant. Era inviperita, la Oriana, perché la segretaria e  l’agente dell’attore non le avevano consentito di intervistarlo sull’aereo, rifiutandosi anche di fissarle l’incontro per una intervista a Taormina. Si rivolse all'ufficio stampa, la giornalista Fallaci, chiedendo a noi un intervento ufficiale. Ci provammo, ma la risposta dell’agente  americano fu ancora un “no” secco per l’intervista singola. “Il signor Grant farà una conferenza stampa per incontrare tutti i giornalisti ospiti della Rassegna”, l’annuncio ufficiale. E la inviperita Oriana dovette accontentarsi di fare solo un paio di domande all’attore, insieme agli altri colleghi.

        Scrisse un articolo-fiume, sull’oggetto di quelle domande e su tante altre cose di cui nessuno
aveva parlato nella conferenza stampa. Ricordo ancora il titolo: “A me gli occhi, Arcibaldo” (che era il nome anagrafico dell’attore).
Splendido articolo: lo lessi e rilessi non so quante volte, allora. Brillante, caustico, documentatissimo, con un ritratto profondo e autentico del più raffinato dei divi hollywoodiani, sul piano umano oltre che professionale, e una sorprendente dovizia di particolari (succosissimi per quegli anni) sulla sua controversa e tormentata vita matrimoniale: cinque mogli, molte amanti (vere o presunte) e giudizi non certo esaltanti sull’attore che la macchina pubblicitaria hollywoodiana ed i giornali avevano per lunghi anni esaltato come uno dei più grandi seduttori del cinema di tutti i tempi (“eccitante in smoking, elegante in vestaglia, deludente in pigiama, una frana sotto le lenzuola”, l’irriverente giudizio della ricchissima ed irrequieta ereditiera Barbara Hutton, sua seconda moglie). E dov’era ambientata l’intervista della Fallaci al divo che non aveva voluto parlare con lei da sola, né in aereo né a Taormina? Sull’aereo che li aveva portati da Roma a Catania. Fu così che imparai, da aspirante giornalista, ad usare anche la fantasia nell’esercizio della professione.

      Grande Oriana, bizzosa e geniale, perfezionista fino all’ossessione maniacale e fantasiosa,
 adorabile e sfrontata, corrosiva, sferzante. Con un solo limite, a mio giudizio, non grave ma
condizionante, soprattutto nel nostro mestiere: lei che prendeva tutto sul serio, il  lavoro, le ideologie,  i valori, i sentimenti, mal sopportava che qualcuno tentasse di ironizzare anche sui sentimenti umani. Ricordo una sua fuga clamorosa durante una premiazione a Messina, per la ironia (inopportuna, forse, ma non pesante) che un grande umorista, Oreste Lionello, si era permesso di fare su uno dei suoi libri più sofferti, Lettera a un bambino mai nato.

        Era il 1991 ed Oriana aveva 62 anni. Con due grandi drammi nel cuore: quel bambino che non aveva potuto o voluto dare alla vita e la morte dell’unico grande amore della sua vita (l’eroe della resistenza greca Alessandro Panagulis, vittima di un misteriosissimo incidente stradale che, a sentir lei, sarebbe stato architettato dal regime dei colonnelli), al quale aveva dedicato il libro Un uomo. Durante il mini-spettacolo seguito alla premiazione, la giornalista-scrittrice non resistette alle battute dell’umorista Lionello su quel “bambino mai nato”, si alzò di scatto e piantò tutti, insalutata ospite.

        No, la corrosiva e sferzante Oriana Fallaci non amava che si scherzasse sui sentimenti, sui drammi umani. Lei,  in quei libri, aveva messo l’anima. E’ la forza dei grandi scrittori lasciare nei libri“brandelli” della propria anima. Li lasciò in ogni rigo di quello che scrisse, la grande Oriana. E non soltanto nei libri.  

                                                        

                                                                                                   Gaetano Saglimbeni

---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

I diari segreti di Marilyn Monroe nel nuovo libro di Gaetano Saglimbeni,
"Dal vostro inviato - Trent'anni di giornalismo in giro per il pianeta Terra"

"Sono orribile, il mio involucro invecchia,
chiederò al mio amico truccatore di farmi
bella... Aiuto, sento la vita avvicinarsi,
mentre tutto quello che voglio adesso
è morire", scriveva la disperata Marilyn

