Tribuna libera - News
direttore responsabile
Gaetano Saglimbeni
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Quando la storia di un Paese si decide in alcova
Gli imbarazzanti diari della contessa
di Castiglione (nel letto di Napoleone III)
che Cavour non riuscì a distruggere
Nel nuovo libro del giornalista Gaetano Saglimbeni,
“I grandi amori
della storia
e dell’arte”, rivelazioni
inquietanti
sulla “missione
parigina” della diciannovenne nobildonna fiorentina inviata a Parigi
per convincere
l’imperatore francese
ad allearsi con l’Italia nella guerra
per
l’indipendenza dall’Austria. Ma protagonisti del libro sono
anche
scrittori famosi, musicisti, pittori,
con le loro appassionate lettere alle
amate e tante falsità, crudeltà, truffe. Favole e follie a Hollywood
di Giancarlo Cortese
Ebbe certamente un ruolo di primo
piano
nel Risorgimento
italiano la giovane ed affascinante contessa di
Castiglione,
inviata
da Cavour
in ''missione d'alcova'' a Parigi nel 1855
per sedurre
l'imperatore
Napoleone III e convincerlo ad allearsi con l'Italia nella
guerra contro
l'Austria, ma i
suoi
diari (che il primo ministro dell'allora
Regno di Piemonte e
Sardegna non riuscì poi
a distruggere) sono
stati stranamente ignorati
nelle manifestazioni per la celebrazione
dei 150 anni dell'unità d'Italia.
Erano imbarazzanti allora e
lo sono ancora oggi, non soltanto
per la
dettagliata cronaca che la diciannovenne
contessa fece dei
suoi rapporti
intimi con l'imperatore francese. ''Ho contribuito a
fare
l'Italia,
ma
dall'Italia non ho avuto nulla'', scriverà' anche nei suoi
diari la
nobildonna fiorentina,
con tanta amarezza. Non ebbe, in
effetti, né onori
né prebende: solo un
"lento e
inesorabile oblio".
Scaricata da tutti, a missione compiuta: dal premier Cavour che
aveva avuto l'idea di mandarla a Parigi e dal re Vittorio Emanuele II
che aveva caldamente sostenuto l'iniziativa. Si voleva evitare,
chiaramente, che la nobilissima causa
della
unità d'Italia fosse
"macchiata" da quella poco onorevole "missione di
letto".
Quei diari, acquistati all’asta nel 1955 dalla
Repubblica
italiana
ed assegnati
all’Archivio storico di Torino, sono
riproposti
integralmente
(nelle loro parti
più salienti) dal giornalista Gaetano
Saglimbeni, ex
redattore e inviato del
settimanale
''Gente'', nel libro
''I grandi amori
della storia e dell'arte'', pubblicato
dalla E. Bucalo
Editore (pagg. 240,
euro 12,50). Uno spaccato d'epoca di grande
interesse,
che vede in
primo piano anche un'altra ''eroina d'alcova
per patriottismo'', la
giovane contessa
polacca Maria Walewska
che, a differenza della nostra contessa di
Castiglione, non riuscì
ad
ottenere
la liberazione per il suo Paese e si innamorò davvero
del grande Napoleone
Bonaparte,
durante gli incontri nel castello
di
Varsavia in cui era stata sospinta dal comitato dei
maggiorenti
che
comprendeva anche l'anziano marito conte, e partì poi con lui
per Parigi,
dandogli
un figlio. E con lei, le ''favorite'' di Luigi XV (la
marchesa di Pompadour e
la contesa
Du Barry, ghigliottinata poi dai
francesi insieme a Luigi XVI a Maria
Antonietta), la ex
cameriera e
ballerina inglese Emma Lyon (Lady Hamilton dopo le nozze con il
Lord
ambasciatore della Gran Bretagna a Napoli sotto i Borboni),
che
divenne
''intima''
della regina Maria Carolina, ideando con lei
una
ferocissima repressione
popolare, e diede
pure una figlia
all'ammiraglio
Orazio Nelson.
Ma protagonisti del libro di Saglimbeni sono anche, se non
soprattutto,
scrittori
famosi, musicisti, pittori, con le loro pene
d'amore e le
appassionatissime lettere alle amate, con tante falsità,
crudeltà, truffe.
Menzogne a letto ne raccontò tante, il ''sommo
vate''
D'Annunzio, e
quattrini alle nobili e facoltose amanti ne
spillò tantissimi,
con
raggiri da truffatore
incallito. Giovanni
Verga spediva lettere
grondanti passione
contemporaneamente
a
due contesse, giurando
eterno amore all'una ed all'altra.
Romantico con le
ricche signore
che lo ospitavano in ville e
castelli, il giovane musicista Vincenzo
Bellini, e cinico con
le
ragazze da marito: la dote, per lui, contava più
dell'amore.
Un ''mostro
di crudeltà
con mogli, amanti, modelle,
persino con le proprie figlie, il pittore
spagnolo Pablo
Picasso: in
perenne lite con le amanti parigine, si divertiva come un matto
a
spegnere
la sigaretta sulle loro facce (bruciò' la guancia anche alla
modella Françoise
Gilot,
madre di due dei suoi quattro figli) e
minacciava pure di buttarle nella
Senna. Per
l'americano Ernest
Hemingway (quattro mogli e decine di amanti in tutto il
mondo),
unico vero amore quello giovanile con la bella crocerossina
di “Addio alle
armi”,
che lo curò' in un ospedale militare a Milano
durante la prima guerra
mondiale.
Tormentato, dopo la pazzia della
moglie, l'amore di Luigi Pirandello per la
sua ''musa''ispiratrice
Marta Abba ("Ho tutta la mia vita in te, la mia arte sei
tu e, senza
il tuo respiro,
muore", le scriveva). Tormentatissime la vita
sentimentale e l'esistenza del "poeta del pianoforte" Chopin,
respinto dalla ricca famiglia di una innamoratissima allieva
per la tubercolosi che lo porterà alla tomba a soli 39 anni.
Amori esaltanti e peccati inconfessabili per i
divi del cinema:
la bella favola
di Grace
Kelly con il principe di Monaco e le follie
d'alcova di Lana Turner con un
gangster,
ucciso poi in camera da
letto dalla figlia quindicenne della diva; i pianti
di Romy
Schneider
e Alain Delon, innamorati separati a Vienna e Parigi, e gli
schiaffi
di Ingrid
Bergman, Grace Kelly e Audrey Hepburn all'ex cowboy
super-innamorato Gary
Cooper
per la sua intollerabile sfrontatezza
sul set. E le confidenze del più
affascinante dei
''grandi seduttori''
hollywoodiani, Cary Grant: ''Ho amato tanto
Sophia Loren, ma non
ho potuto mai convincerla a sposarmi”.
Giancarlo Cortese
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Comunisti di ieri e di oggi: un dibattito sempre attuale
Quando Togliatti dichiarava orgoglioso a Mosca
di avere rinunziato alla cittadinanza
italiana per
quella sovietica e
sognava di
portare il nostro
Paese nell’orbita dell’Urss governata da Stalin
“Come
italiano”, spiegò l’allora segretario del Pci al XVI Congresso del Pcus,
“mi sentivo
un
miserabile mandolinista e nulla più; come cittadino sovietico, sento invece di
valere
diecimila volte
più del migliore cittadino italiano ”. Per nostra fortuna, Giorgio
Napolitano,
presidente della Repubblica italiana libera e democratica, non ha seguito il
suo grande capo
di Gaetano Saglimbeni
I
comunisti ed ex
comunisti di casa nostra non hanno gradito che io, da giornalista, abbia
ricordato
i precedenti politici dell’ex dirigente comunista Giorgio Napolitano,
attuale presidente della Repubblica
italiana. E debbo pensare che non abbiano gradito neppure la
lealtà e onestà intellettuale con cui
l’ottantaseienne inquilino del Quirinale, senza rinnegare il suo passato, ha
ritenuto di dover ristabilire la
verità storica sulla feroce repressione dei carri armati sovietici in
Ungheria nel 1956, a suo tempo definita
da lui “necessaria per la pace nel mondo”, e sugli orrori delle foibe
carsiche negli anni dal 1943 al 45,
ignorati per più di sessant’anni dalle sinistre italiane.
Non dovevo
scriverle, quelle cose, a sentir loro: e la singolarissima motivazione di
quell'assunto è
che anch'io, un tempo,
ho votato per il Pci.
Certo che ho votato per il partito di Napolitano, in anni giovanili,
e per
questo
non avrei dovuto e non dovrei
raccontare, da giornalista, le
cose come stavano e come stanno?
Non mi sembra, francamente, un discorso sensato.
Ai miei amici o ex amici comunisti voglio semplicemente
ripetere quello che
ho sempre detto, e cioè che
io non mi sono mai vergognato e non mi vergogno di q1uel
voto, come
non si è mai vergognato
e non si vergogna il presidente Napolitano. Felicissimo naturalmente,
da parte mia, di
aver avuto poi la possibilità
di rivedere le mie idee quando, girando da giornalista per la ex
Unione sovietica
(compresa la Siberia dei "gulag"),
la Cina di Deng Xiao-ping, la Cuba di Fidel Casro, i Paesi
dell'Esteuropeo allora nell'orbita comunista, ho potuto toccare con mano
quello che era
nella realtà il
comunismo.
Ho scritto tutto di quella mia
esperienza, con molta chiarezza (vedi il "Dal vostro inviato"
che è uscito
pochi mesi fa). "Solo gli idioti
non cambiano idea, quando si
rendono conto di avere sposato una
causa
sbagliata", scrisse il francese André
Gide, premio Nobel per la
letteratura, di ritorno da un viaggio a Mosca.
Lui, che era stato tra i
grandi "laudatores" del comunismo
senza averlo mai visto da vicino, rinnegò poi
totalmente quello che aveva scritto nel
suo primo libro sulla
Unione
sovietica. Ed i comunisti francesi e
di tutta l'Europa
(italiani
compresi) lo coprirono di insulti,
finché rimase in vita ed anche da morto. Avveniva
anche questo, nel
mondo
comunista di allora.
Erano in molti (lo
sappiamo tutti) gli italiani che, caduto il fascismo, pensavano di fare
dell’Italia
un Paese satellite della Unione sovietica (non io, che avevo allora 11
anni). Ricordo, per averle
poi lette
da giornalista, le parole che pronunciò Palmiro Togliatti
al XVI Congresso del Pcus, a
Mosca. “E’
motivo
di particolare orgoglio per me avere abbandonato la cittadinanza
italiana per quella
sovietica”, proclamò
l' allora segretario del Partito comunista italiano davanti ai
proletari di tutto il mondo riuniti nella grande capitale
del comunismo europeo. “Io non mi sento legato all’Italia come alla mia Patria”, spiegò,
“mi considero cittadino
del
mondo, di quel mondo che noi vogliamo vedere unito attorno a Mosca agli
ordini del compagno
Stalin”. E
concluse: “Come
italiano, mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più; come cittadino
sovietico, sento
invece di valere diecimila volte più del migliore cittadino
italiano ”.
Giorgio Napolitano fu per anni braccio destro di Togliatti, ma non mi
risulta che si sia mai sentito,
da cittadino italiano, un “miserabile mandolinista“ o che abbia mai sognato
di diventare cittadino
sovietico per sentirsi, come il suo grande capo di un tempo, “di valere
diecimila volte più del migliore
cittadino italiano”. Una fortuna, per l’Italia, certo: il presidente
Napolitano, primo militante comunista
nella storia della Repubblica italiana ad entrare al Quirinale, si proclama
ed è certamente il primo
dei grandi innamorati del nostro Paese. Ma perché non raccontare, per
filo e per segno, quello
che è avvenuto realmente nella storia italiana, nel bene e nel male? Perché
non dovremmo raccontare
passato e presente di tutti i politici? Anche dei nostri presidenti della
Repubblica, sissignori. Dell’ex dirigente
comunista Giorgio Napolitano come dell’ex democristiano Oscar Luigi Scalfaro
e dell’indipendente
Carlo Azeglio Ciampi. Degli Scalfaro e Ciampi che (è doveroso ricordarlo), divenuti senatori a vita alla
scadenza dei
loro mandati presidenziali e quindi non eletti dal popolo, si sono arrogati
il diritto di tenere
in piedi con le loro stampelle ed i loro voti determinanti, per due
lunghissimi anni, il governo della sinistra
ed estrema sinistra
presieduto dal progressista
“illuminato” Romano Prodi, nato zoppo dalle urne per
l'assoluta mancanza di una maggioranza numerica al Senato. .
Una
beffa, certo, per la democrazia. E nessuno che osasse, allora, rileggere la
Costituzione, nelle
poche righe che spiegano agli italiani che la sovranità appartiene al
popolo, il quale la esercita attraverso
i deputati e senatori che elegge con il voto in libere elezioni. Per tenere
in piedi il governo Prodi si
arrivò addirittura a portare in aula con la barella la novantottenne
senatrice a vita Rita Levi Montalcini,
non eletta dal popolo e nominata da un presidente della Repubblica
non eletto dal popolo.
Era il più
assurdo e paradossale pateracchio che si potesse concepire in un Paese
libero e democratico, quel
voto:
arrivato provvidenzialmente in barella ed all'ultimo istante, da una scienziata dal nome illustre
ma che
nessuno cittadino
italiano aveva
mai letto e votato su una scheda elettorale, riusciva
miracolosamente a
tenere incollate
alle poltrone
del potere la sinistra del segretario Walter Veltroni e
l’estrema sinistra
dei due segretari
Fausto Bertinotti
e Oliviero Diliberto.
Avevano tutto in mano
e le inventavano tutte, allora, le
sinistre: oltre che al governo, erano presenti
nelle tre cariche
istituzionali più
importanti dello Stato (con Napolitano al Quirinale, Franco Marini al Senato
e Bertinotti alla Camera). Silenzio assoluto in Parlamento
sulle provvidenziali ciambelle di salvataggio dei
senatori a vita non eletti dal popolo che, nelle votazioni per la
fiducia e non soltanto in quelle, rendevano
vano con un solo voto o due il verdetto contrario espresso dalla
maggioranza dei senatori eletti dal popolo.
Ed
i giornali, cosa
scrivevano? Tacevano, le grandi firme della
stampa libera
e democratica: nessuno si
accorgeva dello scempio che veniva fatto
della
nostra
Costituzione e del sacrosanto diritto dei cittadini,
sancito appunto dalla Costituzione, ad
essere davvero un
"popolo sovrano".
Io vado orgoglioso, mi piace ricordarlo agli amici, di aver denunciato quello scandalo, sui
giornali e
blog-internet che mi
consentivano di scrivere liberamente. Ho sempre scritto
in piena libertà,
io, in mezzo secolo di attività
professionale. Continuo a farlo da pensionato, piaccia o
non piaccia ai
comunisti ed ex comunisti di
casa nostra.
Gaetano
Saglimbeni
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Lettera aperta del giornalista Gaetano Saglimbeni al presidente
della Repubblica
Una falsità storica nella celebrazione dei 150 anni
L’Italia
nel 1861 non era ancora unita:
mancavano il Veneto e lo Stato Pontificio
Caro
Presidente,
ho
apprezzato molto, nei primi anni del suo mandato presidenziale, la lealtà
e l'onestà intellettuale con cui l'ex dirigente comunista Giorgio Napolitano
ha ritenuto di dover
ristabilire la verità storica su due avvenimenti politici tra i
più mostruosi del secolo scorso: la
sanguinosa e feroce
repressione dei carri
armati sovietici del 1956 in Ungheria e il vergognoso
tentativo (andato
avanti, purtroppo, per più
di sessant’anni) di nascondere agli italiani gli orrori
delle foibe,
i barbari eccidi di massa
compiuti dai comunisti jugoslavi e italiani nella cave del Carso
tra il 1943
ed il1945 (migliaia di fascisti
e cittadini senza tessere di partiti, uomini e donne, legati
sull'orlo delle foibe a gruppetti di sette-otto con il fil di ferro e fatti precipitare giù ancora vivi,
trascinati dal
capo cordata che veniva colpito
a morte
con un revolver).
Ricordo le nobilissime parole che il nostro Presidente ha pronunciato a Budapest
sulla tomba del leader ungherese Imre Nagy,
impiccato
dopo la sanguinosa repressione dei carri
armati sovietici,
che l’allora dirigente del Pci per la politica estera Giorgio Napolitano
aveva ritenuto
“necessaria per la pace nel mondo”: "Ci
assumiamo la responsabilità di esserci lasciati condizionare,
nei nostri severi giudizi di allora, dalle falsità diffuse dalla propaganda
sovietica e adesso rendiamo
omaggio, con grande commozione e umana solidarietà per i familiari, ai martiri che si sono
immolati
per la libertà e la democrazia”. E quelle che, al
Quirinale, ha rivolto ai figli e nipoti delle vittime delle
foibe: “Non
possiamo più tacere
sulle responsabilità (che
sono
state anche
nostre) di aver negato
teso ad
ignorare la verità su quei terribili
eccidi, per
pregiudiziali
ideologiche e cecità politica: uno
sterminio
così barbaro
non doveva essere ignorato per tanto tempo e non poteva ancora essere
ignorato dai libri di storia, dizionari ed
enciclopedie”.
