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Salvo Randone, una vita a teatro
(Edizioni P&M Associati - Messina, 1991)

        Sessant’anni a teatro con Salvo Randone: da Sofocle, Shakespeare, e soprattutto Pirandello, al Turgheniev di Pane altrui che recitò a 78 anni, al Poveri davanti a Dio con cui uscì di scena, drammaticamente, alla soglia degli 84, costretto ad interrompere la rappresentazione, allo stremo delle forze e quasi cieco, per implorare a gran voce e con lacrime vere: “Lasciatemi tornare a casa, lasciatemi morire nel mio letto”.
       
       “Il giornalista Saglimbeni”, leggiamo nel risvolto di copertina del libro, “racconta in queste pagine l’attore e l’uomo Randone. La sua vita, la carriera, le sue vacanze a Taormina, le tumultuose briscole del dopo-spettacolo con la cantante Mina al ristorante Santa Lucia di Milano, le sue memorabili interpretazioni, le impennate polemiche, le fughe clamorose, sul lavoro (un famoso ‘caffè’ durato nove anni, con cui piantò Strehler alle prove di una commedia al Piccolo di Milano) e in amore…”. 
     
         Un ritratto di sorprendente verità dell’attore più bravo, più schivo e imprevedibile del nostro teatro. E una testimonianza commovente, umanissima, quella dell’attrice Paola Borboni che lo amò e non smise mai di amarlo, neppure quando lui la piantò in treno mentre viaggiavano insieme dalla Sicilia a Roma, cogliendo l’attimo in cui la signora era alla toilette per scendere precipitosamente nella stazioncina di un paese di cui non si era preoccupato neppure di leggere il nome. 
       
        “Andai a vederlo al Piccolo, nell’Albergo dei poveri, da una delle ultime poltrone, camuffata perché nessuno mi riconoscesse”, confidava agli amici la “vecchia signora” del teatro italiano. “Piansi, come poche volte mi era capitato di piangere in teatro. Che splendido attore! Il più bravo di tutti noi. Devo a lui le emozioni più belle: in teatro e nella vita…”.
       
        “Eravamo in pochi, la mattina dell’8 marzo 1991”, scrive Saglimbeni nel suo libro, “ai funerali di Salvo Randone, attore tra i più grandi, tra i più amati e non tra i più popolari del nostro teatro. Appena una decina di attori, quasi tutti compagni di lavoro degli ultimi anni, più o meno noti, un paio di registi del cinema (Fellini e Franco Rosi), qualche giornalista, e gruppetti anonimi, gente comune, quella che più gli voleva bene. Troppo grande la chiesa degli Artisti, in piazza del Popolo, per non apparire vuota e desolata, in una Roma incupita da nuvole basse, insolitamente avara di colori e calore umano (si era rivelata troppo piccola, quella chiesa, per contenere l’enorme partecipazione di folla ai funerali di altri personaggi dello spettacolo, anche di effimera popolarità). Nessuna autorità in rappresentanza dello Stato, del Governo, e nemmeno del Comune...”.
       
        “Siamo davvero in pochi, e mi dispiace, mi dispiace tanto”, le amare parole del suo grande amico e collega Vittorio Gassman, incaricato della orazione funebre. “Ma non sarebbe dispiaciuto a lui, ne sono certo, questo uscir di scena in punta di piedi, senza folle e clamori; perfettamente in linea, io credo, con il suo stile di vita estremamente riservato, schivo fino alla insofferenza, con il suo destino di uomo e di artista, con quel suo particolarissimo modo di vivere in una autentica aristocrazia del teatro, pur nella sua essenziale semplicità. No, non l’avrebbero ferito per nulla il disinteresse e la insensibilità delle nostre Istituzioni: gli uomini politici lo mettevano a disagio anche da vivo…”.
     
        “Di tutte le glorie”, diceva Camus, “quella dell’attore è la più effimera: alla fine, resta ben poco….”. “Restano le emozioni che ci ha dato, se è riuscito a darcene”, scrive Saglimbeni nel suo instant-book, pubblicato appena un mese dopo la scomparsa del grande Randone. E conclude: “Lui ce ne ha date tante: emozioni vere, autentiche. Come soltanto la vera arte sa darle”.


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