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Un
altro grande mito di Hollywood a Taormina
Marlene Dietrich: “Un
incanto
la notte delle stelle al teatro greco”
di Gaetano Saglimbeni
“Marlene Dietrich, il tuo nome è una carezza, il tuo cognome
una frustata. Indossi pellicce e piume che sembrano appartenere al tuo
corpo come le pellicce appartengono agli animali e le piume agli
uccelli. La tua voce, i tuoi sguardi sono quelli di una maga
incantatrice. Ma le maghe sono pericolose, quasi sempre nefaste per gli
uomini che cadono nella rete dei loro incantesimi. Tu, invece,
rappresenti e dai gioia, gioia di vivere e di amare. Il segreto della
tua bellezza è anche il segreto del tuo cuore. E la frustata di quel
tuo cognome, così duro da pronunciare, si stempera nella carezza di un
nome dolcissimo”.
E’ il madrigale che Jean Cocteau, scrittore, regista e
accademico di Francia, dedicò negli anni Trenta alla celebre interprete
del film L'angelo azzurro. La ventinovenne tedesco-prussiana
Marlene si era appena imbarcata sul transatlantico Queen Mary che
l’avrebbe portata in America, dove già furoreggiava la venticinquenne
svedese Greta Garbo.
Hollywood preparava accoglienze trionfali per la nuova diva
europea: altri scrittori famosi, dopo il francese Cocteau, erano pronti
a dedicarle madrigali, e qualcosa di più. “Non avesse altro che la
voce, così roca e inquietante, sensualissima”, scriverà
l’americano Ernest Hemingway, “basterebbe solo quella a far strage
di cuori. Ma la incantevole Marlene dispone di altri tesori: due gambe
stupende, la vigorosa perfezione di un volto che sembra scolpito per
l’eternità”. E un altro grande scrittore americano, William
Faulkner: “ Non ce ne voglia la divina Garbo, se per un attimo ci
inchiniamo al fascino di un’altra straordinaria bellezza europea”.
Due straordinarie bellezze europee, due miti nella storia di
Hollywood, grandi rivali sullo schermo, nella vita, ed anche in amore:
ultrasessantenni, si contenderanno l’amore della stessa donna, ed a
spuntarla (a sentire i biografi) sarà “la più anziana e viva”
Marlene.
Erano entrambe a Taormina, negli anni del secondo dopoguerra. La
“divina” Garbo, già da un quarto di secolo lontana da Hollywood,
trascorreva le sue vacanze nella villa del dietologo suo mancato sposo
Gayelord Hauser, nascondendosi sotto il falso nome di Harriet Brown; la
Dietrich, invece, era ancora sulla breccia, sia come attrice che come
cantante, ed a Taormina, nel 1963 (a 62 anni), cantò splendidamente al
casinò: con quella sua voce roca, sempre ammaliante, classe e calore
umano mirabilmente fusi, vestita non più di piume (come a Hollywood,
Las Vegas, Parigi, Londra, negli anni d’oro della sua favolosa
carriera), ma interamente fasciata di satin nero, elegantissima.
Non era mai corso buon sangue, tra le due dive. Si conoscevano da
quando il cinema era muto. Insieme, nel 1925 (Greta ventenne, Marlene
ventiquattrenne) avevano girato in Europa un film di Pabst, La via
senza gioia: entrambe in ruoli secondari, con Asta Nielsen
(l’attrice più popolare d’Europa in quegli anni) protagonista
assoluta. Le loro strade si erano poi divise: Greta, emigrata in America
a ventun anni, era diventata in poco tempo la star numero uno di
Hollywood, e la sua meno giovane collega era rimasta a recitare
particine di poco conto in Germania.
Il successo, per Marlene, arrivò con L’angelo azzurro,
nel 1930. Un film-cult (come si dice oggi), entrato a far parte della
storia del cinema: amara parabola della rovinosa passione di un anziano
professore di liceo per la affascinante e crudele soubrette di uno
squallido cabaret della provincia tedesca. Famosissima la scena della
sensualissima Lola-Marlene in calze nere e giarrettiere, lustrini e
cilindro, che cantava con voce roca e perversa, piantata sul pianoforte
a gambe divaricate e poi seduta con le gambe accavallate: “Io sono
piena d’amore dalla testa ai piedi…”. Sarà quella la canzone
simbolo del mito Dietrich.