Parole di grande saggezza e onestà, che
mi autorizzano adesso a richiamare l’attenzione
del presidente Napolitano su un’altra verità storica che non mi sembra sia
stata rispettata, nella
celebrazione dei 150 anni della unità d’Italia.
Leggo nei libri di storia che l’Italia nel 1861 non era
e non poteva essere considerata unita, visto che mancavano ancora il
territorio vastissimo ed
importante dello Stato Pontificio (che si unirà al Regno d’Italia soltanto
dieci anni dopo, nel 1871),
quello del Veneto (che si annetterà con plebiscito nel 1866) ed altri
territori del Nord, minori
per estensione ma non meno importanti. Il cardinale Tarcisio Bertone,
segretario di Stato del
Vaticano, al Quirinale per portare al presidente della Repubblica il
messaggio del Papa con i
suoi più fervidi auguri per l’amatissimo popolo italiano, ha ricordato
correttamente che anche
lo
Stato Pontificio ha contribuito, per la sua parte, a fare l’Italia unita.
Certo, ha contribuito: nel
1871, dopo la presa di Roma con la famosissima “breccia di Porta Pia” del 20
settembre 1870,
non nel 18611.
Domando al presidente Napolitano, che patrocina con
tanto entusiasmo e rigore la
imponente celebrazione: era proprio necessario divulgare tra i giovani di
oggi una falsità
storica così grossolana? Ed era proprio necessario, oltre che moralmente
accettabile, che
si introducesse addirittura in calendario una nuova festività (con il danno
non indifferente
che ha provocato alla nostra economia in crisi) per ricordare negli anni o
nei secoli una
chiarissima falsità storica?
La
ringrazio per l'attenzione. Con la stima di sempre
Gaetano
Saglimbeni
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Presentato a Taormina il nuovo libro di Gaetano Saglimbeni
"Dal vostro
inviato"
Tante
storie, in giro per il pianeta Terra, raccontate
dal cronista
di un
grande settimanale
di Giancarlo Cortese
 
Due immagini del meeting per
la presentazione del libro "Dal vostro inviato" di Gaetano Saglimbeni a
Taormina, nella sala "Belvedere" dell'Hotel Villa Diodoro.
Da sinistra: il giornalista Saglimbeni, il
giornalista-scrittore Crisostomo Lo Presti, la presidente della Casa
editrice Emma Bucalo e il dottore Francesco Spadaro. A destra, un momento
del confronto con gli intervenuti.
-
E' stato presentato
a Taormina il nuovo libro del giornalista Gaetano Saglimbeni,
Dal vostro inviato
(E. Bucalo editore, pagg. 256, Euro 12,90), dedicato ai trent'anni di
giornalismo che l'ex redattore e inviato
del settimanale Gente ha trascorso in giro per il pianeta
Terra. Tante storie, divertenti e amare, affascinanti
e
terribili: il
grande “teatro della vita”, con i suoi drammi, le bizzarrie, le
assurdità, i paradossi, gioie e dolori,
splendori e
miserie, le
mille contraddizioni di quello che per Pirandello era il
“tragico
grottesco quotidiano”.
-
Gaetano Saglimbeni, 78 anni, è un testimone del suo tempo che non ha mai amato (e non ama) le
mezze verità. Ha raccontato e racconta tutto , con nomi e cognomi.
Sapido e intrigante il suo ”dietro le quinte” hollywoodiano: Rodolfo
Valentino, “un piumino rosa, una cocotte imbellettata”, a sentire le ex
mogli. Cary Grant, recordman del bacio più lungo sullo schermo,a
"elegante in smoking, eccitante in vestaglia, deludente in pigiama, una
frana sotto le lenzuola”. Greta
Garbo e Marlene Dietrich, grandi "divoratrici" di uomini sullo schermo,
nella vita si contendevano le amanti, giovani e meno giovani. Il
”monello” Chaplin, noto ingravidatore di minorenni (che poi era
costretto a sposare), insidiò la giovanissima amante al magnate della
carta stampata William Randolph Hearst che lo ospitava sul panfilo
in crociera; e quello, sparando al buio tra i fumi dell’alcol, colpì a
morte un regista che con quella storia di corna non c’entrava per nulla.
E tutto questo mentre il ”giovane leone” Montgomery Clift rifiutava il
letto di Liz Taylor e Marilyn Monroe; e la tormentata Marilyn moriva
sola e disperata a 36 anni, imbottita di barbiturici, dopo aver chiesto
invano un po’ di affetto ai potenti che avevano avuto il suo corpo.
-
Uno “spaccato d’epoca”caustico e inquietante. Erano
gli anni in cui Liz Taylor, Jean Simmons e
Liza Minnelli lavavano pavimenti al "Betty Ford Center"per salvarsi
dall'alcol e dalla droga che avevano ucciso a 47 anni la madre di Liza, Judy Garland,
celebre "usignolo d'America"; Paul Newman, dopo la morte del figlio per
overdose, si scagliava duramente contro gli intellettuali che
parlano della droga come di una moda, senza avvertire i ragazzi dei
gravissimi pericoli che corrono; Betty Hutton, la ex "bionda incendiaria"
di Hollywood, aveva abbandonato il cinema e la ricchezza, per andare a
fare la perpetua, povera tra i poveri, nella parrocchia di una chiesa
cattolica del New Hampshire.
E
, con i divi del cinema, i grandi della politica, della letteratura,
della musica, della moda, dello sport: le impennate e gaffe
presidenziali del collerico, imprevedibile e simpaticissimo Sandro
Pertini in visita di Stato nella Cina del dopo Mao ed il suo incontro
con Deng Xiao-ping, l’uomo forte del regime, all’Assemblea del Popolo di
Pechino; la regina Elisabetta d’Inghilterra in Canada accanto alla
figlia Anna, la principessa amazzone, disarcionata due volte da
cavallo durante le gare olimpioniche; l’acciaccato Breznev alla
Olimpiade di Mosca, tenuto in piedi da una maga; il dittatore argentino
Videla, passato alla storia come il bieco assassino dei “desaparecidos”
durante i mondiali di calcio a Buenos Aires; il re Juan Carlos di Spagna
e la regina Sofia in tribuna allo stadio “Santiago Bernabeu” di Madrid
per festeggiare con Pertini la terza vittoria mondiale dei calciatori
italiani; le interviste sexy del colonnello libico Gheddafi alle belle
giornaliste straniere (dalla tenda alla camera da letto); la
mini-ginnasta rumena Nadia Comaneci, costretta a subire in patria, dopo
il trionfo alla Olimpiade di Montreal, una incivile violenza e
persecuzione dal figlio del dittatore comunista Ceausescu; il dissidente
sovietico Aleksandr Solgenitsin, premio Nobel per la letteratura,
scampato agli orrori del “gulag” in Siberia.
L'ex imperatrice
Farah Diba (in esilio a Parigi) racconta il pianto
a dirotto che fu il suo “sì” alla dichiarazione d’amore dello scià di
Persia; Ringo Star, la “farsa” dei Beatles baronetti con
droga a
Buckingham Palace,;
Laurence Olivier,
la pazzia della seconda moglie, Vivien Light (“Una notte, per la
disperazione, stavo per ammazzarla, poverina”, la sua drammatica
confessione); e la fotomodella inglese Twiggy, celebre “miss
Stecchetto” degli anni 70,
racconta
il gigantesco business che prosperava dietro i suoi 40 o 41
chili di pelle e ossa. “Matte da legare, le ragazze
che fanno la fame e rischiano la vita per imitarmi”, il sorprendente e
accoratissimo
messaggio
che lanciò al mondo da un ristorante
di Venezia, davanti ad un bel piatto di spaghetti con i frutti di
mare: contro le ciarlatanate di
dietologi
senza scrupoli, complici spesso non involontari di affaristi criminali
che sulla pelle di tante credulone (finite in sanatorio, in manicomio o
anzitempo all’altro mondo) avevano fatto e facevano montagne di dollari.
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Ed
ancora, due storie di sesso in Sicilia, che hanno avuto in
epoche diverse grande risonanza in tutto il mondo. La prima riguarda
la
baronessa tedesca Frieda Richthofen, protagonista nel 1921 dei giochi
erotici sotto la pioggia con il mulattiere Peppino D’Allura di Taormina
che al marito scrittore (l’inglese David Herbert Lawrence) ispirarono il
più scandaloso romanzo del 900, “L’amante di Lady Chatterley. La
seconda, il“califfo dei poveri” Pippineddu, siciliano di S. Agata
Militello, un Liolà pirandelliano “dispensatore di amore e fecondità”,
padre di 36 figli accertati ufficialmente (4 messi al mondo dalla moglie emigrata in America e 32 dalle
concubine) e di tanti altri “regalati” in gran segreto a spose che non
potevano averne dai mariti. Il Pippineddu-Liolà di S. Agata Militello,
impegnatissimo con le donne dell’harem che a turno giacevano nel suo
talamo (una per sera, non di più, perché al super-maschio Pippineddu,
amatore all’antica, le ammucchiate non piacevano), trovava il modo ed il
tempo per occuparsi anche delle sfortunate ragazze del contado che,
spose non felici, reclamavano il diritto ad essere mamme. Li concepivano
con lui, i figli che desideravano, consenzienti o no i mariti.
“Ne
ho reso felici tante”, dice oggi il sessantaquattrenne Pippineddu.
Quante, non ha mai voluto e non vuole dirlo.
“E’ un segreto tra me e le loro mamme, che non sempre hanno potuto
parlarne serenamente in famiglia. Perché dovrei turbare la loro vita
familiare, rivelando cose che non possono e non debbono essere rivelate?
Posso dire soltanto che ne incontro spesso in strada, ragazzi che so
essere figli miei, e vorrei abbracciarli come abbraccio tutti gli altri,
ma ad essi non posso dire di essere il loro papà. E’ un dramma,
certo, per me.
Ma ricordo anche i drammi delle loro mamme, quando venivano a confidarmi
di non essere in grado di concepirli con i loro mariti, i figli che
desideravano tanto .Le ho fatte felici io, quelle povere ragazze. Ed ho
fatto felici anche i mariti che, consapevoli o no di quello che era
avvenuto nel mio letto, si sono poi assunti la paternità delle creature
che sono venute al mondo”.
Tutti
felici, insomma. Come nella famosa commedia del siciliano Luigi Pirandello
,che il
“califfo” Pippineddu non ha mai visto in teatro né letto ed ha
interpretato benissimo per una quarantina di anni, da uomo d’onore.
Nell’harem, con le concubine ufficiali (tra le quali, una madre e
la figlia, due sorelle, una zia e la nipote, che ai giornalisti
dichiaravano di non conoscere la gelosia), non c’erano segreti. Ma le
spose che volevano mantenerle il segreto, per ragioni
comprensibilissime, potevano contare sulla assoluta discrezionalità
del super-maschio. Il quale offriva i suoi servigi anche a domicilio o
in cascinali di campagna, al riparo da occhi indiscreti. Anche da quelli
delle concubine che attendevano il turno per passare una notte con
l’amatissimo Pippineddu e non sempre erano disposte a tollerare
intrusioni.
Giancarlo Cortese

Il
giornalista Gaetano Saglimbeni, ex redattore e inviato del settimanale
"Gente", autore del libro "Dal vostro
inviato - Trent'anni di giornalismo in giro per il
mondo". Ha già pubblicato "I peccati e
gli amori di
Taormina"
(P&M), "Album Taormina" (Flaccovio editore),
“Salvo Randone, na vita a teatro” (P&M), “Divi, divine e divani-alcova:s
splendori e
miserie
della vecchia Hollywood" (P&M), “Lady Chatterley e il mulattiere”
(Armando
Siciliano editore),
" I peccati e gli amori di Taormina”, nuova
edizione
aggiornata
(Armando Siciliano
editore)
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La prefazione che il giornalista Gaetano Saglimbeni ha scritto
per un libro postumo
del regista-attore
taorminese Giovanni Cutrufelli, pubblicato dalla Regione Siciliana
Ricordo di
un maestro del teatro
che insegnò a "capire" Pirandello
Asciutte e
profonde, misurate e sofferte, umanissime, le sue interpretazioni
di “Sei
personaggi in cerca d’autore”, “Enrico IV”, “Il
piacere dell’onestà”.
Nessuna concessione
al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del
teatro
italiano (da Ruggero Ruggeri a
Renzo Ricci, a Memo Benassi), che non
avevano certo giovato alla comprensione del
non facile teatro
pirandelliano(nella storia del teatro resteranno, soprattutto, le
memorabili
interpretazioni
di Salvo Randone e Romolo Valli)
di Gaetano Saglimbeni
Pirandelliano
anche nelle attenzioni per i biografi, oltre che interprete tra i più
sensibili e “veri” del teatro pirandelliano, il regista-attore Giovanni
Cutrufelli, messinese
di nascita e taorminese d’adozione. L’agrigentino Luigi Pirandello,
premio Nobel per
la letteratura nel 1934, lasciò ai biografi un prezioso volumetto dal
titolo originalissimo, Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla Terra, che
riguardavano anche la sua vita privata, non soltanto quella artistica; e Cutrufelli, nel suo piccolo,
un libro di ricordi limitati alla “esperienza di
homo activus
in un campo della vita culturale italiana”, con
un titolo per nulla originale ma certamente intrigante, Attori,
spettatori ed assessori,
con sottotitolo assai esplicativo, “50 anni terribili di teatro (con nomi e
cognomi)”.
Terribili, certo, le battaglie che il capocomico
Cutrufelli dovette sostenere e
pervicacemente sostenne per mezzo secolo con Regione Province, Comuni
grandi e
piccoli). Meno terribili, comunque, dei drammi che il commediografo
Pirandello visse in
famiglia per la pazzia della moglie e, prima del matrimonio, per le
vergognose scappatelle
sentimental-sessuali del padre con una nipote, che lo scrittore
racconterà nella novella Ritorno (il quattordicenne Luigi, quando li scoprì a letto, non
esitò a sputare in faccia alla
ragazza, inimicandosi così il padre per sempre). Cutrufelli no, non dà
informazioni sulla
sua vita privata, sulle sue donne (tante, quasi tutte nel mondo dello
spettacolo e già
sposate), sul matrimonio in età matura con l’ultima primattrice della
sua compagnia, concluso pochi anni dopo, molto amichevolmente, con una separazione di
fatto che non
impediva loro di continuare a lavorare insieme.
Un artista dal “cuore ballerino”, l’amatissimo
Giovanni Cutrufelli (Janì, per gli amici).
Ed alla fine, come spesso accade in questi casi, una vecchiaia in penosa
solitudine. Lui la
trascorse con il fiero contegno di chi sentiva di poter badare ancora a
se stesso, come aveva
fatto per decenni prima di sposarsi: non nella sua Taormina, dove aveva
realizzato nel
dopoguerra i grandi spettacoli al teatro greco, ma a Fiumefreddo di
Sicilia, un piccolo centro
rivierasco in provincia di Catania, dove il Comune gli aveva affidato
una scuola di recitazione
(e furono gli allievi a festeggiare l’ultimo suo compleanno,
l’ottantatreesimo, il 10 maggio
del 2005). Taormina, alla quale aveva dato molto, contribuendo a
lanciarla turisticamente nel
mondo con i suoi spettacoli recensiti con grande risalto dalla stampa
italiana e straniera, lo
aveva quasi del tutto dimenticato.
Non
ne faceva un dramma, il vecchio Janì, della dimenticanza dei grandi
amici di un tempo (che pur doveva pesargli molto). E neppure dei tanti acciacchi
che lo avevano colpito,a cominciare dalla sordità che col passare degli anni era diventata
totale. Sostenuto da
una incrollabile gioia di vivere e di lavorare, continuava a preparare i
suoi spettacoli (sempre
più modesti, purtroppo, rispetto ai grandi successi di un tempo), a
cercare contributi e
finanziamenti che non sempre arrivavano, a dirigere, a recitare. Sì,
recitava ancora, potendo
contare su una memoria prodigiosa e affidandosi alle preziosissime
risorse del mestiere, gli occhi inchiodati ai movimenti labiali dei compagni di scena per
“agganciare” la battuta
nell’attimo giusto. Con l’apparecchio acustico attaccato all’orecchio,
proprio non riusciva a
recitare. ”Mi mette in testa tanta confusione”, spiegava, “e corro il
rischio di perdere il filo del
discorso”.
Ho lavorato con lui per una decina di anni in gioventù, come segretario
di compagnia
tuttofare (dattilografo, trovarobe, suggeritore, addetto stampa,
cassiere), prima di abbracciare la professione di giornalista. Voleva fare di me anche un attore, il
maestro Cutrufelli,
affidandomi particine sempre più impegnative: non ci riuscì (per
demerito mio, chiaramente),
ma debbo dire che mi insegnò tante cose, soprattutto a scrivere, lui che
era anche un
validissimo commediografo e traduttore (tradusse dal francese in due
settimane il
Britannicus
di Racine in versi martelliani, quando
decise di presentarlo al teatro greco, visto che non esisteva una traduzione in italiano). Lo delusi non poco,
quando lasciai la
compagnia e la mia Taormina (lo dissi chiaro e tondo, al caro Janì, che
quel modo di far
teatro, condizionato delle elargizioni della politica, non poteva
assicurare prospettive serie alla compagnia ed a tutti noi), ma continuammo a frequentarci e nei
dieci anni che ho trascorso a Messina come redattore della Gazzetta del Sud ebbi
il piacere di recensire un paio dei suoi spettacoli. Mi trasferii poi a Milano, redattore e
inviato del settimanale Gente, e le nostre strade si separarono del tutto.