Sono le amare riflessioni che la donna più popolare e desiderata del ventesimo
secolo affidava a foglietti di quaderno negli anni che precedettero la sua morte
per ingestione di barbiturici, a soli 36 anni. "La celebrità”, spiegava, "è come il
caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche altro a tavola: a mangiare solo quello
per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può vivere, di
solo caviale no”. Lei, che del "caviale bellezza-celebrità-ricchezza" si era a lungo
cibata, aveva bisogno di pane e di poche altre cose per vivere: di affetto,
soprattutto. E lo chiese fino all'ultimo istante di vita: invano, purtroppo. Non glielo
diedero gli uomini (compresi i potenti della Terra) che avevano avuto il suo corpo

di Claudia Cerati

         “Hollywood è un posto dove si pagano milioni di dollari per un corpo e 50 cents per
l’anima: io avrei rinunziato a molti dei miei guadagni, per guadagnarmi il rispetto dell’anima”.
 Sono le amare riflessioni della donna più popolare e desiderata del ventesimo secolo, Marilyn
Monroe, tratte dai diari segreti che la bella e infelice diva annotava su foglietti di quaderno
negli anni che precedettero la sua morte per ingestione di barbiturici (avvenuta la notte tra il 4
e il 5 agosto del 1962, quando aveva 36 anni).  Diari di “disperata solitudine”, amari e inquietanti,
di cui troviamo ampi brani nel libro che il giornalista Gaetano Saglimbeni, per trent'anni redattore
e inviato del settimanale Gente pubblicherà a giorni, Dal vostro inviato - Trent'anni di giornalismo in giro per il pianeta Terra.

        Era ammaliante, ricca e famosa, la Marilyn che Clark Gable aveva definito “il più bel corpo
di Hollywood”: vestale e simbolo del sesso, leggenda e mito già in vita.”Ma la celebrità”, scriveva
nei suoi diari, “è come il caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche altro a tavola. A mangiare solo quello per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può vivere, di solo caviale no”. Lei, che del "caviale bellezza-celebrità- ricchezza" si era a lungo cibata, aveva bisogno di pane e di poche altre cose per vivere: di affetto, soprattutto. E lo chiese fino all'ultimo istante di vita: invano, purtroppo. Non glielo diedero gli uomini (compresi i potenti della Terra) che avevano avuto il suo corpo.

          Una donna sola, terribilmente sola. L’ultimo dei tre mariti, il drammaturgo Arthur Miller,
 l’aveva piantata da qualche anno. Anche gli amanti l’avevano mollata. Ultimi, a quanto si disse,
i fratelli John e Bob Kennedy: l’uno presidente degli Stati Uniti, l’altro ministro della Giustizia. E
con loro, gli uomini più influenti del potentissimo clan dei Kennedy, a cominciare da Frank Sinatra.
Per le sue inquietudini, le sue debolezze, e quel suo disperato bisogno di affetto, la “donna-bambina” Marilyn era diventata un personaggio scomodo, ingombrante, forse anche pericoloso (per le grandi carriere politiche).

       “Sono orribile, ma datemi tempo, mi truccherò la faccia, ci metterò sopra qualcosa di splendente e sarò di nuovo Marilyn Monroe”, leggiamo in un’altra pagina dei suoi diari. “Il mio involucro  invecchia, ma io devo ancora nascere. Trentacinque anni vissuti con un corpo estraneo, 35 anni con i capelli tinti, 35 anni con un fantoccio… Ma io non sono Marilyn, io sono Norma Jean Baker, che è  il mio nome di ragazza... Perché la mia anima vi fa orrore, come gli occhi delle rane sull’orlo dei fossi? Quel che ho dentro nessuno lo vede, ho pensieri bellissimi che pesano come una lapide. Vi supplico, fatemi parlare… Non piangere, bambola mia, ora ti prendo e ti cullo nel sonno... Aiuto, aiuto, aiuto, sento la vita avvicinarsi, mentre tutto quello che voglio è morire".

         Scritte, chiaramente, un anno prima della morte, quelle drammatiche pagine di diario, visto il ripetuto richiamo ai suoi 35 anni. “Ed è la conferma”, scrive Saglimbeni, “di una disperata preparazione alla morte che durava da tempo e deve essere stata per lei il tormento più terribile. Hollywood aveva pagato milioni di dollari per il suo corpo, ma nessuno si preoccupò mai della sua anima. Produttori e registi sul set, mariti e amanti nella vita (ed i potenti che si proclamavano suoi amici) usarono il suo corpo, lo sfruttarono, per poi buttarlo via, come si fa con un limone spremuto. Se ne andò così, sola e disperata, la diva più desiderata e acclamata del nostro secolo”.