Un trionfo, che nessuno (tanto meno lei) si aspettava. E per
Marlene si aprirono le porte di Hollywood. Aveva 29 anni, un marito, una
figlia; e partiva per l’America già carica di gloria (a differenza
della Garbo che a Hollywood si era presentata pressoché sconosciuta).
“Arriva l’angelo più sexy d’Europa”, titolavano a tutta
pagina i giornali d’oltre oceano, in attesa del piroscafo. Chiesero
alla Garbo, i cronisti americani, un giudizio sulla sua collega (e
amica, si supponeva). “Marlene Dietrich, chi è?”, rispose
freddamente Greta. Le ricordarono il titolo del film che avevano girato
insieme non molti anni prima. “Non mi viene in mente nessuna
Marlene”, tagliò corto la “divina”, impassibile. Si ignoreranno
reciprocamente per tutta la vita.
Sulla rivalità Garbo-Dietrich, vero e proprio scontro tra dive,
Hollywood puntò molto. Il cinema era diventato sonoro da poco. “La
Garbo parla!”, il trionfale slogan del produttore Mayer per il film
‘Anna Christie’. “La Dietrich parla e canta”, replicarono quelli
della Paramount, forti del contratto appena firmato da Marlene. Ed era
indubbiamente un punto a loro vantaggio: le canzoni della Dietrich, quel
suo particolarissimo modo di cantare, inquietante e sensualissimo,
avevano avuto un peso determinante nell’exploit del suo Angelo
azzurro, non meno della straordinaria carica erotica che l’attrice
era riuscita a dare al personaggio.
Ma anche nel confronto fra attrici, la bilancia pendeva
decisamente dalla parte della Dietrich, interprete di ben altra
sensibilità e cultura, meno “divina” e più terrestre, molto più
espressiva (e sanguigna) rispetto alla “statua d’alabastro” Greta
Garbo: certamente più credibile nella rappresentazione delle passioni
umane. Non era attrice grandissima, Marlene, quando arrivò a Hollywood,
ma lo diventerà: con interpretazioni (le sue, sì) degne di entrare
nella storia del grande cinema. In comune, avevano la bellezza: piena di
fascino e mistero, in entrambe. Un fascino ambiguo, inquietante, che si
rifletteva anche nella vita privata, nei loro tumultuosi e sempre
enigmatici amori.
Attribuirono molti amori, a Marlene Dietrich, le famose
"pettegole" di Hollywood: amicizie maschili e
femminili. Tra gli amanti, in primo luogo, il regista austriaco
naturalizzato americano Josef von Sternberg che l’aveva diretta in L'angelo
azzurro e per lei divorzierà dalla prima moglie; poi, Gary Cooper,
al tempo in cui girarono insieme Marocco e Desiderio;
quindi, John Wayne, suo partner in La taverna dei sette peccati, I
cacciatori d’oro e La febbre dell’oro nero, girati tra il
1940 ed il ’42. Ed ancora: lo scrittore Ernest Hemingway, il più
ammaliato dei suoi laudatores americani; Joe Kennedy, padre del
futuro presidente degli Stati Uniti; Gérard Philipe, il più amato
degli attori francesi, morto a soli 37 anni; Jean Gabin, che Marlene
inseguirà per mezza Europa, sul fronte della seconda guerra mondiale;
Michael Wilding, secondo marito di Liz Taylor, suo partner in Paura
in palcoscenico, girato nel 1950; il musicista Burt Bacharach,
trent’anni meno di lei, sposatosi poi con Angie Dickinson; lo scultore
svizzero Alberto Giacometti. E, in campo femminile, l’attrice francese
Claudette Colbert, la miliardaria americana Jo Carstairs, Lili Damita
(prima moglie di Errol Flynn), l’attricetta Dolores del Rio (che amava
presentarsi ai party in abito da sposa accanto a Marlene in smoking), e
la sceneggiatrice cinematografica d’origine spagnola Mercedes de
Acosta, che per Marlene piantò la "divina" Garbo, della quale era
stata compagna per tanti anni.