Ci ritrovammo a Taormina dopo due decenni: io
giornalista in pensione, lui sempre
sulla breccia, capocomico e impresario di se stesso. Era già pieno di
acciacchi, il mio vecchio maestro. Dialogare con lui era pressoché impossibile: l’apparecchio
acustico gli funzionava raramente e male (“Con gli introiti del teatro”, mi confessò, “non
posso consentirmene uno
di prima qualità”), ed al bar o in strada ero costretto spesso a
scrivere su un foglietto o sulla
pagina di un giornale le mie domande e le risposte alle sue. Ci
scrivevamo lunghe lettere, per
capirci meglio. Difficile, in quelle condizioni, anche il dialogo per
telefono: lui aveva sempre
bisogno di una persona accanto, che ascoltasse e gli riferisse.
Mi telefonò l’ultima volta nel giugno del 2005 per
chiedermi l’indirizzo dell’editore
Flaccovio di Palermo che aveva pubblicato il mio Album Taormina,
al quale pensava di mandare il libro che da anni teneva nel cassetto. “Sono in
convalescenza a Messina, in casa di una delle mie nipoti”, mi disse. “Ho subìto un bruttissimo
intervento chirurgico e me la
sono davvero vista brutta”. Stava molto male, faceva una gran fatica a
parlare, forse anche (intuivo) a stare in piedi. Ma a sorreggerlo, con la grande voglia di
vivere, c’era ancora la speranza di poter tornare a lavorare. “Ho tante cose da fare”, mi
spiegò, “programmi di
un certo rilievo, ai quali lavoro da anni, e devo realizzarli, prima di
tirare le cuoia”. Se ne
andò nel giro di un mese, dopo un secondo inutile intervento chirurgico.
Ed anche il libro, con i programmi, restò nel cassetto.
Un libro di ricordi (“una raccolta, alquanto
disordinata, di aneddoti ed episodi”, lo
definisce lui) che è una piccola storia del teatro italiano, vissuta con
gli attori più importanti
della nostra scena in quello che un giornalista argentino definì “il
luogo di spettacolo più
incantevole del mondo”, il teatro greco-romano di Taormina. Tanti nomi
illustri, da Gualtiero Tumiati ad Annibale Ninchi, Salvo Randone, Paola Borboni,
Tino Carraro,
Lilla Brignone, Gian Maria Volonté, Elena Zareschi, Enrico Maria
Salerno, Rossella
Falk, Tino Buazzelli, Sergio Fantoni, Anna Miserocchi, Giulio Bosetti,
Ileana Ghione,
Alberto Lupo, Lydia Alfonsi , Glauco Mauri, Ottorino Guerrini, Turi
Ferro, Vittorio
Sanipoli. Era il siracusano Randone il suo attore preferito: lo ebbe nel
Giulio Cesare di Shakespeare (come Marc’Antonio, accanto a Carraro che era Bruto),
nel
Don
Giovanni di Molière (con
Buazzelli-Sganarello), nella
Fiaccola sotto il moggio
di
D’Annunzio, nella Ifigenia in Tauride
di Goethe. Esaltanti, i primi anni della carriera;
“terribili”, come scrive lui, quelli che seguirono.
Perché far teatro, per Janì Cutrufelli, non era un mestiere (o un
affare, come per molti suoi
colleghi), ma una sorta di missione.
”Bisogna portare il teatro nelle
piazze, anche nei
piccoli Comuni”, non faceva che ripetere, “e contribuire così ad elevare
culturalmente le
masse”. Lo ripeteva soprattutto ai politici, quando bussava a quattrini.
Non bastavano mai, i finanziamenti. E quando le somme a disposizione
finivano, spesso ancor prima che la
stagione programmata si concludesse, il “missionario” Cutrufelli sapeva
come far vibrare il
cuore dei politici. Ricorda nel libro che Giuseppe D’Angelo, assessore
al Turismo e Spettacolo
perché in bilancio non disponeva più di una lira, chiese al segretario
particolare di andare
a prendergli in tesoreria l’assegno mensile dei suoi emolumenti di
politico e lo consegnò
al capocomico questuante Cutrufelli. Ciò che farà poi, e più di una
volta, un altro
assessore regionale, Natale Di Napoli, ex compagno di scuola del caro
Janì. Miracoli
dell’arte, che riuscivano anche a far giustizia dei tanti luoghi comuni
sui politici aridi, avidi
e cinici, preoccupati soltanto di rastrellare denaro pubblico per i loro
affari (non sempre
puliti). Ai politici siciliani il “missionario del palcoscenico”
Cutrufelli riusciva a tirar fuori
i soldi anche dalle loro tasche.
Grande uomo di teatro, un maestro, e non soltanto
per i siciliani. “Interprete tra i più sensibili e intelligenti del vero Pirandello”, lo definì Giorgio
Prosperi, critico teatrale del Tempo di Roma, accostandolo addirittura
ai “grandi” Salvo Randone e Romolo Valli. Di certo
possiamo dire che Giovanni Cutrufelli insegnò a “capire” Pirandello
anche ad illustri registi e
attori della scena nazionale. Asciutte e profonde, misurate e sofferte,
umanissime, le sue interpretazioni di Sei personaggi in cerca
d’autore, Enrico IV, Il piacere dell’onestà.
Nessuna concessione al virtuosismo, ai gigionismi di celebri nomi del
teatro italiano (da
Ruggero Ruggeri a Renzo Ricci, a Memo Benassi, per intenderci), che non
avevano certo giovato alla comprensione del non facile teatro pirandelliano (nella
storia del teatro
resteranno, soprattutto, le memorabili interpretazioni di Randone e
Valli).
Ricordo il famosissimo monologo de L’uomo dal
fiore in bocca, che ho sentito
decine di volte dal siciliano Cutrufelli ed una volta dal genovese
Gassman. Il grande Vittorio lo “recitava” benissimo, con maestria e toni da Accademia d’arte
drammatica, mentre il nostro Janì semplicemente lo “viveva”, con straordinaria umanità e
verità, ed il famoso e tanto criticato cerebralismo pirandelliano (quello che per troppi anni
aveva allontanato le
grandi masse dai teatri) diventava poesia. Gassman era Gassman, certo, e
la voce di
Cutrufelli era piuttosto stridula, anche quando erano lontani gli
acciacchi della vecchiaia.
Ma il teatro, quello vero, non ha bisogno soltanto di voci bene
impostate: ha bisogno,
soprattutto, di interpretazioni vere, autentiche, di grande umanità e
verità, dove tutto
(anche il copione più ostico) diventa poesia.
Sulla edizione dei Sei personaggi andata
in scena a Taormina (al Palazzo Corvaja
ed al teatro greco) e portata poi in tournèe in Sicilia, a Roma, a
Milano e in Germania,
Giorgio Prosperi scrisse: “Conoscevo Cutrufelli come regista e nume
indigete del teatro
e respiro classico al teatro moderno. Basti pensare che ha
rappresentato Pirandello e
Gide all’aperto, tra colonne greche, davanti all’Etna. Non lo
conoscevamo come attore,
e iersera, scoprendolo nella parte del Padre nei “Sei personaggi” al
teatro Parioli, abbiamo
apprezzato una dimensione del personaggio che non sempre era emersa con
altri interpreti,
anche illustri”. E la tedesca Ursula Joek, sul più diffuso quotidiano di
Bonn: “Avevo visto
altre edizioni del lavoro. Ma per la prima volta ho tremato come una
foglia davanti alla
tragedia umana di quei personaggi. Abbiamo finalmente visto del vero
grande teatro. Signor
Cutrufelli, ritorni subito a Bonn, e tante grazie!”.
Tanti successi, recensioni di autorevoli critici su
giornali italiani e stranieri, che il vecchio maestro custodiva gelosamente in grossi album, insieme alle
fotografie dei vari
spettacoli. Ma lui non era il tipo che si rassegnasse a vivere di
ricordi: era sempre al
lavoro, un progetto dopo l’altro, e sempre in giro per bussare a
quattrini. Gli ultimi anni
di vita, a parte i malanni fisici, dovevano riservargli purtroppo
preoccupazioni ed amarezze
anche sul piano economico, visto che gli uomini di teatro non sempre
riescono a vivere con
la sola pensione, e lui (poco diligente nei versamenti dei contributi
previdenziali per la propria
attività) ne aveva maturata una di poche centinaia di euro.
Cosa dire di questo suo libro, rimasto per tanti
anni in un cassetto? Si impone per il valore
autobiografico, certo; ma anche per l’interessantissimo “spaccato
d’epoca” che offre sul teatro
italiano e sui grandi attori che ne furono protagonisti per mezzo
secolo. Tanti gli episodi divertenti. Quello della Borboni che, nel chiostro dei Benedettini a Catania, uscì
nuda nel salone in cui
erano stati allestiti i camerini per attori e attrici, lo conoscevo già,
avendo assistito personalmente
alla scena. Nuda dall’ombelico in giù, a 57 anni, lei che era stata la
prima attrice in Italia, quando
aveva meno di 30 anni, a presentarsi in palcoscenico nuda dall’ombelico
in su. Nel salone che
un tempo era attraversato dai frati salmodianti, la spiritosissima Paola
passeggiava in ciabatte (unico
indumento nella metà inferiore del suo corpo), con solenne e
provocatoria disinvoltura, in polemica
con il regista Cutrufelli che aveva preferito la trentanovenne Elena
Zareschi per il ruolo di
Agrippina nel Britannicus
di Racine, mentre lei si era dovuta accontentare di quello ben più
modesto
di Albina; ed alla moglie di Vittorio Sanipoli che la invitava a
rientrare in camerino rispose
candidamente: “Perché, non ho un bel corpo?…”.
Altra amenità, quella del vecchio Annibale Ninchi
che al teatro greco di Taormina non si
presentò in scena con gli altri attori ed il regista, alla fine dello
spettacolo (Ifigenia in Tauride
di Goethe), per una assurda protesta nei confronti del pubblico che
aveva dimenticato, pensate
un po’, di fargli l’applauso di sortita riservato ai grandi attori.
Soltanto adombrata invece la
“fuga” della primadonna Lilla Brignone che minacciava di abbandonare le
recite della Orestiade
al teatro greco per protestare contro il Cutrufelli (ancora e sempre
lui, questa volta in veste di
impresario) che aveva dato in contratto 100 mila lire più di lei
all’ancora giovane anche se molto bravo e già popolarissimo Enrico
Maria Salerno. Ritirò poi la minaccia, la signora Brignone
quando il suo avvocato le spiegò al telefono da Roma che, per penale,
avrebbe dovuto versare
quasi il doppio di quello che aveva già incassato. Avveniva anche
questo, in quegli anni, nel teatro
italiano: scenate di esemplare stupidità (a livello di bambini
capricciosi e petulanti), tra grandi attori
super pagati e invidiosi dei compensi altrui.
Sapido e stimolante, il “dietro le quinte”
raccontato dall’uomo di spettacolo Cutrufelli,
con una scrittura elegante, agile (molto giornalistica), godibilissima.
Caustico, il vecchio
capocomico-impresario, nei confronti delle signore-bene che il teatro
dicevano di amarlo,
a parole, e si tiravano poi indietro quando c’era da pagare il biglietto
d’ingresso (in Sicilia,
a, il biglietto-omaggio è stato sempre esibito come uno status
symbol
ed i politici continuano
a farne anche un uso clientelare); rabbiosamente polemico nei confronti
dei super-burocrati
dello spettacolo che “stanno lì solo per mettere bastoni tra le ruote,
anche quando c’è la buona
volontà dei politici”. E durissimo, il grande interprete pirandelliano
Cutrufelli, con gli illustri “idioti” che irrisero per decenni il siciliano Pirandello, con tanta supponenza
e senza aver capito nulla del suo teatro.
Ricordo quello che mi disse quando lo intervistai
per
Gente, nel 1985: “Una vergogna per la cultura italiana, quegli attacchi scriteriati: ci son voluti
decenni per far capire agli illuminati
critici di casa nostra quello che all’estero avevano capito da tempo, e
cioè che ci trovavamo e ci troviamo di fronte al più grande commediografo che l’Italia abbia
mai dato al mondo”, la sua
dura ed amarissima filippica. E mi diede da pubblicare le fotocopie di
una ventina di lettere
autografe che grandi uomini di cultura gli avevano inviato da tutto il
mondo per un numero speciale
ella rivista Intervallo
su Pirandello (lettere che io conoscevo già, per averle lette a suo
tempo in
0riginale). “Pirandello è una delle più grandi menti creative del nostro
tempo”, scriveva il
romanziere americano Louis Bromfield. Ed il commediografo inglese Thomas
Stearns Eliot: “A
Pirandello dobbiamo tutti qualcosa”. Orgoglioso di quelle lettere,
firmate da autorevolissimi letterati
e autori teatrali stranieri, il pirandelliano Cutrufelli non usava mezzi
termini negli attacchi agli
“illustri idioti della cultura italiana”.
Due paroline, per concludere, sui “Pensieri vari a
mo’ di prefazione” (anche questi in stile
pirandelliano) che l’autore piazza all’inizio del libro. Aveva pensato a
Giulio Andreotti, il mio
amico Janì, per la prefazione: sì, al “divino” Giulio che ebbe il primo
incarico di governo, come sottosegretario al Turismo e Spettacolo, proprio quando Cutrufelli
iniziava la serie dei grandi
spettacoli al teatro antico di Taormina, nei primi
anni 50, e seguì con molta attenzione e
simpatia
sue iniziative. Penso che, se gli avesse chiesta la prefazione, l’ex
presidente del Consiglio ed
oggi senatore a vita Andreotti non si sarebbe tirato indietro. La chiese
a Giorgio Prosperi, ma
il critico teatrale romano morì di lì a poco; poi a Domenico Danzuso,
critico teatrale de La Sicilia di Catania, che la morte se la
sentiva già addosso e declinò cortesemente l’invito. Così la prefazione
del libro è toccata al sottoscritto (76 anni), tra i pochi collaboratori
del maestro Cutrufelli che sono
ancora in questo mondo.
L’invito a scriverla mi è venuto dalla vedova,
l’attrice Gigliola Reyna. E l’ho accettato con
piacere, naturalmente. Felicissimo di poter scrivere del mio maestro e
amico Janì, dopo la morte,
quello che ho scritto quando era in vita. Convinto come sono sempre
stato e sono che un uomo
con il suo ingegno, dopo il felicissimo esordio al teatro greco di
Taormina con gli attori più
importanti della scena italiana, non doveva restare in Sicilia ad
aspettare le elargizioni dei
politici; che un regista-attore con la sua intelligenza e sensibilità
interpretativa meritava ben altri
palcoscenici (nell’interesse del teatro, chiaramente); che un artista
deve fare l’artista, non
l’impresario, e non può, non deve in nessun caso rischiare il suo
patrimonio fino a perderlo
completamente (come fece lui, vendendo e svendendo con tanta leggerezza
tutto quello che
aveva). La mia stima per il regista e l’attore Cutrufelli è stata ed è
immensa; quella per l’impresario
Cutrufelli, bassissima, vicina allo zero. L’ho sempre detto e lo
confermo. Con tanta amarezza, che è
quella degli amanti del teatro. Siamo stati in pochi, purtroppo, a
godere della sua arte.
Gaetano Saglimbeni
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Teatri di serie A e di serie B o C: qualche domanda ai
responsabili
di Taormina-Arte ed al sindaco di Taormina che ne è il presidente
A Palermo la storica
“Aida”realizzata
da Franco Zeffirelli alla Scala nel
lontano 1963, un trionfo; a Taormina,
quella di Enrico Castiglione, un fiasco
di Gaetano Saglimbeni
Il
Teatro Massimo di Palermo ha presentato nella stagione 2008-09
una Aida storica,
che il regista Franco Zeffirelli realizzò nel 1963 alla Scala di Milano, ed è stata un trionfo, come era ampiamente prevedibile;
Taormina-Arte ha presentato al teatro greco, nella stagione estiva2009, una
Aida
ben più
modesta, firmata dal regista, scenografo e direttore artistico Enrico
Castiglione,
ed è stata un fiasco, come ampiamente previsto (e non sorprende affatto che
a stroncarla sia stato anche il critico della
Gazzetta del Sud,
il quotidiano di
Messina che è tra gli sponsor
ufficiali delle manifestazioni di Taormina-Arte).
Come nel calcio, esistono teatri di serie A e di serie B. Il Massimo di
Palermo non è certo la Scala di Milano, ma è certamente di serie A e fa
benissimo a dialogare con quelli che sono considerati (a buon diritto) i
campioni assoluti della lirica italiana e mondiale. Ciò che, purtroppo, non
riesce a fare il teatro antico di Taormina, pur essendo uno dei più famosi e
prestigiosi al mondo. Niente serie A, per la lirica gestita da Taormina-Arte
in questo celeberrimo teatro: l’Aida
e la Cavalleria
rusticana
di questa stagione,
come la Bohème, la Turandot,
la Traviata, la
Medea
degli anni scorsi, sono
decisamente da serie B, e l’Aida
di quest’anno forse da serie C.