        Whytney Snyder, che fu per anni il suo truccatore personale, consegnò alla polizia una lettera scritta da Marilyn qualche mese prima di morire. Poche parole, per accompagnare il regalo di una spilla: “A Whytney, finché sono ancora calda, per ricordargli di venire quando sarò morta. Giurami che mi farai bella”. Un ultimo cedimento della diva all’orgoglio della propria bellezza, che avrebbe voluto mantenere ancora per l’ultimo viaggio. Ma la polizia federale di Los Angeles non tenne in alcun conto i suoi desideri: al grande amico e truccatore personale della diva Marilyn non fu consentito neppure di entrare nella sala delle autopsie.

      Era la più ammirata, la più pagata, ed anche la più umiliata diva di Hollywood, oggetto di scherno da parte degli stessi produttori e registi che con i suoi film avevano fatto e continuavano a fare montagne di dollari. “Esibisce due seni sodi come il granito, ma ha un cervello pieno di buchi come il formaggio Emmental”, disse di lei con irridente acrimonia il regista Billy Wilder che l’aveva diretta in Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo. E Howard Hughes, il bizzarro e ricchissimo  produttore che la inseguì a lungo sperando invano di portarla nel proprio clan e nella propria alcova: “Sa recitare, e lo fa benissimo, solo una parte, quella del sesso: non chiedetele altro”.

       Non le chiedevano altro, produttori e registi, al di fuori del ruolo che le avevano assegnato e le imponevano di recitare. “Era lo star-system”, scrive Saglimbeni, “che la voleva bella e un po’ oca, ammaliante e sensuale, bambola di caucciù con la voce impastata di gin: doveva incarnare il sesso, lasciarsi desiderare per la sinuosa architettura delle forme, piacere agli uomini per i peccati che sapeva promettere; e rappresentare il successo, la ricchezza, il divismo, le ammalianti follie di un mondo falsamente dorato che proprio con lei avrebbe toccato i vertici della ebbrezza. ‘I miei grandi  amici? I gioielli’… ‘La mia camicia da notte? Cinque gocce di Chanel, nient’altro’… Queste (e mille altre) le banalità che i press-agent le mettevano in bocca e le chiedevano di ripetere in tutte le interviste. 

         Del suo cervello, bucato o meno, Hollywood non sapeva che farsene. Quando Marilyn, già famosa come sex-symbol, disse di volere studiare per diventare anche una brava attrice, (‘una attrice vera’, come lei diceva), i produttori le risero in faccia. ‘Ma che pretende di fare, quella lì’, fu la loro divertita e cinica reazione. Lei, per iscriversi e frequentare a New York il celebre Actor’s Studio, non esitò a rompere un contratto favoloso con la Fox, rinunziando a un paio di miliardi degli anni Cinquanta per quattro film. E il risultato di quella clamorosa rinunzia fu che, quando tornò a Hollywood (al braccio del marito drammaturgo Arthur Miller), produttori e registi le chiesero e imposero di fare quello che  aveva sempre fatto: la bambola ammaliante, sensuale e un po’ oca”.  

       Tre mariti, tre divorzi. I primi due (un giovane operaio che sposò a 16 anni, Jim Dougherty, e il campione di baseball Joe Di Maggio, che sposò a 28), li piantò lei: dopo due anni o poco più, il primo; dopo appena nove mesi, il secondo (l’unico uomo, dicono i biografi, che l’amò davvero e continuerà ad amarla fino alla morte); dal terzo (Miller, che sposò a 30 ammi e tradì a 33) fu piantata, dopo quattro anni di ipocrita, nevrotica e impossibile convivenza tra il “cervello più glorificato d’America” (quello del marito drammaturgo, appunto) ed il “corpo più desiderato del mondo”.

       Amò molto (o si illuse d’amare) anche fuori dal matrimonio. Tra i rapporti che più la esaltarono e sconvolsero, portandola ad uno stato di depressione che sarebbe stato il preludio della sua tragica fine, quello con il cantante-attore francese Yves Montand, suo partner in "Facciamo l’amore". Ma la delusione che più la sconvolse e la umiliò, a sentire la governante di casa Monroe, fu la conclusione del suo ultimo rapporto con Bob Kennedy, quando il centralino del Dipartimento della Giustizia ebbe l’ordine di non passare più all’illustre destinatario le disperate telefonate della diva. L’ultimo rifiuto delle cortesi ma inflessibili centraliniste avvenne nella tragica serata del 4 agosto, poche ore prima che la celebre e infelice diva si lasciasse morire”. 