Tutto vero, quello che scrivevano le famose “pettegole” di
Hollywood? “Ne ho lette tante sul mio conto“, rispondeva lei, “e
le sciocchezze, debbo dire, erano tantissime”. “La verità”, mi
spiegò, “è che con gli uomini sono stata amica, compagna, sorella,
madre, consigliera, consolatrice, complice: pochissime volte amante. Ed
è per questo che gli uomini che ho amato (e mi hanno amata) mi sono
grati: i nostri sono stati grandissimi amori dello spirito. Ad Hemingway,
sono stata io a presentare la donna che sarebbe diventata sua moglie; a
Wilding, consigliai io di sposare Elizabeth Taylor; e Gérard Philipe,
l’amai come si può amare un figlio… Quanto alle donne, ho avuto
amicizie bellissime, gratificanti sul piano affettivo ed umano non meno
di quelle maschili. Io dico che le amicizie, quelle vere, non hanno
sesso”.
Con Jean Gabin, certo, non fu soltanto un “grandissimo amore
dello spirito”. Di lui, Marlene diceva: “Ha i più bei fianchi che
io abbia mai visto in un uomo”. Ed ancora: “L’ho amato subito, al
nostro primo incontro, l’ho sempre amato, lo amerò sempre”.
Jean, tre anni meno di lei, aveva moglie e figli. Quando lasciò
precipitosamente la Francia, per sottrarsi alla invasione dei nazisti,
fu Marlene ad ospitarlo nella sua villa di Hollywood, in attesa di
trovargli casa. Lo coccolava come un bambino; e, quando lui andò ad
abitare da solo, ogni sera era a casa sua per preparargli la cena.
Non era soltanto l’amore (spirituale o fisico) ad unirli. In
comune, Jean e Marlene avevano l’odio per il nazismo. La Dietrich, che
aveva preso da tempo la cittadinanza americana, era stata bollata da
Hitler come la “grande traditrice”. Emissari del Fuhrer fecero di
tutto per convincerla a tornare in patria. “Farò di voi la donna più
potente della Germania”, le mandò a dire il capo del nazismo (dicono
anche che ne fosse invaghito alla follia). “Odio quell’uomo”,
confidava lei agli amici, “al punto che, se qualcuno mi incaricasse di
andarlo a trovare per ucciderlo e liberare così il mondo da un
dittatore sanguinario, non esiterei un solo istante ad accettare la
rischiosissima missione”.
A Hollywood, Gabin non restò per molto. “Non voglio passare
per codardo, mentre la mia patria è in pericolo”, disse a Marlene. Si
arruolò nelle Forze libere francesi, con le quali raggiunse l’Europa.
Anche Marlene, pochi giorni dopo, varcò l’oceano: in divisa di
soldato americano. Si arruolò per dare spettacoli sui vari fronti della
guerra. Cantava, con voce roca e struggente, una canzone che diventerà
il simbolo della resistenza anti-nazista, Lili Marleen, portata
al successo in Germania da Lale Andersen e proibita dai ministri di
Hitler. In bocca alla Dietrich, quel motivo farà piangere anche chi
stava dall’altra parte, non soltanto gli anti-nazisti.
Si incontrarono per caso, Marlene e Jean: a Bastogne, nelle
Ardenne, sul fronte belga. Era l’inverno del 1944. Pochi minuti, il
tempo di un abbraccio, e via: ciascuno impegnato per la propria
missione. Si ritroveranno alla fine della guerra, a Parigi.