Cantanti assolutamente non all’altezza: unica nota positiva, quest’anno,
il giovane soprano Chiara Taigi, che ha interpretato Santuzza nella
Cavalleria
rusticana. Regia molto approssimativa,
quella dell’Aida, su
un apparato
scenografico indubbiamente spettacolare
(anche per il magico apporto del
computer) ma di dubbia praticità. Zeppa di
ingenuità (da dilettanti, si direbbe)la regia di Patricia Panton nella Cavalleria
rusticana
diretta da Keri Lynn Wilson,
con un macchiettismo di maniera che ha rischiato in certi momenti di far
precipitare il dramma in una farsa.
E per dare un giudizio serio sull’orchestra dell’Aida
(una formazione
nuovissima, diretta da Fabio Mastrangelo), mi limiterò a raccontare quello
che
ho visto e sentito alla terza ed ultima serata, mentre salivo con mia moglie
le
scalinate dietro la scena per raggiungere la gradinata centrale numerata.
Pochi
minuti prima dell’inizio dello spettacolo, un giovane maestro sostituto,
battendo
ritmicamente il
tempo con la voce e con le mani, tentava ancora di insegnare
ai trombettieri in costume come scongiurare nuove stecche nella famosissima
marcia trionfale. Roba da recita parrocchiale, non da teatro antico. E tutto
questo,
davanti a centinaia o migliaia di spettatori che salivano come me quelle
scale,
sbigottiti per tanto pressappochismo, improvvisazione e impudenza. Con il
risultato
che le stecche dei trombettieri si sono poi ripetute durante lo spettacolo,
come
e forse più che nelle serate precedenti, e quell’imbarazzante “dietro le
quinte” (peri taorminesi davvero mortificante) resterà impresso a lungo nella memoria di
tanti
turisti, italiani e stranieri: al teatro greco di Taormina, chiaramente,
nessuno si
aspettava e si aspetta di trovare una orchestra di quel livello.
Sono un taorminese che ama il suo teatro come la propria casa; da
giornalista, per gli spettacoli presentati qui in un trentennio (prosa,
musica, danza), e per la famosissima ”notte delle stelle” legata un tempo
alla consegna dei premi cinematografici “David di Donatello”, ho scritto
pagine esaltanti sul settimanale Gente,
su vari quotidiani, in libri; e adesso non posso non esprimere il mio sdegno
nei confronti di chi continua a trastullarsi con questo preziosissimo tesoro
d’arte, facendo scempio del suo prestigio con spettacoli raffazzonati. Un
spettacolo di altissimo
livello, debbo dire, l’ho visto quest’anno nel nostro teatro: quello del
Roberto
Bolle nuovo astro mondiale della danza. E, da taorminese, ne vado
orgoglioso.
Denaro pubblico speso benissimo: ecco uno spettacolo che fa onore a Taormina
ed al teatro che è il suo fiore all’occhiello. E per le due opere liriche,
invece,
denaro pubblico speso male: con spettacoli mediocri (soprattutto nelle voci,
che
nella lirica sono quelle che contano, insieme all'orchestra) e buggerature
cocenti
per il pubblico, numerosissimo sia nelle tre serate di
Aida che nelle due di
Cavalleria
rusticana.
Un pubblico, bisogna ricordarlo, che aveva fatto sparire in pochi giorni
l’intero pacchetto dei posti numerati già nel mese di luglio, al solo
annuncio
delle due opere in cartellone, a conferma che la domanda di lirica a
Taormina
e in Sicilia è enorme. Hanno acquistato a scatola chiusa, gli spettatori
siciliani
(e le agenzie di viaggio per i “pacchetti” da offrire ai turisti italiani e
stranieri),
come avviene da decenni all’Arena di Verona, il grande teatro all’aperto del
Nord
che sulla lirica ha sempre puntato e continua a puntare. Solo che a Verona,
per l’Aida, la
Traviata, la
Bohème, il
Trovatore
e tante altre opere (ne ho
viste parecchie quando vivevo a Milano, anche per motivi di lavoro),
arrivano
poi le migliori firme del mercato italiano e mondiale; ed a Taormina,
invece,
anno in scena giovani non sempre di talento, accanto a vecchi “tromboni”
ormai sfiatati. E sono turlupinature che il pubblico non può tollerare. Il
grande
teatro ed il pubblico di Taormina, bisogna ricordarlo a chi forse l'ha
dimenticato,
sono e debbono essere considerati di serie A, non di serie B o C.
Mi si dice che Taormina-Arte non ha i soldi di Verona e neppure la sua
struttura finanziaria, sostenuta da sponsor
privati, fondazioni e banche, oltreche dal denaro pubblico, mentre da noi si deve contare quasi esclusivamente
sul denaro pubblico, che non sempre arriva nei tempi giusti per consentire
una programmazione seria e ordinata. E’ certamente vero. Ma è anche vero
(verissimo, purtroppo) che il poco denaro stanziato dalla Regione o da enti
pubblici, in Sicilia, si disperde in mille rivoli, programmi insignificanti
e
dispendiosi, che non sempre hanno a che vedere con il mondo dell'arte, ed
una miriade di assunzioni per nulla necessarie e spesso neppure utili, a
beneficio di parenti e amici. Il solito clientelismo elettorale, che si
perpetua e ingigantisce negli anni (anche con la distribuzione dei biglietti
omaggio, che il sindaco di Taormina ha deciso adesso di gestire attraverso
la propria segreteria particolare, come se Taormina-Arte fosse una sorta
di feudo personale). Penso che sarebbe il caso di rendere pubblico l’elenco
aggiornato delle assunzioni, con nomi e cognomi dei fortunati e delle
fortunate e la specifica dei gradi di parentela (non dico rapporti di letto)
che
li legano ai manovratori politici di turno: sono personalmente convinto che,
leggendolo, saremmo tutti in grado di capire tante cose.
Ma il
problema
non è soltanto la carenza di fondi (accentuata,
chiaramente, dagli sperperi). I saggi dicono che il
bisogno aguzza l’ingegno
e si possono fare cose egregie anche con pochi sold. E’ quello che hanno
fatto i responsabili del Teatro Massimo di Palermo, un ente che non mi sembra
navighi nell’oro. Proviamo a farci dire quello che hanno speso per la
ripresa dello
storico allestimento di Aida
realizzato da Zeffirelli per la Scala e mettiamolo a
raffronto con quello che hanno incassato, con gli abbonamenti quadruplicati ed una serie incredibile di repliche a teatro esauritissimo: ci renderemo
conto
che, nel raffronto tra costi e ricavi, loro hanno fatto un affarone, con
quella
iniziativa ad altissimo livello che ha onorato Palermo, la Sicilia ed il
pubblico
del Teatro Massimo, e noi, con quella robetta da serie B o C, oltre a non
rendere onore a Taormina, alla Sicilia ed al pubblico di uno dei più famosi
e
prestigiosi teatri del mondo, abbiamo fatto un pessimo affare, perché cinque
serate a teatro esaurito non sono riuscite certamente a coprire le spese.
Sono questi, cari signori di Taormina-Arte, i discorsi che si debbono fare,
con molta serietà professionale e onestà intellettuale, se vogliamo davvero
cambiare le cose. E Il discorso vale anche per il festival del cinema, sul
quale
ho sentito (finalmente!) parole molto serie da parte del nuovo assessore
regionale al Turismo. “Una manifestazione importante, questo festival ”, ha
tenuto
a precisare l’ex senatore Nino Strano, “ma certamente da rivedere, nella
struttura
amministrativa e nella formula. Può anche restare in vita, se vogliamo, a
patto
però che trovi una formula dignitosa, in grado, se non proprio di competere
con
Venezia e Cannes, almeno di non sfigurare. Mantenerlo nelle condizioni in
cui
naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di tutta Italia per
scrivere
poche righe su film che difficilmente arriveranno nelle comuni sale
cinematografiche,
è un inutile spreco del denaro pubblico”.
Parole chiare di un politico che ama parlar chiaro. Penso alle opere
liriche,
ai balletti, ai concerti ed agli spettacoli di prosa ad alto livello che si
potrebbero
presentare al teatro greco con il denaro pubblico attualmente impegnato per
un festival del cinema che è già tanto se riesce a raccogliere 500 o 600
spettatori
a sera (di cui almeno 400 con biglietti omaggio), in un teatro tristemente
vuoto. Aida e
Cavalleria rusticana, quest’anno, hanno fatto
cinque pienoni con biglietti
soprattutto a pagamento. La realtà è questa. Della quale, se vogliamo
parlare
seriamente, politici e pubblici amministratori responsabili non possono non
tener conto.
Gaetano
Saglimbeni
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Incontro a Taormina con il nuovo assessore regionale Nino Strano
Idee chiare per rilanciare il turismo,
precipitato in Sicilia a livelli paurosi
"Il nostro
primo impegno”, ha detto l’ex senatore del Pdl, “sarà quello di
eliminare le manifestazioni inutili. Mantenere in vita il festival del
cinema
nelle condizioni in cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti di
tutta Italia per scrivere poche righe su film che con l’arte hanno poco a
che
vedere o che non arriveranno mai nelle comuni sale cinematografiche, è un
inutile spreco del denaro pubblico, oltre che un oltraggio alla cultura ed
alle
tradizioni della terra di Sicilia, ai nostri grandi autori di teatro e di
cinema”
di Gaetano Saglimbeni
Per il suo primo
incontro sul territorio, come assessore della Regione siciliana per il
Turismo, le Comunicazioni ed i Trasporti, il catanese di nascita e
taorminese d’adozione
Nino Strano, 59 anni, ex senatore del Popolo della libertà, non poteva che
scegliere la
“sua” Taormina, alla quale spetta di diritto (da più di mezzo secolo) il
ruolo di capitale
turistica della Sicilia. Ed è stato un incontro assai proficuo: per la
straordinaria competenza
dell’uomo politico al quale la Regione ha affidato un settore così delicato
e importante per la nostra economia e per la grande chiarezza con cui si è parlato della
attuale disastrosa
crisi. Per rilanciare il turismo con la terapia giusta, c’è bisogno di
avere idee chiare sulla
diagnosi; ciò che, purtroppo, non sempre è avvenuto in passato. E tutti
sappiamo che il
disastro di oggi (molto più grave a Taormina ed in Sicilia che in altre
regioni d’Italia) è per
gran parte frutto di diagnosi e terapie sbagliate.
Una situazione economica gravissima, con il quasi dimezzamento delle
presenze
alberghiere ed il rischio di chiusura per tante piccole e medie aziende,
anche nel settore
del ristoratori e commercianti. D’accordo che la crisi riguarda l’Italia,
l’Europa e il mondo
intero, non soltanto la nostra Taormina; ma nessuno potrà mai perdonare agli
amministratori del Comune una assoluta e deprecabile mancanza di iniziative
che
avrebbero potuto certamente rendere meno disastrosi i danni ad imprenditori
e lavoratori.
Il denaro pubblico è finito, come sempre, nei mille rivoli del clientelismo
più smaccato
e vergognoso, alla faccia dei poveri lavoratori che rischiano adesso di non
raggiungere
il periodo di occupazione indispensabile per poter godere poi, a rapporto di
lavoro concluso,degli assegni di disoccupazione incassati negli anni scorsi. C’è anche
questo pericolo,
purtroppo.
Ispirato a grande serenità, ma severo nei giudizi e per nulla disposto a
tacere
sulle responsabilità di politici e pubblici amministratori, l’intervento del
neo assessore
Strano. “Le responsabilità sono certamente di chi, avendone la possibilità e
il dovere,
non è riuscito a intervenire in tempo per mettere un argine al disastro”, ha
detto,
“ma anche, bisogna dirlo, di albergatori e ristoratori che continuano
a pensare di poter lavorare soltanto cinque o sei mesi l’anno, per poi spassarsela nel
resto
dell’anno in viaggi e soggiorni all’estero, in ville della Thailandia o alle
Maldive. Non
si rendono conto, questi signori, che il turismo stagionale è ormai
insufficiente a
sostenere l’economia di una città che vive di turismo ed i clienti devono
andare a
cercarseli tutto l’anno, in Italia e all’estero, se vogliono tenere in vita
le loro aziende
alberghiere e commerciali, con la doverosa tutela dei diritti di chi vi
lavora”.
“Lo
farò io per loro e spero con loro”, ha assicurato il neo assessore
regionale.“Dobbiamo cercarli in Veneto e in Emilia Romagna, i clienti per gli alberghi
di
Taormina e della Sicilia, in Piemonte, in Liguria, in Toscana e ovunque ci
sono
pensionati disposti a soggiornare in quest’isola meravigliosa a prezzi non
proibitivi.
Debbono capire, i signori albergatori, che è anche nel loro interesse, non
soltanto
della città, tenere aperti gli alberghi tutto l’anno con prezzi ragionevoli,
anziché tenerli aperti soltanto per cinque o sei mesi a prezzi alti o
altissimi. E dobbiamo
allettarli, gli ospiti, con manifestazioni serie, spettacoli di grande
interesse: quelli
che riempiono i teatri, non quelli che piacciono a certe
élite
culturali e salottiere e
lasciano i teatri vuoti”.
Chiaro il riferimento a Taormina-Arte. “Una manifestazione importante”, ha
tenuto a precisare
l’assessore Strano, “ma certamente da rivedere, nella
struttura amministrativa e nella formula.Bisogna scegliere bene i programmi che
vanno
per il teatro greco in estate (prosa, musical,
concerti,
lirica, operetta, danza, il
grande cinema dei “David di Donatello”) e quelli che al Palazzo dei
congressi
debbono tenere il cartellone tutto l’anno. Il festival del cinema resti pure
in vita,
a patto però che
trovi una formula dignitosa, in grado non dico di competere
con
Venezia e Cannes, ma almeno di
non sfigurare. Mantenerlo nelle condizioni in
cui naviga tristemente da anni, ospitando giornalisti
di tutta Italia per
scrivere
oche righe su film che con l’arte hanno poco a che vedere o che non
arriveranno
mai nelle comuni sale cinematografiche, è un inutile spreco del denaro
pubblico”.
Parole
chiare, di un politico che ama parlar chiaro. “Il mio programma?
Rimettere
in moto”, ha spiegato, “la riedizione del Circuito del Mito che ha
operato con grande successo in Sicilia nel 1997 e ‘98, con un programma
preciso:
tenere aperti da gennaio a dicembre i grandi teatri all’aperto di Sicilia e
quelli
al chiuso, ed i siti archeologici, le grandi cattedrali, i musei, con
spettacoli
di prosa e concerti affidati ad artisti e complessi famosi”. Ricordiamo
benissimo
quelle importanti stagioni. C’era lui, allora, alla guida dell’Assessorato
regionale
al Turismo, il Nino Strano non ancora deputato e senatore della Repubblica,
e
sono stati anni di grande fervore per la Sicilia e per il turismo di
Taormina che
avrebbe poi raggiunto, all’inizio del nuovo secolo, un record assoluto di
presenze
alberghiere. E’ la dimostrazione, chiara ed inequivocabile, che lavorando
bene,
con serietà e intelligenza, i risultati si raggiungono.
E adesso? “E’ l’immagine di Taormina e della Sicilia che va rilanciata”, ha
concluso il neo assessore. “Bisogna inventare eventi importanti, di sicuro
richiamo, per uscire da una crisi paurosa e devastante, che è figlia (anche
questo bisogna spiegare) di un nostro rilassamento generale, non soltanto
della
congiuntura mondiale sfavorevole; inventare sistemi più efficaci per
propagandare
la nostra splendida terra. Non possiamo più illuderci di poter vivere ancora
sugli
allori. Dobbiamo muoverci nel mondo dello sport, come abbiamo fatto con le
Universiadi, ed in quello della cultura, dell’arte, trovando
sponsor
internazionali.
Ed aprire nuovi musei, d’intesa con
l’assessorato ai Beni culturali, favorire la
nascita di nuove fondazioni culturali e artistiche, promuovere premi
letterari.
L’Unione europea è oggi in grado di distribuire fondi a
regioni grandi e piccole,
ricche e povere, ed è un delitto non spenderli, lasciando irresponsabilmente
che altri (più furbi e certamente più seri di noi) se ne impossessino. I
fondi
europei debbono servire per realizzare infrastrutture, strade, porti,
teatri, musei,
palazzetti dello sport, campi di calcio, tennis, golf. Altro settore
importante,
sul quale si può e bisogna lavorare molto, è quello cinematografico e
televisivo, ttraverso la
Film Commission.
La Sicilia dispone di scenari naturali e di un clima
ideali per produzioni cinematografiche e televisive, che costituiscono
preziosissime
opportunità di espressione e di lavoro anche per giovani artisti siciliani”.
La
Film Commission esiste a
Taormina dal 2007; ed è lui, l’eclettico Nino Strano,
l’attivissimo presidente. Due i suoi “fiori all’occhiello”: lo
spot
sulla Sicilia fatto
realizzare al grande Michelangelo Antonioni, con Maria Grazia Cucinotta e le
musiche
di Lucio Dalla, e uno dei tre episodi del film
Grande, Grosso e
Verdone”, con Carlo
Verdone, prodotto dal Aurelio de Laurentis. Più che con la sua attività di
uomo
politico, questa presidenza è in felice sintonia con quella che è stata la
sua passione
giovanile, il teatro. Nino Strano, lo ricordiamo, è stato assistente alla
regia con
Mauro Bolognini per i film Metello
con Massimo Ranieri, e
Un bellissimo novembre,
tratto dal romanzo di Ercole Patti; assistente-regista per la
Bohème di Puccini al
Teatro Massimo di Palermo, la Norma
di Bellini, la
Zaira di
Bellini e
Il pipistrello
di Strauss al Teatro Massimo di Catania.