       L’ultima persona con la quale Marilyn parlò, quella sera, fu Joe Di Maggio junior, figlio del
secondo marito, poco prima delle ore 20. Si confidava spesso con lei, il diciannovenne Joe, che le
voleva bene come a una madre; e con quella telefonata le confidò di aver rotto con la fidanzata. “Ho il cuore che mi sanguina”, le disse, “perché ne sono ancora innamorato; ma ho dovuto lasciarla, perché faceva la civetta con tutti i miei amici”. Marilyn cercò di fargli coraggio. “L’amore”, gli spiegò, “è la cosa più bella e importante che esista al mondo; ma, per amare molto, bisogna anche soffrire molto”.

         Poche ore dopo, la diva più desiderata del mondo era già morta, imbottita di barbiturici, sul letto a due piazze della sua camera tutta rosa. “L’amore”, conclude Saglimbeni, “l’aveva fatta soffrire tanto, per lei non c’era stato alcun amico in grado di darle coraggio, di far riaccendere in lei l’amore per la vita. Ingoiò le pillole (una trentina), mise sul piatto del grammofono un disco del suo grande amico Frank Sinatra e si addormentò per sempre ascoltando vecchie canzoni d’amore. Era teso verso il telefono, il suo braccio: segno inequivocabile che fece per telefonare a qualcuno. A un amico per l’ultimo addio o al medico  per invocare aiuto? E’ la prima ipotesi, chiaramente, la più attendibile: l’aiuto, se voleva, poteva anche chiederlo alla cameriera che dormiva nella stanza accanto, e non lo chiese. ‘Tutto quello che voglio è morire’, aveva scritto nei suoi diari. Voleva essere aiutata a morire, non a vivere, la disperata Marilyn”. 

                                                                                                                            Claudia Cerati

---------------------------------------------------------------------------------------------------

Un gustoso e intrigante libro del giornalista
Gaetano Saglimbeni, "I peccati e gli amori di Taormina"

Quando Liz Taylor in luna di miele, gelosa
di una provocante “starlet”, chiedeva gentilmente il mandolino ad un orchestrale
per sfasciarlo in testa al marito Burton

Grandi amatori,  grandi peccatori, grandi trasgressori, nella “Disneyland dei sogni e del peccato”: dive del cinema e baroni-gay, bizzarrie, sfrontatezze, provocazioni, estetismi da salotto e follie d'alcova. Ed i famosissimi "giochi erotici sotto la pioggia" della baronessa Frieda Richthofen in Lawrence con il giovane mulattiere Peppino D’Allura, che al marito scrittore ispireranno il piùscandaloso romanzo del 900, "L'amante di Lady Chatterley"

di Giancarlo Cortese

              
             Un appassionatissimo bacio di Liz Taylor al quinto marito Richard Burton sulla terrazza del San
       Domenico a Taormina,  dopo che gli aveva sfasciato in testa per gelosia un mandolino.
       Divorzieranno, al ritorno dalla luna di miele, ma poi si risposeranno: Richard sarà anche il sesto
      
dei sette mariti che la popolare e volubile diva avrà in otto matrimoni
          
     

             Amori e peccati, grandi amatori, grandi peccatori, sogni e sfrontatezze, estetismi da salotto
(“eccentrici amori”, per dirla con Peyrefitte) e follie d’alcova di un’epoca dalle mille contraddizioni
e suggestioni. Ed i “giochi erotici sotto la pioggia”, infuocati e sanguigni, che allo scrittore inglese
David Herbert Lawrence ispirarono il più scandaloso romanzo del primo Novecento, “L’amante di
Lady Chatterley”, protagonisti, nella realtà, la moglie dello stesso Lawrence ed un giovane mulattiere siciliano di Castelmola. Un secolo e mezzo di turismo a Taormina, nella “Disneyland dei sogni e del peccato” (come la definì un inviato del “Los Angeles Post"), con i bizzarri e geniali personaggi che si sono avvicendati sul suo affascinante ed affollatissimo palcoscenico: baroni-gay, dive del cinema, ereditiere non più giovani al braccio di aitanti e squattrinati play-boy, banchieri, magnati dell’industria, signore dell’alta finanza, pittori, musicisti, commediografi, scrittori famosi.

       A raccontare la Taormina che fu è un giornalista taorminese, Gaetano Saglimbeni, ex redattore e inviato del settimanale “Gente”. “Fu Taormina, con Capri”, racconta, “ad ospitare le prime comunità-gay al sole mediterraneo, nella seconda metà dell’Ottocento: fragili, inquieti e raffinati rampolli di illustri e ricche famiglie, che cullavano qui i tormenti esistenziali della decadente Europa;  intellettuali, artisti veri e presunti, incupiti nei salotti di Berlino, Londra, Parigi, che nella piccola 'oasi' di Sicilia si abbandonarono ad ogni genere di stravaganze e sregolatezze”. 