“Eravamo entrambi senza un franco in tasca”, mi raccontò
Marlene. “Ci offrirono di girare insieme un mediocre film, Turbine
d’amore: accettammo senza neppure leggere il copione”. Per la
innamoratissima Marlene era anche l’occasione per stare accanto
all’uomo che adorava: a Parigi, dove Gabin aveva famiglia, non poteva
più accudirlo come a Hollywood.
Si rividero ancora, finito il film, ma i loro incontri si fecero
sempre più rari. I biografi raccontano che, per vederlo soltanto da
lontano, Marlene passava serate intere in strada, sotto i balconi di
casa Gabin. “Piangeva come una ragazzina, per amore”, riferì la sua
grande amica Edith Piaf. “Anche Jean l’amava, ma non ebbe mai il
coraggio di lasciare la moglie. Marlene soffrì in silenzio, si rassegnò,
se ne tornò in America. Probabilmente cercò altri amori. Ma dubito che
abbia mai amato altri più di lui”.
Si rituffò nel lavoro, a Hollywood. Un film dopo
l’altro, dal genere drammatico al brillante, al poliziesco, al thrilling
firmato Hitchcock (Paura in palcoscenico), al famosissimo Vincitori
e vinti, diretto da Stanley Kramer, sul processo di Norimberga ai
criminali nazisti (lei era nei panni di una ebrea scampata ai lager).
Lasciò il cinema nel 1964, a 63 anni. Ma nel mondo dello
spettacolo resterà per molti anni ancora. Girava da un continente
all’altro come cantante, ovunque acclamata, osannata, venerata. E
tornerà ancora sul set, nel 1980, alla bella età di 79 anni: una
brevissima ma intensa partecipazione per il film di un cantante pop suo
grande amico, Gigolò.
Tornò a Taormina nel 1965, due anni dopo il concerto al
Casinò, ospite della Rassegna del cinema, per la famosissima “notte
delle stelle” al teatro greco (“un incanto”, per Marlene),
punteggiata dalle ventimila candeline che gli spettatori accendono nella
immensa cavea a fine spettacolo. Ed ebbi modo di intervistarla ancora.
“Il grosso limite della signora Greta Garbo”, mi disse
rispondendo ad una precisa domanda sulla sua grande amica-nemica, “è stato quello di prendersi
troppo sul serio. Ha creduto davvero, ad un certo punto della sua
brevissima carriera, di essere non una donna e un'attrice, ma una
creatura divina, degna dell’Olimpo, ed ha
finito col rendere inquieto e tormentato il suo ‘soggiorno sulla
terra’ (per dirla con il vostro Pirandello). Io, il mestiere
dell’attrice, l’ho vissuto da comune mortale, senza prenderlo (e
senza prendermi) troppo sul serio. Sono arrivata così, felice e sempre
più innamorata della vita, alla soglia di quella che spero sarà per me
una felicissima vecchiaia…”.
Morirà nel 1992, a 91 anni, nella Parigi in cui si era ritirata
a vivere con una governante-segretaria tutto fare. La sua antica rivale,
la "divina" Garbo, era morta a New York due anni prima, a 85 anni.
Gaetano Saglimbeni
www.gaetanosaglimbenitaormina.it
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Le
stravaganti e tumultuose vacanze-gay
di
due commediografi hollywoodiani a Taormina
Truman Capote e Tennessee
Williams
nella
“Disneyland del
peccato”
di
Gaetano Saglimbeni
“Tennessee Williams? E’ un omosessuale che i ragazzi se li
prende in affitto per un pomeriggio", dichiarava con insolente
sfrontatezza il “ragazzo terribile” della letteratura americana
Truman Capote. E di sé, con sfrontata insolenza ed un linguaggio
spudoratamente da trivio, diceva: “Sono una prostituta da bar: tutti
mi hanno avuto, uomini, cagne. Sono un omosessuale, un alcolizzato, un
drogato. Ma sono anche un genio”.
Erano molto amici, entrambi americani del “profondo Sud”
faulkneriano, cresciuti tra scandali, solitudine, disperazione. A
Taormina, scrittori ormai famosi, frequentavano gli stessi salotti,
quelli del dietologo delle dive hollywoodiane Gayelord Hauser,
dell'antiquario-decoratore inglese Oliver Messel, dell'americano Culver
Sherrill, degli antiquari Giovanni, Carlo e Mirella Panarello.