Artista poliedrico e politico di grande creatività, insomma. E Taormina
spera
nelle sue invenzioni, adesso che dal banchi del Senato (ricordate il suo
show con
mortadella e champagne
per la caduta del governo Prodi?) è tornato a fare
l’assessore regionale in Sicilia, dopo due legislature a Roma prima come
deputato
e poi senatore, e una non felice campagna elettorale europea che gli ha
procurato
ben 103 mila voti personali (di stima e di simpatia), ma non gli ha
garantito un
seggio a Strasburgo. Chissà che non sia adesso un bene, per Taormina e la
Sicilia,
quella sua clamorosa, amara e dignitosissima bocciatura nelle elezioni
europee.
Gaetano Saglimbeni
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Si realizza finalmente un vecchio sogno dei siciliani
E con Berlusconi Il governo è tornato
a parlare concretamente del ponte
sullo Stretto che i verdi ed i comunisti
avevano deciso con Prodi di affossare
Non ci sono più i 900
milioni di euro che lo Stato aveva destinato alla realizzazione
dell’opera e nessuno sa dire dove siano finiti (non certo per realizzare opere
urgenti
in Sicilia e Calabria, come i comunisti ed i verdi avevano promesso), ma è
ancora
disponibile il contributo stanziato a suo tempo dalla Unione europea (circa il
15 per
cento dell’ammontare complessivo della spesa, che dovrebbe essere di poco
inferiore ai 6 miliardi di euro); e la società Stretto di Messina (che Prodi
voleva
sciogliere ad ogni costo) è pronta a riprendere i contatti con la Impregilo,
la società
che si è aggiudicata la gara d’appalto durante il governo Berlusconi. E ci
sono
naturalmente i finanzieri italiani e stranieri disposti ad impegnare i
capitali necessari,
da recuperare poi con la gestione dell’opera per un certo numero di decenni
di Gaetano Saglimbeni

Il
ponte sullo Stretto di Messina in un suggestivo plastico. Con Prodie le
sinistre al governo sembrava
che il progetto fosse stato accantonato definitivamente; ed
invece se ne riparla, in termini molto concreti.
"Il ponte sulla Stretto
è sempre stato la bandiera di Silvio Berlusconi e del centrodestra", ha
scritto il
Corriere della Sera ". E la partita. per fortuna dei
siciliani, si è adesso riaperta.
“Due governi di centrosinistra”, ha scritto
Giorgio Meletti sul supplemento economico del
Corriere della Sera di lunedì 11 febbraio,
“non sono bastati per affossare il progetto per la
costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. E adesso, con la prospettiva
che il centrodestra di
Berlusconi torni con le elezioni del 13 e 14 aprile a palazzo Chigi, dopo i
20 mesi del governo Prodi, la partita si riapre”.
Era stata chiusa, come tutti ricordiamo,
nell’aprile del 2006, per effetto dei 24 mila voti che le
sinistre e l’estrema sinistra avevano ottenuto più del centrodestra alla
Camera (non al Senato, dove la Casa delle libertà aveva avuto 220 mila voti in più). Le prime
dichiarazioni che fecero al momento
dell’insediamento del governo Prodi il comunista del Pdci Alessandro
Bianchi, ministro dei Trasporti,
ed il verde Pecoraro Scanio, ministro dell’Ambiente, furono per una
chiusura definitiva della pratica,
anche se la società Stretto di Messina, con il governo Berlusconi, aveva già
appaltato i lavori alla
Impregilo.
Per i comunisti di Diliberto (Comunisti italiani)
e Bertinotti (Rifondazione comunista), i soldi
destinati al ponte sullo Stretto dovevano essere spesi per opere più
importanti e urgenti (strade,
autostrade, porti, acquedotti, etc.); e per il verde Pecoraro Scanio,
noto ornitologo, era anche un
problema di uccelli, per la preoccupazione (manifestata in tutte le
occasioni) che quelli migratori
andassero a sbattere il becco contro il manufatto in ferro e cemento
piantato tra la Sicilia e la Calabria (problema che, chiaramente, non si posero a suo tempo i progettisti e
costruttori dei ponti di New York,
San Francisco, Istanbul, etc., e non si pongono adesso i loro colleghi
che stanno per iniziare i lavori per
la costruzione del ponte più lungo del mondo (27,4 chilometri in due
campate di 25 e 2,4 chilometri,
divise da un
isolotto), che congiungerà la costa africana di
Gibuti a quella asiatica dello Yemen e sarà
realizzato con i soldi del ricchissimo fratellastro del terrorista Bin
Laden).
E dunque, il governo è tornato a parlare anche del nostro
piccolo ponte (poco più di 3 chilometri, la unica
campata). Non ci sono più i 900 milioni di euro che lo Stato italiano aveva
destinato alla realizzazione
dell’opera e nessuno sa dire dove siano finiti (non certo per realizzare
opere urgenti in Sicilia e Calabria,
come i comunisti ed i verdi avevano promesso), ma è ancora disponibile il
contributo stanziato a suo tempo dalla Unione europea (circa il 15 per cento dell’ammontare complessivo
della spesa, che dovrebbe essere di poco inferiore ai 6
miliardi di euro); e la società Stretto di Messina (che Prodi voleva
sciogliere ad
ogni costo, su pressioni forsennate di Diliberto, Giordano e Pecoraro Scanio
) è ancora lì, pronta a
riprendere i contatti con la Impregilo per la progettazione definitiva
dell’opera.
Fu il ministro per le Infrastrutture Antonio Di
Pietro (è doveroso ricordarlo) ad opporsi allo
scioglimento; e non perché l’ex magistrato di “Mani pulite” avesse
particolarmente a cuore l’aspirazione
del popolo del Sud a disporre di una infrastruttura così importante per la
sua economia e per il suo
turismo, quanto perché non sapeva proprio dove prendere i 4 o 5 milioni di
euro che lo Stato italiano doveva pagare per penalità (inadempienza contrattuale) alla società che aveva
vinto la gara d’appalto. Una necessità, quindi, o
semplicemente un atto di buon senso: comunque siano andate le cose, è certo
che il mancato scioglimento della società agevola adesso non poco la ripresa
della pratica.
Con quali soldi sarà realizzato il ponte che
(ricorda il collega Meletti sul Corriere della Sera) è stata
sempre una “bandiera” dei programmi di Berlusconi e del centrodestra? Con il
contributo a fondo perduto
dell’Unione europea, nel quadro degli stanziamenti già fatti per il
completamento del “corridoio n. 1”
Berlino-Palermo; con i contributi
delle Regioni Sicilia e Calabria, delle Camere di
commercio, delle
Province e dei Comuni di Messina e Reggio; ma soprattutto con i fondi
privati che sono pronti ad
impegnare finanzieri ed operatori economici italiani e stranieri, i quali
avranno poi la possibilità di
recuperarli con la gestione dell’opera per un certo numero di decenni (come
faranno il fratellastro di Bin
Laden ed i suoi amici per il ponte tra l’Africa e l’Asia).
Insomma, non costerà nulla allo Stato italiano, la
gigantesca e importantissima opera che comunisti e verdi non volevano e “fortissimamente” non vogliono. E l’attraversamento
dello Stretto, per automezzi,
ferrovie e passeggeri, non imporrà oneri superiori ai prezzi che si pagano
attualmente alle società private o
alle Ferrovie dello Stato che gestiscono i traghetti. Saranno diversi
soltanto i tempi: dai tre quarti d’ora di
oggi (che nelle ore di punta diventano ore e durante le festività di Pasqua,
Ferragosto e Natale mezze o intere giornate, si scenderà a 2 o 3 minuti. Capito, signori Prodi,
Bianchi, Diliberto, Giordano, Pecoraro
Scanio?
Gaetano Saglimbeni
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Le foibe degli orrori sul Carso: una vergogna nazionale
che i comunisti italiani hanno tentato di nascondere
Amnesie storiche
di giornalisti e leader
della sinistra “illuminata”; e dopo 60
anni uno sceneggiato tv di Negrin, che
ai giovani di oggi
ha fatto capire poco
La storia, quella che nei libri di scuola non abbiamo mai letto (una
vergogna per la
quale nessuno ha mai provato e prova rossore), è rimasta purtroppo fuori dallo
sceneggiato. Si sono visti brutali rastrellamenti operati dai camion con
stella rossa
della armata jugoslava, uomini e donne sull’orlo di fossati, con le mani
legate sul
dorso. Nessun accenno al barbaro trattamento riservato alla gran parte di quei
condannati a morte, che precipitavano giù ancora vivi, perché i
carnefici sparavano
solo a 2 o 3 nei gruppetti di 8 o 10 legati con il fil di ferro ed i pochi già
cadaveri si
trascinavano nel fondo melmoso i molti che erano ancora in vita. Nessuno ha
spiegato cosa c'era dietro quei barbari eccidi, quali furono le
responsabilità, anche
tra i comunisti italiani, di chi ha provocato quei mostruosi crimini contro
l'umanità
di Gaetano Saglimbeni
L’attesa era per una “fiction” di grande chiarezza che, dopo 60 anni di
vergognosi
silenzi, rendesse finalmente giustizia alla comunità italiana dell’Istria:
ai 3.000 o 10.000 nostri
connazionali (il numero esatto non si conosce e forse non si
conoscerà mai) orribilmente
assassinati e gettati nelle foibe del Carso tra il 1943 ed il ‘45 dai
comunisti jugoslavi, con la
connivenza o complicità dei “compagni” italiani, ed ai 350 mila profughi
dell’Istria, Dalmazia
e Venezia Giulia costretti a lasciare le loro case e le loro terre per
sfuggire alla “pulizia etnica”
ordinata dalle truppe occupanti del maresciallo Tito. Ed invece, con la
mini-serie “Il cuore nel
pozzo” diretta da Alberto Negrin e trasmessa in due puntate sul primo canale
della Tv di Stato,
abbiamo assistito ad una telenovela di stampo sudamericano, fatta di buoni
e cattivi, amori
puliti e stupri infamanti, ossessioni di coppie, bimbi contesi, persecuzioni
e vendette atroci, che
a tutto serve (allo spettacolo certamente) tranne a far capire ai giovani di
oggi, ma anche a
genitori e nonni che non hanno mai saputo nulla delle foibe, quello che
accadde realmente e
perché accadde.
La storia, quella che nei libri di scuola non
abbiamo mai letto (una vergogna per la quale nessuno ha mai provato e prova rossore), è rimasta purtroppo fuori dallo
sceneggiato. Si sono
visti brutali rastrellamenti operati dai camion con stella rossa della
armata jugoslava, uomini e
donne sull’orlo delle foibe, con le mani legate sul dorso, che si supponeva
fossero lì per essere
ammazzati a colpi di mitraglia dai “titini” (così venivano chiamati nella
“fiction” televisiva i
comunisti del dittatore Tito). Nessun accenno al barbaro trattamento
riservato alla gran parte
di quei condannati
a morte, che precipitavano giù ancora vivi, perché i carnefici sparavano
solo
a 2 o 3 nei gruppetti di 8 o 10 legati con il fil di ferro (“per
risparmiare proiettili”, dicevano
cinicamente), ed i pochi già cadaveri si trascinavano nel fondo melmoso i
molti che erano ancora
in vita. Perché siano avvenute quelle mostruosità, quei barbari eccidi,
nessuno l’ha spiegato nella
“fiction” televisiva, né i bambini delle coppie assassinate né il prete che
morirà da eroe per salvarli.
Più che legittimo il sospetto che non ci sia stata la volontà di spiegarlo.
“La tragedia è immane”, ha scritto Aldo Grasso sul
Corriere della Sera, “ma il punto di vista
dello sceneggiato è piccolo: è come se tutto l’odio etnico che sta alla base
di quegli eccidi fosse mosso
da un risentimento personale, l’eccidio si scatenasse per colpa di un
paranoico, un dramma politico si
identificasse nella spietata persecuzione messa in atto da un ufficiale
dell’esercito jugoslavo per
strappare ad una giovane istriana il figlio nato da uno stupro”. Nessun
accenno ai comunisti, a quelli
jugoslavi ed ai “compagni” italiani che fornivano loro gli indirizzi dei
“nemici fascisti da rastrellare e
mazziare” e spesso li affiancavano in quegli atti di barbarie. La parola
“comunista” non si ascolta
nemmeno una volta in più di quattro ore di trasmissione. Dallo sceneggiato
sappiamo invece che la
madre del bimbo nato dalla violenza, che con le sue ossessioni di donna
stuprata ed il rifiuto di cedere
il figlio al padre provoca la spietata reazione dell’ufficiale jugoslavo,
era una “fascista”. Non militante,
non iscritta al partito, forse neppure simpatizzante, ma (per autori e
regista della Fiction) “fascista”.
Per fortuna degli italiani (giovani, meno
giovani e non più giovani), quello che il regista Negrin non
ha saputo o ritenuto di dover spiegare, lo hanno spiegato telegiornali e
giornali, sensibilizzati (anche quelli
vicini alle sinistre) dalle ferme prese di posizione delle autorità
istituzionali. “Adesso è possibile”, leggiamo
nel messaggio di Carlo Azeglio Ciampi, allora
presidente della Repubblica, “che ricordi ragionati prendanoposto dei rancori esasperati, perché anche i più giovani conoscano quelle
efferatezze, conseguenza delle
ideologie nazionaliste e razziste dei regimi dittatoriali che si resero
responsabili del conflitto”. Ed in quello
dell’allora premier Silvio Berlusconi, promotore con il ministro degli
Esteri Gianfranco Fini della legge che
ha istituito ufficialmente il “giorno del ricordo”, fissandolo al 10
febbraio di ogni anno: “Solo il ricordo di
ciò che copre di vergogna l’essere umano può impedire di ripercorrere la
stessa strada di odio e generare
medesimi mostri. E’ per questo che nessuna delle pagine della nostra storia
può e deve essere cancellata,
anche se il ricordo provoca turbamento, dolore, vergogna”.
E’ stata nascosta per 60 anni, quella vergognosa pagina
di storia italiana, da chi sperava forse (e si
illudeva) di poterla cancellare per sempre dalla nostra memoria con la
morte degli ultimi superstiti. Tutti insieme, politici, uomini di cultura, giornalisti, accomunati dalla stessa
voglia di nascondere e far dimenticare. L'illustre linguista prof. Tullio De Mauro, ministro per la Pubblica
Istruzione con le sinistre che hanno avuto
per decenni il monopolio della cultura e della nostra storia, scrive nel suo
Dizionario della lingua italiana per il Terzo millennio, alla voce "foiba": "Depressione carsica a forma
d'imbuto, costituita dalla fusione di
più doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come
fossa comune per occultare
cadaveri di vittime di eventi bellici".
Di quali "eventi bellici" si trattasse (se di
eventi bellici si trattava) e chi fossero le vittime finite in
quelle "fosse comuni", non lo spiega. Ed è un caso veramente singolare che
dizionari, enciclopedie e
testi scolastici, pieni di testimonianze e fotografie sulla famigerata
risiera di San Saba (lager nazi-fascista per migliaia di deportati, ma dove, per quel che si sa, non morì
nessuno),
non dedichino un solo rigo
alle foibe in cui, a due passi dalla risiera, furono assassinati migliaia di
italiani, fascisti e non fascisti,
soprattutto civili, per mano comunista. Per gli illustri esponenti della
sinistra “illuminata”, chiaramente,
i morti della ferocissima guerra civile seguita alla conclusione della
seconda guerra mondiale si
dividevano in due categorie: quelli di serie A, comunisti ammazzati dai
fascisti e degni quindi di entrare
nella storia con tutti gli onori che si riservano agli eroi, e gli altri di
serie B, fascisti e non fascisti
ammazzati dai comunisti, condannati ad essere ignorati per sempre dalla
cronaca e dalla storia.
“E’ una pagina dolorosa della storia
italiana, troppo a lungo negata e colpevolmente rimossa”, ha
scritto Piero Fassino, segretario della Quercia comunista e post-comunista
che oggi fa parte del Partito
democratico, al presidente degli esuli istriani, fiumani e dalmati. “Nelle
foibe morirono donne e uomini
colpevoli soltanto di essere italiani. E l’esodo fu l’espulsione in massa di
una intera comunità, con
l’obiettivo di sradicare l' italianità da quelle terre. Né il contesto
politico del tempo, né l’aggressione
operata dal regine fascista alla Jugoslavia possono giustificare le
sofferenze atroci di cui furono
vittime donne e uomini innocenti”.
Un particolare balza subito agli occhi. Anche nella lettera di Fassino,
come nello sceneggiato di
Negrin, la parola “comunista” non compare una sola volta. E c’è invece, in
bella evidenza (come nella
“fiction”) la qualifica di “fascista” alla donna che con la sua ostinazione
provocò la vendetta dell’ufficiale
jugoslavo. Solo una coincidenza, la perfetta intesa tra il segretario della
Quercia ed il regista dello
sceneggiato? Una “giallista” di grande perspicacia come Agate Christie
sosteneva che una coincidenza può
essere solo una coincidenza, ma due coincidenze creano già un sospetto. Ed
il sospetto che si voglia fare
ancora oggi opera di mistificazione, al servizio di una verità di comodo (e,
soprattutto, di una parte
politica), non sembra del tutto infondato.