         E nata e si è affermata con i gay, la Taormina turistica. Per i suoi paesaggi d’incanto, certo,
per il suo clima da eterna primavera; ma anche, se non soprattutto, per i nudi dei giovani figli di
contadini e pescatori ripresi dal  barone-fotografo tedesco Wilhelm Gloeden in pose di languidi
abbandoni, che finirono nei salotti e sui giornali di tutto il mondo ed oggi sono nei più importanti
musei. Un’orgia di corpi nudi, nella quale si tuffò con passione e straordinario godimento il dandy
più geniale e popolare dell’Ottocento letterario inglese, Oscar Wilde, che sarà il primo ad esibire
quelle foto nei salotti londinesi. Andava fiero, l’eccentrico Oscar (arrivato a Taormina senza il
boy
di turno), di averli agghindati amorevolmente, quei “meravigliosi ragazzi”, per l’obiettivo del
suo amico Gloeden.

          Arrivarono nel primo decennio del Novecento le grandi ereditiere, racconta Saglimbeni,
“nobildonne appassite nei salotti londinesi, che il sole di Sicilia accendeva di voglie non del tutto sopite. E con i baroni-gay gareggiarono in stravaganze e peccati. Gaie e patetiche, aprivano le loro case e ville (prese in affitto o acquistate) ai vigorosi ragazzotti locali, ai quali, in cambio di poche carezze e illusioni d
amore, erano pronte ad offrire cospicue eredità. Esibivano i loro boy-friend passeggiando mano nella mano (proprio come avevano fatto per anni i baroni, in qualche caso con gli stessi ragazzi che adesso erano passati alle signore); si abbandonavano ad ogni tipo di smancerie al bar della piazza; e sulle spiagge (anche in pieno inverno, al tiepido sole mediterraneo) sospiravano tra le braccia abbronzate dei pescatori dellIsola bella.       

          Amori e peccati, tanti eccentrici ospiti, tra Ottocento e Novecento, ed in anni meno lontani da noi, quelli del primo e del secondo dopoguerra. Da Londra, in compagnia della affascinante moglie tedesca, arrivò nel 1920 lo scrittore Lawrence, che a Taormina (grazie proprio alle follie sessuali della irresistibile e irrefrenabile moglie) troverà l’ispirazione per il romanzo “L’amante di Lady Chatterley”. Ma Lawrence, chiarisce Saglimbeni, non figura nel lungo e blasonatissimo elenco dei “grandi peccatori” di Taormina. I peccati (tra uomo e donna, nel suo caso, trattandosi di un cantore e cultore dell’eros, della virilità, del ‘tripudio dei sensi nell’istintivo e salutare abbraccio con la natura’), lui li raccontò, non li visse, o li visse per troppo breve tempo, poco prima e poco dopo il matrimonio, fino ai terribili giorni in cui fu colpito dalla tisi che lo priverà drammaticamente della virilità e lo porterà alla morte a soli 45 anni.
  
         Raccontò i peccati della moglie, lo sfortunato scrittore, i famosissimi “giochi erotici sotto la pioggia” cui la quarantunenne baronessa Frieda Richthofen in Lawrence si abbandonò in un vigneto sopra  Taormina con il ventiquattrenne mulattiere Peppino D’Allura di Castelmola. Sarà appunto la signora  baronessa ad ispirargli il personaggio di Connie Chatterley, affascinante ed inquieta protagonista del romanzo-scandalo, ed il mulattiere siciliano Peppino D’Allura ad ispirargli quello del guardacaccia Oliver Mellors.

            Da Parigi, nel secondo dopoguerra, arrivò lo scrittore Roger Peyrefitte (“esteta da salotto”, come amava definirsi lui), in compagnia dell’aimable garçon Alain Philippe Malagnac, che avrebbe poi adottato come figlio prima di darlo in sposo alla cantante Amanda Lear; e con lui, i “grandi innamorati” Jean Cocteau e Jean Marais, che nel giardino del San Domenico , testimonia Saglimbeni, “passeggiavano mano nella mano, prendevano il tè seduti sulla stessa panca in pietra, appiccicati come fidanzatini”; e André Gide, premio Nobel per la letteratura, il quale, seduto su un muretto in strada, aspettava tutte le mattine di veder passare il giovane cameriere di cui si era invaghito.