Tennessee
Williams veniva in vacanza, in estate. Truman Capote vi soggiornò a
lungo per lavorare, estate e inverno, prima che alcol e droga lo
riducessero un rottame: spedì da Taormina, all’editore newyorchese, i
suoi manoscritti più scabrosi, pieni di veleno contro un certo tipo di
società che lo aveva (fin troppo, a sentire certi critici) esaltato. Ne
ebbe gloria letteraria, la ricchezza che aveva tanto inseguito, ma anche
lo sdegno e il disprezzo dei salotti americani che lo accusarono di
“aver sputato nel piatto di chi lo aveva nutrito”.
Taormina
viveva freneticamente gli anni del secondo dopoguerra (“una Disneyland
del peccato”, la definì un inviato del Los Angeles Post), con
la “colonia” dei suoi stranieri che diventava sempre più folta,
chiassosa e sfrontata. I “campioni della trasgressione” godevano qui
di una sorta di culto: bizzarrie, stravaganze di vita, persino le
perversioni erano considerate espressioni di genialità. Dal “genio”
Capote furono tutti ammaliati.
Aveva
27 anni, quando arrivò a Taormina, nel 1951. A ventiquattro, aveva
pubblicato il suo primo libro, Altre
voci, altre stanze, una sorta di romanzo-reportage, fatto di narrazioni violente e perverse, che diventò
subito un best-seller; e
subito dopo, Un albero di notte,
L’arpa d’erba. C’era, in quelle pagine crude e amare,
l’angoscia della sua infanzia, il dramma del ragazzo abbandonato a
quattro anni dalla madre alcolizzata, che scopre di essere un
“diverso” vivendo nella casetta in rovina della Louisiana accanto a
uno zio travestito e un padre paralitico. “Non mi abbandoneranno
mai”, dirà “i fantasmi e le angosce di quella infanzia
dannata".
Piccolo
e minuto, occhietti da topo, un faccino tondo da giovinetto imberbe con
frangetta di capelli color della stoppa e vocina stridula: così lo
ricordano i vecchi taorminesi. Alloggiò per una settimana al Timeo,
l’albergo “inventato”
quasi un secolo prima da Otto Geleng; si trasferì poi nella
casetta di via Fontana Vecchia che ricordava con una targa in marmo
sulla facciata rosa il soggiorno dello scrittore inglese David Herbert
Lawrence; ed infine, quando fu raggiunto dall'amico del cuore (il
ballerino americano Jack Dunphy), in un appartamento dei Panarello,
spazioso e confortevole, pieno di sole, sulla rotabile per Castelmola.
Era
lui che si occupava della casa. Andava lui stesso a fare la spesa, in
calzoncini corti anche d’inverno, con una vecchia sporta di paglia che
ai vetturini serviva per dare la biada ai cavalli. Un bohèmien
con l’aria della brava massaia, che sapeva scegliere la frutta buona,
il pesce fresco, ed anche tirare sul prezzo.
“Se
mettete in dubbio la freschezza di un pesce o il punto di maturità di
un frutto”, scriveva, “pescatori e contadini che popolano il mercato
si dimostrano meravigliosi imbonitori. ‘Sì, buono!’, insistono, e
vi spingono in basso la testa perché sentiate l’odore del pesce; vi
dicono, con un rotear d’occhi fra l’estatico e il minaccioso, che si
tratta di una vera delizia. Io mi lascio sempre intimidire, ma non così
gli abitanti del luogo, che infilano senza troppi complimenti le dita
fra i piccoli pomodori lucidi come gioielli e non esitano ad annusare un
pesce o ad ammaccare un melone…”.
Lui, insomma, stava sulla fiducia; ma dalle massaie locali aveva
appreso a chiedere e trattare il prezzo prima di comprare. Tirchio non
era, e denaro ne guadagnava già abbastanza. Erano guai, però, se
l’editore tardava a versargli in banca i diritti d’autore maturati.