Gaetano Saglimbeni
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Le foibe degli
orrori sul Carso: una vergogna nazionale
che i comunisti di casa nostra (da D’Alema a Veltroni, a
Fassino, Violante) hanno tentato per decenni di nascondere
"Abbiamo la
responsabilità di aver
negato
la verità per cecità storica e
pregiudizi ideologici”, ha riconosciuto
con molta onestà Giorgio Napolitano.Ed il signor Veltroni? Lui, da direttore
della "Unità", non condannò nulla
Incredibili e sconcertanti amnesie storiche di giornalisti e leader
della sinistra
“illuminata”:
non ne sapeva nulla il Walter che stava nel Comitato centrale del
Partito comunista italiano, che è stato segretario Ds ex Pci e direttore responsabile dell’organo ufficiale del partito fondato da Antonio Gramsci? L'hanno nascosta per
60 anni, senza vergogna, quella vergognosa pagina di storia italiana, sperando forse (e illudendosi) di poterla cancellare per
sempre
dalla memoria popolare con la morte degli ultimi superstiti. Una vergogna
che
nei regimi dittatoriali è facile cancellare,ma che nei Paesi liberi e
democratici
(come l'Italia) nessuno riuscirà mai a cancellare.
di Gaetano Saglimbeni
 
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "E' stato un
gravissimo errore del Pci", ha detto l'ex dirigente comunista,
"tentare di nascondere una tragica verità che non
poteva e non doveva
essere nascosta". Il Giorno del ricordo, per non
dimenticare gli orrori delle
foibe, è stato istituito nel 2005 dal governo Berlusconi
di centrodestra e fissato per il 10 febbraio
E’ stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a parlare
per la prima volta nel 2007 (dopo 62 lunghissimi anni) di “congiura del silenzio” per
i barbari eccidi
di massa compiuti dai comunisti jugoslavi di Tito e dai loro compagni
italiani nella cave
del Carso tra il 1943 ed il ‘45.
“Per gli orrori delle foibe ci assumiamo la responsabilità
di aver negato o teso ad ignorare per troppo tempo la verità: per cecità
storica e
pregiudizi ideologici”, ha ammesso
con molta lealtà e onestà intellettuale il comunista
Napolitano. Era la seconda
volta in pochi mesi che il capo
dello Stato ammetteva i
gravissimi errori del suo partito (il Pci di Togliatti): prima a
Budapest, per avere approvato
nel 1956 la sanguinosa repressione dei carri armati sovietici in
Ungheria (ritenuta allora
da lui “necessaria per la pace nel mondo”); e poi al Quirinale, per aver
nascosto o tentato
di nascondere per troppi decenni le responsabilità dei comunisti
jugoslavi e italiani negli
efferati crimini del Carso.
L’ha
ripetuta anche quest’anno, Giorgio Napolitano, la sua duplice ammissione di
responsabilità, nel Giorno del ricordo istituito nel 2005 dal governo
Berlusconi per
interrompere quel vergognoso silenzio. “La tragica repressione del popolo
giuliano-dalmata”,ha detto il capo dello Stato nell’incontro al Quirinale con figli e nipoti
delle vittime, “fu scatenato da un moto di odio e furia sanguinaria legato a un disegno
annessionistico slavo
che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica. E non possiamo, non
dobbiamo più
tacere sulle responsabilità (che sono state anche nostre) di aver negato
o teso ad ignorare
la verità su quei terribili eccidi, per cecità storica e pregiudizi
ideologici. Uno sterminio di
quel genere non doveva e non poteva essere rimosso, ignorato anche dai libri
di storia
per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. E’ avvenuto,
purtroppo, e dobbiamo
assumercene, ciascuno per la sua parte, le responsabilità”.
Una tragedia immane. Le vittime furono ex militanti fascisti (che i
comunisti italiani
rastrellavano per consegnarli ai compagni jugoslavi) e civili (uomini e
donne) che con la
politica ed il fascismo non c’entravano nulla e la cui unica colpa era
quella di essere italiani, deportati in Jugoslavia o trucidati nelle foibe del Carso.
Ignorata per troppi decenni, una
tragedia così mostruosa, dai comunisti di casa nostra che sperava forse
(e si illudevano) di
poterla cancellare per sempre dalla nostra memoria con la morte degli
ultimi superstiti.
Dov’erano i D’Alema ed i Veltroni, entrambi per tanti anni direttori
dell’Unità, organo
ufficiale del Partito comunista italiano? Non ne avevano mai saputo
nulla, né da politici
né da giornalisti? Ed i Cossutta, i Pajetta, i Berlinguer, i Fassino, i
Bertinotti, i Diliberto,
tutti all'oscuro di tutto, per decenni?
Ignoravano tutto anche
gli autori di testi scolastici, enciclopedie e dizionari. L’illustre
linguista prof. Tullio De Mauro, ministro della Pubblica Istruzione in
ben due governi delle sinistre che hanno avuto per sessant’anni il monopolio della cultura e
della nostra storia, ha
scritto alla voce “foiba” nel suo Dizionario della lingua italiana per
il Terzo millennio:
“Depressione carsica a forma d’imbuto, costituita dalla fusione di più
doline, al fondo
della quale si apre un inghiottitoio, usato anche come fossa comune per
occultare cadaveri
di vittime di eventi bellici”. Di quali “eventi bellici” si trattasse
(se di eventi bellici si trattava)
e chi fossero le vittime finite in quelle “fosse comuni”, non lo
ha spiegato. Ed è un fatto
davvero sconcertante che dizionari, enciclopedie e testi scolastici,
pieni di testimonianze e
fotografie sulla famigerata risiera di San Saba (lager nazi-fascista per
migliaia di deportati,
ma dove, per quel che ne sappiamo, non morì nessuno), non abbiano mai
dedicato un solo rigo
alle foibe in cui, a due passi dalla risiera, furono assassinati dai
comunisti migliaia di italiani,
fascisti e non fascisti.
Nessun libro di scuola,
per 62 anni, ha scritto un solo rigo su quello che avvenne sull’orlo
di quelle foibe, con quei poveretti legati con il fil di ferro a gruppi
di otto o dieci e fatti precipitare
giù ancora vivi. Sparavano a 2 o 3 di ogni gruppo, gli squadroni
comunisti (“per risparmiare
pallottole”, affermarono con incredibile cinismo), ed erano poi quelli
colpiti a morte, precipitando
giù, a trascinare gli altri ancora in vita nel fondo melmoso di quelle
“voragini degli orrori”.
Esecuzioni atroci, crimini mostruosi contro l’umanità, non meno truci di
quelli nazisti. Non
dovevano saperlo, gli studenti italiani, che anche i comunisti
uccidevano alla maniera dei nazisti?
Non ne sapevano nulla, di
quegli orrori, i giornalisti Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Sandro Curzi,
Furio Colombo (ex direttore dell’Unità, come D’Alema e Veltroni)? Da
giornalista debbo dire con
estrema franchezza che, se i miei illustri colleghi-politologi non
sapevano, avevano ed hanno solo
da rimproverare se stessi e le proprie coscienze, perché avevano il
dovere di informarsi e
raccontare ai lettori quello che era avvenuto in quelle tragiche fosse.
E se sapevano e non hanno
scritto nulla, le loro colpe erano (e sono) ancora più gravi e
imperdonabili. Il giornalista deve
raccontare tutto, piaccia o no alla parte politica cui appartiene (se
appartiene ad una parte
politica); e, soprattutto, non ha alcun diritto di distinguere tra morti
ammazzati degni di essere
ricordati ed onorati (quelli di sinistra, di serie A) e morti ammazzati
condannati ad essere ignorati
per sempre dalle cronache e dalla storia (quelli di destra, di serie B o
C).
Una pagina vergognosa
della storia d’Italia (“mostruosi crimini contro l’umanità”, le
durissime parole di Giorgio Napolitano), che le sinistre, per quanti
sforzi abbiano fatto, non sono
riuscite a cancellare per sempre. Ho seguito in tv le manifestazioni che
si sono svolte l’anno scorso
e quest’anno al Quirinale: tanti i "sepolcri imbiancati" in prima fila,
le facce di bronzo di tanti illustri
leader della politica italiana di ieri e di oggi sulle quali non sono
riuscito a scorgere il rossore della
vergogna. Penso che il commento più serio, vedendo tante facce ingessate
di fronte alla coraggiosa
(anche se tardiva) denuncia del presidente Napolitano su questa tragica
pagina di storia italiana, lo
abbia scritto Vittorio Feltri, allora direttore di Libero.
"Napolitano cambia, i comunisti italiani no".
Anche questa, purtroppo, una tragica verità, che dovrebbe far riflettere
seriamente gli italiani sulla
vera natura dei comunisti che si presentano adesso come i campioni
dell'etica politica, oltre che
come "il nuovo che avanza". Ad avanzare oggi, in Italia, c'è soltanto la
tragica verità sui crimini
mostruosi delle foibe che i D'Alema ed i Veltroni hanno tentato di
cancellare (senza riuscirci, per
nostra fortuna) dalla storia italiana. Una vergogna che nei regimi
dittatoriali è facile cancellare,
ma in un Paese libero e democratico (come è e continuerà ad essere
l'Italia) nessuno riuscirà mai
a cancellare.
Gaetano Saglinmbeni
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Ricordo di un viaggio che effettuammo insieme come inviati
al seguito di Sandro Pertini, per la prima visita di un presidente
della Repubblica italiana nella Cina del dopo Mao
Oriana Fallaci, una “adorabile rompiscatole”,
amatissima dai lettori e odiata dai giornalisti
di Gaetano Saglimbeni

La giornalista-scrittrice Oriana Fallaci in una delle sue ultime
immagini (è morta a Firenze il 15 settembre del 2006). Tra gli
scrittori italiani di tutti i
tempi ha un posto di assoluto rilievo: nella vendita di libri in tutto il mondo è seconda
soltanto al
suo illustre conterraneo Dante Alighieri,
autore della "Divina Commedia" .
Sandro
Pertini l'adorava (il
“carissimo collega Sandro", come Oriana Fallaci
chiamava il capo del Quirinale che ci ospitava sul suo aereo per la
prima visita di Stato di
un presidente della Repubblica italiana in Cina), ma tra i
giornalisti al seguito erano in molti
a detestarla per i suoi atteggiamenti di super-perfezionista
intransigente, le sue fisime, le
invettive, le provocazioni. Un caratterino, spigoloso, difficile da
accettare, che non poteva
però offuscare o sminuire le grandi doti umane e professionali della
giornalista e della scrittrice,la forza e la chiarezza delle sue idee, il suo impegno e le
battaglie contro i fanatismi, politici e
religiosi, che minacciavano e minacciano purtroppo il mondo
civile. Questo è il ricordo di una
grande giornalista e di una “adorabile rompiscatole” (la definizione è
di Pertini) che fu mia
compagna di viaggio in Cina, scomparsa il 15 settembre del 2006, all’età
di 77 anni, distrutta
dal cancro.
L’avevo conosciuta quando ero un
aspirante giornalista, nella mia Taormina, nel lontano
1960: una Oriana Fallaci trentunenne e già popolarissima (per la mia
generazione, era il
Montanelli in gonnella), che sulle pagine del vecchio e glorioso
“L’Europeo” ci raccontava tutto suoi
“scontri-interviste” con i potenti della Terra, dai quali, ai miei occhi
(ma non soltanto ai miei), era
sempre lei ad uscire vittoriosa. E la rividi da giornalista
professionista venti anni dopo, in quel
viaggio in Cina, avendo la fortuna di poterla frequentare per tre
settimane.
Pertini, nei lunghissimi viaggi
in aereo, se la teneva ben stretta nel reparto a lui riservato.
Parlavano di tutto (e tra i due, entrambi chiacchieroni a mitraglia, non
saprei dire chi parlasse di
più), lui con la pipa sempre in bocca, ma non sempre accesa, e lei che
accendeva una sigaretta dopo l’altra. I miei colleghi no, non l’amavano: per loro, era soltanto una
insopportabile rompiscatole,
esibizionista, petulante, intransigente, piena di boria. Nessun
riconoscimento per il suo talento, la
straordinaria forza di volontà che le consentiva di fare quello che ad
altri non era consentito, la sua
popolarità, che era già notevole allora e raggiungerà poi vette eccelse
nel mondo, non soltanto in Italia
e negli Stati Uniti (che lei considerava la sua seconda patria).
Tradotta in una ventina di lingue, la
fiorentina Fallaci è, tra gli scrittori italiani di tutti i tempi,
quella che ha venduto
più libri sul pianeta
Terra, dopo il suo grande compaesano Dante Alighieri.
Grande giornalista, grande scrittrice. E
francamente non riuscivo a capire come potesse
essere tanto odiata dai colleghi. Era certamente una donna agra,
spigolosa, testarda, stizzosa,
irascibile, ma anche la più brava. Ed in quel viaggio ebbi modo di
scoprire una Oriana che sapeva
anche abbandonare la ruvida scorza dell’eterna imbronciata per aprirsi
alle amicizie, sempre molto
difficili tra colleghi. Sì, sono riuscito ad esserle amico. Ciò che non
mi evitò di
prendermi, dalla
super-ambientalista Oriana, una pubblica ramanzina.
Accadde sul lago di Hanzhou, la
“Venezia della Cina”. Viaggiavamo su un grosso motoscafo e le hostess ci avevano offerto delle gustosissime mele, molto simili alle
nostre “Marlene” dell’Alto Adige.
Ne addentai una e, visto che non c’era un cestino nel quale buttare il
torsolo, escludendo di potermelo
mettere in tasca, pensai di doverlo buttare in acqua. Non l’avessi mai
fatto. “Ecco la classica inciviltà
degli italiani”, mi apostrofò la furente Oriana, proprio nell’attimo in
cui un pesce faceva scomparire
quel che restava della mia mela dalla superficie piatta di quel lago di
un celeste chiarissimo che
somigliava tanto a quello del cielo.
Era anche questa, la Fallaci: pignola,
pedante, asfissiante per certi suoi atteggiamenti. Guai a
dirle (come feci io, con una battuta che voleva essere di spirito) che,
buttando quel torsolo di mela
in mare, avevo reso felice un pesce: dopo il serio rimprovero, dovetti
sorbirmi anche una lunga e
seriosissima conferenza sulle regole della buona educazione e della
civiltà dei popoli. Ma non poteva guastare e non guastò certo la nostra
amicizia, quell’episodio. Continuammo a dialogare per il
resto del viaggio, a parlare di tutto, anche del nostro primo incontro
nella mia Taormina. Era sempre
piacevole, indipendentemente dalle sue fisime, la conversazione con lei,
ed anche (soprattutto,dovrei dire) istruttiva. Confesso di avere appreso tante cose, dalla
“grande maestra” Fallaci: per
esempio, ad usare (in giornalismo) anche la fantasia.
Lo ricordo
benissimo, quell’incontro del 1960 a Taormina. Ero nell'ufficio stampa
della Rassegna
del cinema che si svolgeva (e si svolge ancora oggi) in estate nel
suggestivo scenario del teatro greco.
Oriana, inviata del settimanale “L’Europeo”, era arrivata a Catania da
Roma con lo stesso aereo sul
quale aveva viaggiato uno dei grandi ospiti hollywoodiani della
manifestazione, Cary Grant. Era
inviperita, la Oriana, perché la segretaria e
l’agente dell’attore non le avevano consentito di
intervistarlo sull’aereo, rifiutandosi anche di fissarle l’incontro per
una intervista a Taormina. Si rivolse
all'ufficio stampa, la giornalista Fallaci, chiedendo a noi un
intervento ufficiale. Ci provammo, ma la
risposta dell’agente americano fu ancora un “no” secco per l’intervista
singola. “Il signor Grant farà
una conferenza stampa per incontrare tutti i giornalisti ospiti della
Rassegna”, l’annuncio ufficiale. E
la inviperita Oriana dovette accontentarsi di fare solo un paio di
domande all’attore, insieme agli
altri colleghi.
Scrisse un
articolo-fiume, sull’oggetto di quelle domande e su tante altre cose di
cui nessuno
aveva parlato nella conferenza stampa. Ricordo ancora il titolo: “A me
gli occhi, Arcibaldo” (che era il
nome anagrafico dell’attore).
Splendido articolo: lo lessi e rilessi non so
quante volte, allora. Brillante,
caustico, documentatissimo, con un ritratto profondo e autentico del più
raffinato dei divi hollywoodiani,
sul piano umano oltre che professionale, e una sorprendente dovizia di
particolari (succosissimi per
quegli anni) sulla sua controversa e tormentata vita matrimoniale:
cinque mogli, molte amanti (vere
o presunte) e giudizi non
certo esaltanti
sull’attore che la macchina pubblicitaria hollywoodiana ed i
giornali avevano per lunghi anni esaltato come uno dei più grandi
seduttori del cinema di tutti i tempi
(“eccitante in smoking, elegante in vestaglia, deludente in pigiama, una
frana sotto le lenzuola”,
l’irriverente giudizio della ricchissima ed irrequieta ereditiera
Barbara Hutton, sua seconda moglie). E
dov’era ambientata l’intervista della Fallaci al divo che non aveva
voluto parlare con lei da sola, né in
aereo né a Taormina? Sull’aereo che li aveva portati da Roma a Catania.