         Dagli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, arrivò il tedesco bavarese Gayelord Hauser, omosessuale dichiarato, medico-dietologo delle dive hollywoodiane, in compagnia del giovane attore Frey Brown che per lui aveva abbandonato il cinema; e nella bella villa di Hauser sulla rotabile per Castelmola  (ristrutturata ed arredata in stile più californiano che mediterraneo) arrivò per molti anni, in gran segreto e sotto il falso nome di Harriet Brown, la “divina” Greta Garbo, che il famoso dietologo delle  dive era stato sul punto di sposare a Hollywood negli anni Quaranta. Da Hollywood, per la “notte delle stelle” al teatro greco, arrivarono Marlene Dietrich, Joan Crawford, Rita Hayworth, Lana Turner, Audrey Hepburn, Shirley MacLaine, Elizabeth Taylor (in luna di miele con il suo quinto marito Richard Burton, al quale, gelosissima di una "starlet" che lo corteggiava, sfasciò in testa un mandolino chiesto gentilmente ad un orchestrale nel salone del San Domenico); e Gregory Peck, Cary Grant, Burt Lancaster, Anthony Quinn, John Huston, Henry Fonda, Anthony Perkins, Charlton Heston, Yul Brynner, Warren Beatty, Jack Nicholson. Dei vecchi e nuovi colleghi di Hollywood, la “divina” Garbo, non volle mai vedere nessuno.

         E da oltre Oceano, non ancora famoso, arrivò il “ragazzo terribile” della letteratura americana Truman Capote, che a Taormina si fermerà stabilmente un paio di anni per scrivere A sangue freddo e Colazione da Tiffany: gay simpaticissimo al mercato, dove andava personalmente a fare la spesa, ma sfrontato e insolente nei salotti, dove l’attore inglese Peter Ustinov gli assesterà una notte un paio di ceffoni per gli insulti da trivio che aveva rivolto alle signore presenti. Ed il commediografo Tennessee Williams, già famoso a Hollywood per Zoo di vetro e Un tram che si chiama desiderio, che a Taormina veniva a trovare in vacanza l’amico pittore Henry Faulkner, esile e allampanato, il quale  viveva qui tutto l’anno in compagnia di una capretta che ospitava in camera da letto (per far curare la quale, una notte, non esitò a svegliare il medico Nicola Garipoli, sindaco della città).

        Storie affascinanti e amare, favole e drammi, splendori e miserie (la vita, annota Saglimbeni, “con tutto quello che di carnale, sanguigno, effimero, tragico e grottesco essa offre e ci dà giorno dopo giorno da rappresentare”), sullo sfondo di quella che è stata (o appariva) la "lussuriosa e sfrontata"Taormina che il mito ha consegnato alla leggenda. “Una Disneyland del peccato, certo”, conclude il giornalista-scrittore taorminese Gaetano Saglimbeni, “ma nella quale c’era e c’è ancora tanto spazioper amatori e sognatori: per amori, sogni e sentimenti veri, puliti”.
    

                                                                                                                                   Giancarlo Cortese  

                                   
                                         
La copertina del libro "I peccati e gli amori di Taormina"di Gaetano Saglimbeni    

----------------------------------------------------------------------------------------------------  

Una storia sessual-letteraria assai stimolante, che
ha interessato e interessa i lettori
di tutto il mondo 

Un giovane mulattiere di Taormina il vero
amante di Lady Chatterley, con il quale
la esuberante moglie dello scrittore inglese
Lawrence si abbandonò ai giochi erotici
sotto la pioggia in un vigneto di Castelmola


di Gaetano Saglimbeni
 

        
                     Due immagini di Frieda Richthofen in Lawrence, moglie dello scrittore David 
            Herbert Lawrence, che ispirò al marito il più scandaloso romanzo del primo 
           Novecento, "L'amante di Lady Chatterley". La prima foto riproduce la 
           copertina del libro "Lady Chatterley e il mulattiere' di Gaetano Saglimbeni 

    Un nome famoso al mondo, possono esibirlo tutte le città: Messina ha il suo Antonello, Vinci il
suo Leonardo, Firenze il suo Dante, Rotterdam il suo Erasmo, Simbirski sul Volga il suo Lenin. E
Taormina ha il suo Peppino D’Allura. Sì, è lui il taorminese più popolare sul pianeta Terra: il giovane  mulattiere che, abbandonandosi ai “giochi erotici sotto la pioggia” in un vigneto con la moglie dello scrittore David H. Lawrence, entrò nella storia della letteratura mondiale, oltre che in quella del costume. Fu lui ad ispirare al grande scrittore inglese il romanzo più scandaloso del 900, L’amante di Lady Chatterley, bollato dagli editori d’oltre Manica nel 1930 come “sudicio libercolo di un marito guardone e impotente” ed uno dei più tradotti al mondo, dal quale sono stati tratti due film di grande successo, nel 1956 (con Danielle Darrieux ed Erno Crisa) e nel 1981 (con Sylvia Kristel e Nicholas Clay).
            