Più
d’una volta, al mercato, si presentò senza una lira in tasca: una
sbadataggine, diceva lui. Gli facevano credito, lo avevano tutti in
simpatia. Onorò sempre i conti arretrati, bisogna dire, lasciando anche
buone mance. Gli capitò qualche volta, sbadato com’era, di lasciare
con le mance pure il portafoglio, sul bancone della frutta o del pesce.
I venditori lo rincorrevano, lo chiamavano “signorino” non
conoscendone il nome; lui ringraziava, sorrideva, svagato e adorabile.
Il Truman Capote dei salotti era diverso dal simpatico bohèmien del mercato: insolente, sfrontato, provocatore, con
quell’aria di “bambino mai veramente cresciuto”, viziato,
nevrotico, aggressivo. Con le donne arrivava alla villania,
all’insulto pornografico.
Roger Peyrefitte (omosessuale di ben altro stampo, educazione e
cultura) scappò via, una sera, disgustato dalle sue villanie. Peter
Ustinov, invece, alle insolenze e provocazioni rispondeva con i ceffoni,
e glieli assestava, senza pensarci due volte. Ma da parte di altri
(comprese le nobildonne ingiuriate in malo modo) gli si perdonava tutto:
una serata con il “ragazzo terribile” Truman Capote era sempre un
divertimento, comunque andassero le cose.
E le serate finivano spesso a tarantella, in salotto, in terrazza
o nella piazza del Mocambo:
alla mezzanotte, il “piccoletto dagli occhi di topo”, che tra i
tanti mestieri aveva fatto pure quello del ballerino sui battelli
fluviali della Louisiana, si scatenava, con o senza l’aiuto del suo boy-friend
che il ballerino continuava a farlo per professione.
Tra bizze e insolenza, ceffoni e tarantella, Truman passò più
di due anni a Taormina. Il successo non gli aveva dato ancora la
ricchezza: aspettò qui di diventare ricco. Ricchissimo era invece, già
negli anni Cinquanta, il suo conterraneo e amico Tennessee Williams,
grazie soprattutto a Hollywood, che aveva trasferito sullo schermo
alcuni dei suoi drammi famosi: Zoo di vetro, Un tram che si chiama desiderio, La rosa tatuata.
Con
i cospicui incassi dei diritti d’autore, Williams progettava, allora,
di acquistare un castello in Spagna, per farne la sua residenza europea.
Capote, che non disponeva ancora di tanta fortuna, soffriva in maniera
fin troppo ossessiva il disagio del confronto con il suo illustre e
ricco collega. Una sera, firmò un assegno di diecimila dollari (una
somma da capogiro, per quegli anni) e lo consegnò all’antiquario
Giovanni Panarello (che era anche il suo padrone di casa. “Compra per
me l’Isola Bella, voglio farne la mia residenza europea”, gli disse,
facendo svolazzare l’assegno sotto gli occhi degli amici, perché
tutti vedessero e sapessero.
Di gelosie e invidie, si sa, è piena la vita degli artisti, e i
due grandi amici scrittori del profondo Sud americano non ne erano certo
esenti. Tennessee Williams sgranò tanto di occhi: tutti quei dollari, a
quel tempo, lui forse non li aveva ancora incassati. L’antiquario
Panarello fu abilissimo nel mascherare il suo imbarazzo. Di Truman
Capote, lui sapeva tutto: che sul suo conto in banca, in quei giorni,
non c’era un solo dollaro; che il giovane scrittore aveva difficoltà
persino a pagargli l’affitto di casa. Stette comunque al gioco, per la
gioia del suo illustre e ancora squattrinato inquilino.