Fu così che imparai, da
aspirante giornalista, ad usare anche la fantasia nell’esercizio della
professione.
Grande Oriana, bizzosa e geniale,
perfezionista fino all’ossessione maniacale e fantasiosa,
adorabile e sfrontata, corrosiva, sferzante. Con un solo limite, a mio
giudizio, non grave ma
condizionante, soprattutto nel nostro mestiere: lei che prendeva tutto
sul serio, il
lavoro, le ideologie,
i valori, i sentimenti, mal sopportava che qualcuno tentasse di
ironizzare anche sui sentimenti umani.
Ricordo una sua fuga clamorosa durante una premiazione a Messina, per la
ironia (inopportuna, forse,
ma non pesante) che un grande umorista, Oreste Lionello, si era permesso
di fare su uno dei suoi
libri più sofferti,
Lettera a un bambino mai nato.
Era il 1991 ed Oriana aveva 62 anni. Con due
grandi drammi nel cuore: quel bambino che non
aveva potuto o voluto dare alla vita e la morte dell’unico grande amore
della sua vita (l’eroe della
resistenza greca Alessandro Panagulis, vittima di un misteriosissimo
incidente stradale che, a sentir
lei, sarebbe stato architettato dal regime dei colonnelli), al quale
aveva dedicato il libro Un uomo.
Durante il mini-spettacolo seguito alla premiazione, la
giornalista-scrittrice non resistette alle battute
dell’umorista Lionello su quel “bambino mai nato”, si alzò di scatto e
piantò tutti, insalutata ospite.
No, la corrosiva e sferzante Oriana
Fallaci non amava che si scherzasse sui sentimenti, sui drammi
umani. Lei, in quei libri, aveva messo l’anima. E’ la forza dei grandi
scrittori lasciare nei libri“brandelli” della propria anima. Li
lasciò in ogni rigo di quello
che scrisse, la grande Oriana. E non soltanto nei libri.
Gaetano Saglimbeni
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I diari segreti di Marilyn Monroe nel
nuovo libro di Gaetano
Saglimbeni,
"Dal vostro inviato - Trent'anni di giornalismo in giro per il
pianeta Terra"
"Sono orribile, il
mio involucro invecchia,
chiederò al mio amico truccatore di farmi
bella... Aiuto, sento la vita avvicinarsi,
mentre tutto quello che voglio adesso
è morire", scriveva la disperata Marilyn
Sono le amare riflessioni che la
donna più popolare e desiderata del ventesimo
secolo affidava a foglietti di quaderno negli anni che precedettero la
sua morte
per ingestione di barbiturici, a soli 36 anni. "La celebrità”, spiegava,
"è come il
caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche altro a tavola: a mangiare
solo quello
per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane si può
vivere, di
solo caviale no”. Lei, che del "caviale bellezza-celebrità-ricchezza" si
era a lungo
cibata, aveva bisogno di pane e di poche altre cose per vivere: di
affetto,
soprattutto. E lo chiese fino all'ultimo istante di vita: invano,
purtroppo. Non glielo
diedero gli uomini (compresi i potenti della Terra) che avevano avuto il
suo corpo
di Claudia Cerati
“Hollywood è un
posto dove si pagano milioni di dollari per un corpo e 50 cents per
l’anima: io avrei rinunziato a molti dei miei guadagni, per guadagnarmi
il rispetto dell’anima”.
Sono
le amare riflessioni della donna più popolare e desiderata del ventesimo
secolo, Marilyn
Monroe, tratte dai diari segreti che la bella e infelice diva annotava
su foglietti di quaderno
negli anni che precedettero la sua morte per ingestione di barbiturici
(avvenuta la notte tra il 4
e il 5 agosto del 1962, quando aveva 36 anni).
Diari di “disperata solitudine”, amari e inquietanti,
di cui troviamo ampi brani nel libro che il giornalista Gaetano
Saglimbeni, per trent'anni redattore
e inviato del settimanale Gente pubblicherà a giorni, Dal
vostro inviato - Trent'anni di giornalismo in giro per il pianeta Terra.
Era ammaliante, ricca e famosa, la Marilyn che Clark Gable aveva
definito “il più bel corpo
di Hollywood”: vestale e simbolo del sesso, leggenda e mito già in
vita.”Ma la celebrità”, scriveva
nei suoi diari, “è come il caviale: ottimo, gustosissimo, se hai anche
altro a tavola. A mangiare solo quello per un paio di giorni, ti verrebbe il voltastomaco. Di solo pane
si può vivere, di solo caviale
no”. Lei, che del "caviale bellezza-celebrità- ricchezza" si era a lungo
cibata, aveva bisogno di pane
e di poche altre cose per vivere: di affetto, soprattutto. E lo chiese
fino all'ultimo istante di vita:
invano, purtroppo. Non glielo diedero gli uomini (compresi i potenti
della Terra) che avevano avuto
il suo corpo.
Una donna sola, terribilmente sola. L’ultimo
dei tre mariti, il drammaturgo Arthur Miller,
l’aveva piantata da qualche anno. Anche gli amanti l’avevano mollata.
Ultimi, a quanto si disse,
i fratelli John e Bob Kennedy: l’uno presidente degli Stati Uniti,
l’altro ministro della Giustizia. E
con loro, gli uomini più influenti del potentissimo clan dei Kennedy, a
cominciare da Frank Sinatra.
Per le sue inquietudini, le sue debolezze, e quel suo disperato bisogno
di affetto, la “donna-bambina”
Marilyn era diventata un personaggio scomodo, ingombrante, forse anche
pericoloso (per le grandi
carriere politiche).
“Sono
orribile, ma datemi tempo, mi truccherò la faccia, ci metterò sopra
qualcosa di splendente
e sarò di nuovo Marilyn Monroe”, leggiamo in un’altra pagina dei suoi
diari. “Il mio involucro
invecchia, ma io devo ancora nascere. Trentacinque anni vissuti con un
corpo estraneo, 35 anni con
i capelli tinti, 35 anni con un fantoccio… Ma io non sono Marilyn, io
sono Norma Jean Baker, che è
il mio nome di ragazza... Perché la mia anima vi fa orrore, come gli
occhi delle rane sull’orlo dei
fossi? Quel che ho dentro nessuno lo vede, ho pensieri bellissimi che
pesano come una lapide. Vi
supplico, fatemi parlare… Non piangere, bambola mia, ora ti prendo e ti
cullo nel sonno... Aiuto, aiuto,
aiuto, sento la vita avvicinarsi, mentre tutto quello che voglio è
morire".
Scritte, chiaramente, un anno prima della
morte, quelle drammatiche pagine di diario, visto il
ripetuto richiamo ai suoi 35 anni. “Ed è la conferma”, scrive
Saglimbeni, “di una disperata preparazione
alla morte che durava da tempo e deve essere stata per lei il tormento
più terribile. Hollywood aveva
pagato milioni di dollari per il suo corpo, ma nessuno si preoccupò mai
della sua anima. Produttori e
registi sul set, mariti e amanti nella vita (ed i potenti che si
proclamavano suoi amici) usarono il suo
corpo, lo sfruttarono, per poi buttarlo via, come si fa con un limone
spremuto. Se ne andò così, sola
e disperata, la diva più desiderata e acclamata del nostro secolo”.
Whytney Snyder, che fu per anni il suo
truccatore personale, consegnò alla polizia una lettera
scritta da Marilyn qualche mese prima di morire. Poche parole, per
accompagnare il regalo di una
spilla: “A Whytney, finché sono ancora calda, per ricordargli di venire
quando sarò morta. Giurami
che mi farai bella”. Un ultimo cedimento della diva all’orgoglio della
propria bellezza, che avrebbe
voluto mantenere ancora per l’ultimo viaggio. Ma la polizia federale di
Los Angeles non tenne in alcun conto i suoi desideri: al grande amico e truccatore personale della
diva Marilyn non fu consentito neppure
di entrare nella sala delle autopsie.
Era la più
ammirata, la più pagata, ed anche la più umiliata diva di Hollywood,
oggetto di scherno da parte degli stessi produttori e registi che con i suoi film avevano
fatto e continuavano a fare montagne di dollari. “Esibisce due seni sodi come il granito, ma ha un
cervello pieno di buchi come il
formaggio Emmental”, disse di lei con irridente acrimonia il regista
Billy Wilder che l’aveva diretta in Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo. E Howard
Hughes, il bizzarro e ricchissimo
produttore che la inseguì a lungo sperando invano di portarla nel
proprio clan e nella propria alcova:
“Sa recitare, e lo fa benissimo, solo una parte, quella del sesso: non
chiedetele altro”.
Non le chiedevano altro, produttori e registi,
al di fuori del ruolo che le avevano assegnato e le
imponevano di recitare. “Era lo star-system”, scrive Saglimbeni, “che la
voleva bella e un po’ oca,
ammaliante e sensuale, bambola di caucciù con la voce impastata di gin:
doveva incarnare il sesso,
lasciarsi desiderare per la sinuosa architettura delle forme, piacere
agli uomini per i peccati che
sapeva promettere; e rappresentare il successo, la ricchezza, il
divismo, le ammalianti follie di un
mondo falsamente dorato che proprio con lei avrebbe toccato i vertici
della ebbrezza. ‘I miei grandi
amici? I gioielli’… ‘La mia camicia da notte? Cinque gocce di Chanel,
nient’altro’… Queste (e mille altre) le banalità che i press-agent le mettevano in bocca e le
chiedevano di ripetere in tutte le interviste.
Del suo cervello, bucato o meno, Hollywood non sapeva che farsene.
Quando Marilyn, già famosa
come sex-symbol, disse di volere studiare per diventare anche una brava
attrice, (‘una attrice vera’,
come lei diceva), i produttori le risero in faccia. ‘Ma che pretende di
fare, quella lì’, fu la loro divertita
e cinica reazione. Lei, per iscriversi e frequentare a New York il
celebre Actor’s Studio, non esitò a
rompere un contratto favoloso con la Fox, rinunziando a un paio di
miliardi degli anni Cinquanta per
quattro film. E il risultato di quella clamorosa rinunzia fu che, quando
tornò a Hollywood (al braccio del marito drammaturgo Arthur Miller), produttori e registi le chiesero
e imposero di fare quello che
aveva sempre fatto: la bambola ammaliante, sensuale e un po’ oca”.
Tre
mariti, tre divorzi. I primi due (un giovane operaio che sposò a 16
anni, Jim Dougherty, e il
campione di baseball Joe Di Maggio, che sposò a 28), li piantò lei: dopo
due anni o poco più, il primo;
dopo appena nove mesi, il secondo (l’unico uomo, dicono i biografi, che
l’amò davvero e continuerà
ad amarla fino alla morte); dal terzo (Miller, che sposò a 30 ammi e
tradì a 33) fu piantata, dopo
quattro anni di ipocrita, nevrotica e impossibile convivenza tra il
“cervello più glorificato d’America”
(quello del marito drammaturgo, appunto) ed il “corpo più
desiderato del mondo”.
Amò molto (o si illuse d’amare)
anche fuori dal matrimonio. Tra i rapporti che più la esaltarono e sconvolsero, portandola ad uno stato di depressione che sarebbe stato
il preludio della sua tragica fine,
quello con il cantante-attore francese Yves Montand, suo partner in
"Facciamo l’amore". Ma la delusione che più la sconvolse e la umiliò, a sentire la governante di casa Monroe,
fu la conclusione del suo ultimo rapporto con Bob Kennedy, quando il centralino del Dipartimento della
Giustizia ebbe l’ordine di non passare più all’illustre destinatario le disperate telefonate della
diva. L’ultimo rifiuto delle cortesi ma
inflessibili centraliniste avvenne nella tragica serata del 4 agosto,
poche ore prima che la celebre e
infelice diva si lasciasse morire”.
L’ultima persona con la quale Marilyn parlò,
quella sera, fu Joe Di Maggio junior, figlio del
secondo marito, poco prima delle ore 20. Si confidava spesso con lei, il
diciannovenne Joe, che le
voleva bene come a una madre; e con quella telefonata le confidò di aver
rotto con la fidanzata. “Ho il
cuore che mi sanguina”, le disse, “perché ne sono ancora innamorato; ma
ho dovuto lasciarla, perché
faceva la civetta con tutti i miei amici”. Marilyn cercò di fargli
coraggio. “L’amore”, gli spiegò, “è la
cosa più bella e importante che esista al mondo; ma, per amare molto,
bisogna anche soffrire molto”.
Poche ore dopo, la diva più desiderata del
mondo era già morta, imbottita di barbiturici, sul letto
a due piazze della sua camera tutta rosa. “L’amore”, conclude
Saglimbeni, “l’aveva fatta soffrire tanto,
per lei non c’era stato alcun amico in grado di darle coraggio, di far
riaccendere in lei l’amore per la vita. Ingoiò le pillole (una trentina), mise sul piatto del grammofono
un disco del suo grande amico Frank
Sinatra e si addormentò per sempre ascoltando vecchie canzoni d’amore.
Era
teso verso il telefono, il suo
braccio: segno inequivocabile che fece per telefonare a qualcuno. A un
amico per l’ultimo addio o al medico
per invocare aiuto? E’ la prima ipotesi, chiaramente, la più
attendibile: l’aiuto, se voleva, poteva anche
chiederlo alla cameriera che dormiva nella stanza accanto, e non lo
chiese. ‘Tutto quello che voglio è
morire’, aveva scritto nei suoi diari. Voleva essere aiutata a morire,
non a vivere, la disperata Marilyn”.
Claudia Cerati
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Un gustoso e intrigante libro del giornalista
Gaetano Saglimbeni, "I peccati e gli amori di Taormina"
Quando Liz Taylor in luna di miele,
gelosa
di una provocante “starlet”,
chiedeva gentilmente il mandolino
ad un orchestrale
per sfasciarlo in
testa al marito Burton
Grandi amatori,
grandi peccatori, grandi trasgressori, nella “Disneyland
dei sogni e del peccato”: dive del cinema e baroni-gay, bizzarrie,
sfrontatezze, provocazioni, estetismi da salotto e follie d'alcova. Ed i famosissimi
"giochi erotici sotto la pioggia" della baronessa Frieda Richthofen in Lawrence con
il giovane mulattiere Peppino D’Allura, che al marito scrittore ispireranno il
piùscandaloso romanzo del 900, "L'amante di Lady Chatterley"
di Giancarlo Cortese

Un appassionatissimo bacio di Liz Taylor al quinto marito Richard Burton
sulla terrazza del San
Domenico
a Taormina, dopo che gli aveva sfasciato in testa per gelosia
un mandolino.
Divorzieranno, al ritorno dalla luna di
miele, ma poi si risposeranno: Richard sarà anche il sesto
dei sette mariti che la popolare e volubile diva avrà in otto matrimoni
Amori e peccati, grandi amatori, grandi peccatori, sogni e sfrontatezze,
estetismi da salotto
(“eccentrici amori”, per dirla con Peyrefitte) e follie d’alcova di
un’epoca dalle mille contraddizioni
e suggestioni. Ed i “giochi erotici sotto la pioggia”, infuocati e
sanguigni, che allo scrittore inglese
David Herbert Lawrence ispirarono il più scandaloso romanzo del primo
Novecento, “L’amante di
Lady Chatterley”, protagonisti, nella
realtà, la moglie dello stesso Lawrence ed un giovane mulattiere
siciliano di Castelmola. Un secolo e mezzo di turismo a Taormina, nella
“Disneyland dei sogni e del
peccato” (come la definì un inviato del “Los Angeles Post"), con i bizzarri
e geniali personaggi che si
sono avvicendati sul suo affascinante ed affollatissimo palcoscenico:
baroni-gay, dive del cinema,
ereditiere non più giovani al braccio di aitanti e squattrinati play-boy,
banchieri, magnati
dell’industria, signore dell’alta finanza, pittori, musicisti,
commediografi, scrittori famosi.
A
raccontare la Taormina che fu è un giornalista taorminese, Gaetano
Saglimbeni, ex redattore
e inviato del settimanale “Gente”. “Fu Taormina, con Capri”, racconta, “ad
ospitare le prime
comunità-gay al sole mediterraneo, nella seconda metà dell’Ottocento:
fragili, inquieti e raffinati
rampolli di illustri e ricche famiglie, che cullavano qui i tormenti
esistenziali della decadente Europa;
intellettuali, artisti veri e presunti, incupiti nei salotti di
Berlino, Londra, Parigi, che nella piccola
'oasi' di Sicilia si abbandonarono ad ogni genere di stravaganze e
sregolatezze”.
E’
nata e si è affermata con i gay, la Taormina turistica. Per i suoi paesaggi
d’incanto, certo,
per il suo clima da eterna primavera; ma anche, se non soprattutto, per i
nudi dei giovani figli di
contadini e pescatori ripresi dal
barone-fotografo tedesco Wilhelm Gloeden in pose di languidi
abbandoni, che finirono nei salotti e sui giornali di tutto il mondo ed oggi
sono nei più importanti
musei. Un’orgia di corpi nudi, nella quale si tuffò con passione e
straordinario godimento il
dandy
più geniale e popolare dell’Ottocento letterario inglese, Oscar Wilde, che
sarà il primo ad esibire
quelle foto nei salotti londinesi. Andava fiero, l’eccentrico Oscar
(arrivato a Taormina senza il
boy di turno), di averli agghindati amorevolmente, quei “meravigliosi
ragazzi”, per l’obiettivo del
suo amico Gloeden.