         Provare per credere, amici lettori: basta “cliccare” su internet la voce “Peppino D’Allura”, con qualsiasi motore di ricerca, e vengono fuori pagine e pagine (nelle più importanti lingue del mondo) dedicate alle avventure erotiche di questo giovanissimo “super-maschio” di Sicilia. E di chi è il merito (o il demerito, fate voi) di aver segnalato il nome di cotanto nostro eroe al mondo? Del sottoscritto, per aver rivelato una vecchia storia taorminese, prima con un lungo articolo-scoop sul settimanale Oggi (nell’agosto del 1990) e poi con un libro, Lady Chatterley e il mulattiere, pubblicato nel 2003 (Armando Siciliano Editore).

        Una storia sessual-letteraria assai stimolante, che ha interessato e interessa i lettori di tutto il mondo  e messo in difficoltà i biografi dello scrittore David H. Lawrence, costretti a modificare parte di quanto avevano scritto sui personaggi che ispirarono il romanzo dello scandalo. Nessun dubbio che fosse stata la moglie dell’autore del romanzo ad ispirare quello della protagonista, Connie Chatterley; si trattava soltanto di stabilire, visto il numero imprecisato di amanti che la signora Lawrence aveva avuto, a stabilire chi fosse stato l’invidiatissimo suo partner nei famosi “giochi erotici sotto la pioggia”. Il tenente dei bersaglieri ligure Angelo Ravagli (si era scritto per 60 anni), che era stato amante della signora nel 1926 durante il soggiorno dei coniugi Lawrence a Spotorno e l’aveva poi sposata in America, vent’anni dopo la morte dello scrittore. Ipotesi smentita dallo stesso Ravagli, con viva soddisfazione degli inglesi che alla presunta identità tra il tenente dei bersagliere ligure ed il guardacaccia inglese Oliver Mellors, protagonista
del romanzo, non avevano mai creduto.

        Perfettamente d’accordo invece, gli inglesi, con le rivelazioni provenienti dalla Sicilia. “Il guardacaccia Mellors ed il mulattiere D’Allura”, ha scritto il Guardian di Londra recensendo il mio libro, “si somigliano come due gocce d’acqua, fisicamente e caratterialmente, entrambi profondamente legati alla campagna, ai suoi valori, all’humus delle sue zolle, alla solitudine ed ai silenzi dei boschi”. Ed il Mail on Sunday, che alla love story del mulattiere di Taormina ha dedicato due pagine centrali a colori: “No, con la campagna tanto esaltata da Lawrence nei suoi romanzi il tenente dei bersaglieri Ravagli, affascinante latin lover di Spotorno, non c’entra nulla; come non c’entra nulla la villa in una ridente cittadina della costa ligure con il bosco inglese dei Chatterley, Wragby. Assai convincente, invece, il raffronto tra un bosco inglese e le montagne siciliane
sopra Taormina”.

       Gli incontri tra la quarantunenne baronessa tedesca Frieda Richthofen in Lawrence ed il ventiquattrenne mulattiere Peppino D’Allura avvennero dal 1920 al ‘22, nei due anni e un mese che il trentacinquenne scrittore  trascorse a Taormina con la moglie, nella speranza di poter guarire, al caldo sole di Sicilia, dalla tisi che gli aveva già corroso i polmoni e lo avrebbe portato alla morte a soli 45 anni. Il mulattiere D’Allura lavorava nelle proprietà di una ricca signora inglese che aveva la sua residenza in collina, oltre Castelmola (a quel tempo territorio di Taormina). Frieda Lawrence andava da lei a prendere il tè, spesso a pranzo, scarpinando per trazzere e viottoli impervi. Ed era stata l’amica a metterle a disposizione mulo e mulattiere.
Peppino andava a prendere la signora Lawrence davanti alla casetta di via Fontana vecchia, allora periferia di Taormina, e si avviavano insieme su per la collina: lei in sella, lui a piedi. All’ora del tramonto, poi, rifacevano la stessa strada per il ritorno.