Quel favoloso assegno (mai passato all’incasso, ovviamente), lo
conserva come un cimelio prezioso: porta la data del 26 febbraio 1955;
il numero del conto corrente è il 60914; la banca, la Manifactures
Trust Company, agenzia 210, Third Avenue 1311, New York. Alla data
indicata, era scopertissimo. Ma di lì a qualche anno anche per Capote,
come già per Tennessee Williams, arriverà la ricchezza, grazie ancora
a Hollywood, ai film ispirati da alcuni dei suoi romanzi di successo: Colazione da Tiffany, A sangue freddo. Solo che, dell’Isola Bella,
a lui non era mai importato e non importava nulla, né da squattrinato né
da ricco.
Tennessee Williams aveva dieci anni più di Capote. Basso e
grassoccio, barba crespa, occhi glauchi, un’aria di “lupo
solitario” (come lui stesso si definiva). Gran bevitore di whisky,
ordinava il suo primo bourbon
alle 9 del mattino, in un bar a ridosso del palazzo Corvaja, all’ora
in cui i turisti consumavano la granita di limone con brioche,
e restava lì., scorrendo un fascio di giornali, fino all’ora di
pranzo. Altro whisky, quando
si svuotava il primo bicchiere ordinato all’arrivo, non ne ordinava,
ma continuava a bere fino all’esaurimento della bottiglietta che
tirava fuori da una delle enormi e sempre rigonfie tasche della sua
sahariana.
Un vezzo, una sorta di rito maniacale o un gesto di tirchieria,
quel versare nel bicchiere del bar, ogni volta che si vuotava, il
contenuto della bottiglietta acquistata dal droghiere o al supermercato?
Di tirchieria, non era assolutamente il caso di parlare. Le sue vacanze,
il ricchissimo Tennessee Williams le passava al San
Domenico, pagava conti con
cifre a molti zeri per cocktail
e pranzi offerti agli amici, lasciava mance da nababbo. E, per tutto il
tempo delle vacanze taorminesi, pagava anche, al San
Domenico, una camera per il suo amico più caro, il pittore Henry
Faulkner, omosessuale, quello che non si staccava mai dalla capretta,
neanche in camera da letto.
Esile e allampanato, capelli corti e ispidi completamente
imbiancati, occhietti appuntiti come spilli, Faulkner aveva messo su
casa a Taormina, e ci viveva tutto l’anno. La capretta (per curare la
quale, una notte, non aveva esitato a svegliare il medico Nicola
Garipoli, allora sindaco di Taormina), non poteva portarla in albergo,
per un preciso divieto della direzione, e la prima cosa che faceva la
mattina, quando si svegliava, era di andare a casa, per vedere come
stava la sua compagna, rimasta sola per tutta la notte in camera da
letto.
Omosessualità, alcol, droga: come Truman Capote, Williams non
faceva mistero delle scottanti esperienze che avevano segnato la sua
vita, ma ne parlava senza i toni “sfrontati e provocatori”
dell’esibizionista Capote. Ne scriveva, certo.
“Sto
raccontando in un libro”, dichiarò ai giornalisti siciliani qualche
mese prima di morire, “il mio primo rapporto con il primo uomo della
mia vita: Kip, un boscaiolo canadese. Accadde nell’estate del 1940,
quando avevo 26 anni. Rapporti con donne ne avevo avuti, prima di
incontrare Kip, e ne avrei avuti anche dopo. Ma le mie preferenze sono
sempre andate agli uomini. L’alcol, la droga? Mi aiutavano a vincere
l’insicurezza, la solitudine, la follia che c’è sempre stata in me
e mi ha portato anche in manicomio. Sono stati i Kip a liberarmi dalla
follia, dall’alcol, dalla droga: mi hanno dato sicurezza, gioia
d’amare, di vivere, di lavorare”.
Non fece in tempo a completare il libro. La capsula di un
flaconcino di medicinali, strappata con i denti, lo soffocò in un
albergo di New York, a 69 anni, nel 1983. Era solo in camera, la mente
annebbiata (ancora) dall’alcol, dalla droga. Un anno dopo, in un
albergo di Los Angeles, moriva Truman Capote, 60 anni non ancora compiuti.
Anche lui era solo in camera, imbottito di alcol e droga.
Gaetano
Saglimbeni
www.gaetanosaglimbenitaormina.it
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