“Arrivarono nel primo
decennio del Novecento le grandi ereditiere”,
racconta Saglimbeni,
“nobildonne appassite nei salotti londinesi, che il sole di Sicilia
accendeva di voglie non del tutto sopite. E con i baroni-gay gareggiarono in stravaganze e peccati. Gaie e patetiche,
aprivano le loro case e
ville (prese in affitto o acquistate) ai vigorosi ragazzotti locali, ai
quali, in cambio di poche carezze e
illusioni d’amore,
erano pronte ad offrire cospicue eredità. Esibivano i loro boy-friend
passeggiando
mano nella mano (proprio come avevano fatto per anni i baroni, in qualche
caso con gli stessi ragazzi
che adesso erano passati alle signore); si abbandonavano ad ogni tipo di
smancerie al bar della piazza;
e sulle spiagge (anche in pieno inverno, al tiepido sole mediterraneo)
sospiravano tra le braccia
abbronzate dei pescatori dell’Isola
bella”.
Amori e peccati, tanti
eccentrici ospiti, tra Ottocento e Novecento, ed in anni meno lontani da
noi, quelli del primo e del secondo dopoguerra. Da Londra, in compagnia
della affascinante moglie
tedesca, arrivò nel 1920 lo scrittore Lawrence, che a Taormina (grazie
proprio alle follie sessuali della
irresistibile e irrefrenabile moglie) troverà l’ispirazione per il romanzo
“L’amante di Lady Chatterley”. Ma
Lawrence, chiarisce Saglimbeni, non figura nel lungo e blasonatissimo elenco
dei “grandi peccatori” di
Taormina. I peccati (tra uomo e donna, nel suo caso, trattandosi di un
cantore e cultore dell’eros, della
virilità, del ‘tripudio dei sensi nell’istintivo e salutare abbraccio con la
natura’), lui li raccontò, non li visse,
o li visse per troppo breve tempo, poco prima e poco dopo il matrimonio,
fino ai terribili giorni in cui fu
colpito dalla tisi che lo priverà drammaticamente della virilità e lo
porterà alla morte a soli 45 anni.
Raccontò i peccati della
moglie, lo sfortunato scrittore, i famosissimi “giochi erotici sotto la
pioggia”
cui la quarantunenne baronessa Frieda Richthofen in Lawrence si abbandonò in
un vigneto sopra
Taormina con il ventiquattrenne mulattiere Peppino D’Allura di Castelmola.
Sarà appunto la signora
baronessa ad ispirargli il personaggio di Connie Chatterley, affascinante
ed inquieta protagonista del
romanzo-scandalo, ed il mulattiere siciliano Peppino D’Allura ad ispirargli
quello del guardacaccia Oliver
Mellors.
Da Parigi, nel secondo dopoguerra, arrivò lo
scrittore Roger Peyrefitte (“esteta da salotto”, come
amava definirsi lui), in compagnia dell’aimable garçon Alain
Philippe Malagnac, che avrebbe poi adottato come figlio prima di darlo in sposo alla cantante Amanda Lear; e con lui, i
“grandi innamorati” Jean
Cocteau e Jean Marais, che nel giardino del San Domenico , testimonia
Saglimbeni, “passeggiavano
mano nella mano, prendevano il tè seduti sulla stessa panca in pietra,
appiccicati come fidanzatini”; e
André Gide, premio Nobel per la letteratura, il quale, seduto su un muretto
in strada, aspettava tutte le mattine di veder passare il giovane cameriere di cui si era invaghito.
Dagli Stati Uniti, negli
anni Cinquanta, arrivò il tedesco bavarese Gayelord Hauser, omosessuale
dichiarato, medico-dietologo delle dive hollywoodiane, in compagnia del
giovane attore Frey Brown
che per lui aveva abbandonato il cinema; e nella bella villa di Hauser sulla
rotabile per Castelmola
(ristrutturata ed arredata in stile più californiano che mediterraneo)
arrivò per molti anni, in gran
segreto e sotto il falso nome di Harriet Brown, la “divina” Greta Garbo, che
il famoso dietologo delle
dive era stato sul punto di sposare a Hollywood negli anni Quaranta. Da
Hollywood, per la “notte
delle stelle” al teatro greco, arrivarono Marlene Dietrich, Joan Crawford,
Rita Hayworth, Lana Turner,
Audrey Hepburn, Shirley MacLaine, Elizabeth Taylor (in luna di miele con il
suo quinto marito Richard
Burton, al quale, gelosissima di una "starlet" che lo corteggiava, sfasciò
in testa un mandolino chiesto
gentilmente ad un orchestrale nel salone del San Domenico); e Gregory Peck,
Cary Grant, Burt
Lancaster, Anthony Quinn, John Huston, Henry Fonda, Anthony Perkins,
Charlton Heston, Yul Brynner,
Warren Beatty, Jack Nicholson. Dei vecchi e nuovi colleghi di Hollywood, la
“divina” Garbo, non volle
mai vedere nessuno.
E
da oltre Oceano, non ancora famoso, arrivò il “ragazzo terribile” della
letteratura americana
Truman Capote, che a Taormina si fermerà stabilmente un paio di anni per
scrivere A sangue freddo
e Colazione da Tiffany: gay simpaticissimo al mercato, dove andava
personalmente a fare la spesa,
ma sfrontato e insolente nei salotti, dove l’attore inglese Peter Ustinov
gli assesterà una notte un paio di
ceffoni per gli insulti da trivio che aveva rivolto alle signore presenti.
Ed il commediografo Tennessee
Williams, già famoso a Hollywood per Zoo di vetro e Un tram
che si chiama desiderio, che a
Taormina veniva a trovare in vacanza l’amico pittore Henry Faulkner, esile e
allampanato, il quale
viveva qui tutto l’anno in compagnia di una capretta che ospitava in camera
da letto (per far curare la
quale, una notte, non esitò a svegliare il medico Nicola Garipoli, sindaco
della città).
Storie affascinanti e amare,
favole e drammi, splendori e miserie (la vita, annota Saglimbeni,
“con tutto quello che di carnale, sanguigno, effimero, tragico e grottesco
essa offre e ci dà giorno dopo
giorno da rappresentare”), sullo sfondo di quella che è stata (o appariva)
la "lussuriosa e sfrontata"Taormina che il mito ha consegnato alla leggenda. “Una Disneyland del
peccato, certo”, conclude
il giornalista-scrittore taorminese Gaetano Saglimbeni, “ma nella quale
c’era e c’è ancora tanto spazioper amatori e sognatori: per amori, sogni e sentimenti veri, puliti”.
Giancarlo Cortese

La
copertina del libro "I peccati e gli amori di Taormina"di Gaetano Saglimbeni
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Una storia
sessual-letteraria assai stimolante, che
ha interessato e interessa i lettori
di tutto il mondo
Un giovane mulattiere di Taormina il vero
amante di Lady Chatterley, con il
quale
la esuberante moglie dello scrittore inglese
Lawrence si abbandonò ai giochi erotici
sotto la pioggia in un vigneto di Castelmola
di Gaetano
Saglimbeni

Due immagini di
Frieda Richthofen in
Lawrence, moglie dello scrittore David
Herbert Lawrence,
che ispirò al marito il più scandaloso romanzo del primo
Novecento, "L'amante di Lady
Chatterley". La prima foto riproduce la
copertina del libro
"Lady Chatterley e il mulattiere' di Gaetano Saglimbeni
Un nome famoso al mondo, possono esibirlo
tutte le città: Messina ha il suo Antonello,
Vinci il
suo Leonardo, Firenze il suo Dante, Rotterdam il suo Erasmo, Simbirski sul
Volga il suo Lenin. E
Taormina ha il suo Peppino D’Allura. Sì, è lui il taorminese più popolare
sul pianeta Terra: il giovane
mulattiere che, abbandonandosi ai “giochi erotici sotto la pioggia” in un
vigneto con la moglie dello
scrittore David H. Lawrence, entrò nella storia della letteratura mondiale,
oltre che in quella del
costume. Fu lui ad ispirare al grande scrittore inglese il romanzo più
scandaloso del 900, L’amante di
Lady Chatterley, bollato dagli editori d’oltre Manica nel 1930 come
“sudicio libercolo di un marito
guardone e impotente” ed uno dei più tradotti al mondo, dal quale sono
stati tratti due film di grande
successo, nel 1956 (con Danielle Darrieux ed Erno Crisa) e nel 1981 (con
Sylvia Kristel e Nicholas Clay).
Provare per credere, amici
lettori: basta “cliccare” su internet la voce “Peppino D’Allura”, con
qualsiasi motore di ricerca, e vengono fuori pagine e pagine (nelle più
importanti lingue del mondo)
dedicate alle avventure erotiche di questo giovanissimo “super-maschio” di
Sicilia. E di chi è il merito
(o il demerito, fate voi) di aver segnalato il nome di cotanto nostro eroe
al mondo? Del sottoscritto, per aver rivelato una vecchia storia taorminese, prima con un lungo
articolo-scoop sul settimanale Oggi (nell’agosto del 1990) e poi con un libro,
Lady Chatterley e il
mulattiere, pubblicato nel 2003 (Armando Siciliano Editore).
Una storia sessual-letteraria assai stimolante,
che ha interessato e interessa i lettori di tutto il mondo
e messo in difficoltà i biografi dello scrittore David H. Lawrence,
costretti a modificare parte di quanto
avevano scritto sui personaggi che ispirarono il romanzo dello scandalo.
Nessun dubbio che fosse stata la moglie dell’autore del romanzo ad ispirare quello della protagonista,
Connie Chatterley; si trattava
soltanto di stabilire, visto il numero imprecisato di amanti che la signora
Lawrence aveva avuto, a stabilire
chi fosse stato l’invidiatissimo suo partner nei famosi “giochi erotici
sotto la pioggia”. Il tenente dei
bersaglieri ligure Angelo Ravagli (si era scritto per 60 anni), che era
stato amante della signora nel 1926 durante il soggiorno dei coniugi Lawrence a Spotorno e l’aveva poi sposata
in America, vent’anni dopo
la morte dello scrittore. Ipotesi smentita dallo stesso Ravagli, con viva
soddisfazione degli inglesi che alla
presunta identità tra il tenente dei bersagliere ligure ed il guardacaccia
inglese Oliver Mellors, protagonista
del romanzo, non avevano mai creduto.
Perfettamente d’accordo invece, gli inglesi, con le rivelazioni provenienti
dalla Sicilia. “Il guardacaccia
Mellors ed il mulattiere D’Allura”, ha scritto il Guardian
di Londra recensendo il
mio libro, “si somigliano come due
gocce d’acqua, fisicamente e caratterialmente, entrambi profondamente legati
alla campagna, ai suoi valori,
all’humus delle sue zolle, alla solitudine ed ai silenzi dei boschi”. Ed il
Mail on Sunday, che alla love story del mulattiere di Taormina ha dedicato due pagine centrali a colori: “No,
con la campagna tanto esaltata
da Lawrence nei suoi romanzi il tenente dei bersaglieri Ravagli,
affascinante latin lover di Spotorno, non
c’entra nulla; come non c’entra nulla la villa in una ridente cittadina
della costa ligure con il bosco inglese
dei Chatterley, Wragby. Assai convincente, invece, il raffronto tra un bosco
inglese e le montagne siciliane
sopra Taormina”.
Gli incontri tra la
quarantunenne baronessa tedesca Frieda Richthofen in Lawrence ed il
ventiquattrenne
mulattiere Peppino D’Allura avvennero dal 1920 al ‘22, nei due anni e un
mese che il trentacinquenne
scrittore trascorse a Taormina con la moglie, nella speranza di poter
guarire, al caldo sole di Sicilia, dalla
tisi che gli aveva già corroso i polmoni e lo avrebbe portato alla morte a
soli 45 anni. Il mulattiere D’Allura
lavorava nelle proprietà di una ricca signora inglese che aveva la sua
residenza in collina, oltre Castelmola
(a quel tempo territorio di Taormina). Frieda Lawrence andava da lei a
prendere il tè, spesso a pranzo,
scarpinando per trazzere e viottoli impervi. Ed era stata l’amica a metterle
a disposizione mulo e mulattiere.
Peppino andava a prendere la signora Lawrence davanti alla casetta di via
Fontana vecchia, allora periferia
di Taormina, e si avviavano insieme su per la collina: lei in sella, lui a
piedi. All’ora del tramonto, poi,
rifacevano la stessa strada per il ritorno.
Ed un giorno l’amica in collina attese invano
l’ospite per l’ora di pranzo: un improvviso temporale
d’estate bloccò Frieda ed il mulattiere poco oltre l’abitato di Castelmola.
C’era un vecchio
casolare-palmento a portata di strada, al centro di un vigneto: era
proprietà del padre di Peppino e lui ne
aveva le chiavi. Vi si rifugiarono, con i vestiti fradici di pioggia.
Divertita ed eccitata da quel contrattempo,
la signora baronessa. Premuroso ed imbarazzatissimo, il suo accompagnatore
le approntò un giaciglio di
stracci, dietro una catasta di ceste e canestri, le trovò un paio di logori
grembiuli (quelli che le contadine
usavano per la vendemmia) per asciugarsi, e tornò rispettosamente fuori,
riparandosi sotto un portico.
Ma la signora restò poco all’interno del casolare. Tornò fuori anche
lei, nuda come mamma l’aveva
creata. Volle sfidare ancora la pioggia, correndo su e giù per il vigneto.
Ebbra di gioia, chiamava a gran
voce il suo timido e imbambolato mulattiere, perché partecipasse anche lui
alla sua ebbrezza: “Vieni
anche tu, senza vestiti, spogliati come me, bellissima la doccia sotto la
pioggia…”. E poiché il ragazzo non
si muoveva, e non osava neppure liberarsi degli inzuppatissimi pantaloni e
camicia che gli si erano
appiccicati addosso, andò lei a spogliarlo. Cominciarono così, complice un
acquazzone di inizio agosto, i
loro “giochi erotici sotto la pioggia”, che la signora baronessa racconterà
poi al marito scrittore, nei dettagli
più scabrosi e per lei, certo, non imbarazzanti.
Durò esattamente 19 mesi il rapporto tra la signora Frieda. Cominciò in
un vigneto sotto la pioggia,
proseguì in un campo di gigli, nella vasca della pigiatura dell’uva e nel
tino del palmento scavato sotto il
pavimento, poi in un casolare semi-diroccato con il tetto sfondato ed il
sole che a mezzogiorno arrivava
a picco sui loro corpi aggrovigliati e ardenti’ (come scriverà Lawrence nel
romanzo), e si concluse in
un confortevole mini-appartamento in collina messo a disposizione dei due
‘colombi’ dalla ricchissima
signora inglese che abitava stabilmente lassù ed aveva alle sue dipendenze
il giovane mulattiere.
Sapevano tutti di quella succosissima storia, in paese, ma a nessun
cronista venne mai in mente
di scriverla sui giornali: era una delle tante storie tra ragazzi del luogo
che avevano rapporti con
straniere. “Maria Concetta Immacolata, la madre di Peppino, era
particolarmente fiera e orgogliosa di
quel figlio, come sono state e saranno sempre fiere e orgogliose in Sicilia
le madri dei ragazzi che vanno
con le straniere”, ricorda l’ufficiale sanitario Nino Moschella, cugino in
seconda di Peppino. “Tanto più”,
aggiunge Mario D’Allura, ex direttore d’albergo ed anche lui cugino non
diretto, “che si trattava di una
baronessa, certo un grande onore per un figlio di contadini”.
Il romanzo di Lawrence uscì nel 1928, stampato in
mille copie a Firenze a spese dell’autore (visto
che gli inglesi si erano rifiutati di pubblicarlo), ed a Taormina se ne
seppe dopo molti anni. A Peppino
lo lessero gli amici: lui non sapeva leggere, aveva imparato soltanto a
mettere la firma durante il
servizio militare. Glielo leggevano in osteria, nelle lunghe serate
invernali: uno
(il più istruito) leggeva,
a capotavola, e gli altri, eccitatissimi, vuotavano na caraffa di vino dopo
l’altra. L’invidiatissimo
mulattiere interveniva spesso: chiariva, spiegava, aggiungeva sempre nuovi
particolari a quelli che
aveva già raccontato, quando non poteva
immaginava che su quella sua storia potesse uscire
un romanzo, scritto addirittura dal marito della baronessa. A sentir lui, lo
scrittore Lawrence non dovette
lavorare molto di fantasia per descrivere quello che descrisse nelle
infuocate pagine de L’amante di
Lady Chatterley. Gli bastò trasferire in un bosco inglese quello che era
successo nel vigneto di
Taormina. E non tutto.
Gaetano Saglimbeni

Lo scrittore inglese David Herbert Lawrence, autore del romanzo
L'amante di Lady Chatterley, ed il mulattiere Peppino
D'Allura, con
il quale la moglie dello scrittore si abbandonò ai famosi erotici
sotto
la pioggia che ispirarono il più scandaloso romanzo del 900
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