         Ed un giorno l’amica in collina attese invano l’ospite per l’ora di pranzo: un improvviso temporale d’estate bloccò Frieda ed il mulattiere poco oltre l’abitato di Castelmola.  C’era un vecchio casolare-palmento a portata di strada, al centro di un vigneto: era proprietà del padre di Peppino e lui ne aveva le chiavi. Vi si rifugiarono, con i vestiti fradici di pioggia. Divertita ed eccitata da quel contrattempo, la signora baronessa. Premuroso ed imbarazzatissimo, il suo accompagnatore le approntò un giaciglio di stracci, dietro una catasta di ceste e canestri, le trovò un paio di logori grembiuli (quelli che le contadine usavano per la vendemmia) per asciugarsi, e tornò rispettosamente fuori, riparandosi sotto un portico.

         Ma la signora restò poco all’interno del casolare. Tornò fuori anche lei, nuda come mamma l’aveva creata. Volle sfidare ancora la pioggia, correndo su e giù per il vigneto. Ebbra di gioia, chiamava a gran voce il suo timido e imbambolato mulattiere, perché partecipasse anche lui alla sua ebbrezza: “Vieni anche tu, senza vestiti, spogliati come me, bellissima la doccia sotto la pioggia…”. E poiché il ragazzo non si muoveva, e non osava neppure liberarsi degli inzuppatissimi pantaloni e camicia che gli si erano appiccicati addosso, andò lei a spogliarlo. Cominciarono così, complice un acquazzone di inizio agosto, i loro “giochi erotici sotto la pioggia”, che la signora baronessa racconterà poi al marito scrittore, nei dettagli più scabrosi e per lei, certo, non imbarazzanti.

         Durò esattamente 19 mesi il rapporto tra la signora Frieda. Cominciò in un vigneto sotto la pioggia, proseguì in un campo di gigli, nella vasca della pigiatura dell’uva e nel tino del palmento scavato sotto il pavimento, poi in un casolare semi-diroccato con il tetto sfondato ed il sole che a mezzogiorno arrivava a picco sui loro corpi aggrovigliati e ardenti’ (come scriverà Lawrence nel romanzo), e si concluse in un confortevole mini-appartamento in collina messo a disposizione dei due ‘colombi’ dalla ricchissima  signora inglese che abitava stabilmente lassù ed aveva alle sue dipendenze il giovane mulattiere.

         Sapevano tutti di quella succosissima storia, in paese, ma a nessun cronista venne mai in mente di scriverla sui giornali: era una delle tante storie tra ragazzi del luogo che avevano rapporti con straniere. “Maria Concetta Immacolata, la madre di Peppino, era particolarmente fiera e orgogliosa di  quel figlio, come sono state e saranno sempre fiere e orgogliose in Sicilia le madri dei ragazzi che vanno con le straniere”, ricorda l’ufficiale sanitario Nino Moschella, cugino in seconda di Peppino. “Tanto più”, aggiunge Mario D’Allura, ex direttore d’albergo ed anche lui cugino non diretto, “che si trattava di una baronessa, certo un grande onore per un figlio di contadini”.

         Il romanzo di Lawrence uscì nel 1928, stampato in mille copie a Firenze a spese dell’autore (visto che gli  inglesi si erano rifiutati di pubblicarlo), ed a Taormina se ne seppe dopo molti anni. A Peppino lo lessero gli amici: lui non sapeva leggere, aveva imparato soltanto a mettere la firma durante il servizio militare. Glielo leggevano in osteria, nelle lunghe serate invernali: uno (il più istruito) leggeva, a capotavola, e gli altri, eccitatissimi, vuotavano na caraffa di vino dopo l’altra. L’invidiatissimo mulattiere interveniva spesso: chiariva, spiegava, aggiungeva sempre nuovi particolari a quelli che aveva già raccontato, quando non poteva immaginava che su quella sua storia potesse uscire un romanzo, scritto addirittura dal marito della baronessa. A sentir lui, lo scrittore Lawrence non dovette  lavorare molto di fantasia per descrivere quello che descrisse nelle infuocate pagine de L’amante di Lady  Chatterley. Gli bastò trasferire in un bosco inglese quello che era successo nel vigneto di Taormina. E non tutto.   

                                                                                                                   Gaetano Saglimbeni

  

                             
                        Lo scrittore inglese David Herbert Lawrence, autore del romanzo
                             L'amante di Lady Chatterley,  ed il mulattiere Peppino D'Allura, con
                       il quale la moglie dello scrittore si abbandonò ai famosi erotici  sotto
                       la pioggia che ispirarono il più scandaloso romanzo del 900 
                   

------------------------------------------------------------------------------------------------------------   

 

 

 

 
 
avanti